sabato 2 gennaio 2016
Diario: "31 dicembre" - Breve riflessione sulla misantropia e sulle psicosi da essa causate
Ho sempre rivendicato l'esigenza spontanea di essere me stesso. Talvolta sono arrivato persino all'esasperazione, dettata più da una ricerca formale e da un'apparenza giovanile che dalla sostanza e dai contenuti più nobili espressi dall'uomo.
Vivo i miei diciotto anni in maniera anomala; lontano dal riflesso di amici o parenti ma circondato dal mondo, dalle cose e dai concetti astratti. La socialità mi spaventa e al contempo m'incuriosisce: non ho mai capito come facciano, certi ragazzi, a trovarsi a loro agio con altri coetanei senza fare nulla di realmente significativo, riempiendosi le orecchie e la bocca di espressioni egoiche e frasi fatte, e i peni di vagine e le vagine di peni, con annesse varianti.
Io vivo nell'indiscrezione, attento a non calpestare l'ombra, difficilmente accecato dal sole.
Il mio tempo, che mio non è, lo dedico alla produzione di piccole opere poetiche, musicali, teoriche, alla riflessione e alla meditazione, da qualche periodo in verità abbandonata.
Vado abbastanza d'accordo col gatto che vive con noi; anch'egli, come me, è un tipo schivo, indiscreto, morigerato, diffidente e avverso agli uomini. Potrei definirmi dunque un misantropo in balia degli istinti della natura.
Uno spirito antico ed eterno racchiuso in un corpo giovane non può che sentirsi a disagio, non tanto con se stesso quanto col mondo.
Dentro me ho fin troppa esperienza per gioire di futilità, per celebrare il nulla coi miei presunti coetanei o per inseguire concretamente frivoli sogni o desideri legati alla falsità della persona; troppe svolte svanita nelle molteplici figure dei volti da lei indossati, almeno tante quante le volte in cui l'ho ritrovata stando con gli altri o nell'ascoltare un banale strillatore di musica pop alla televisione.
Sono fatto così: complesso, elucubrato e perso nelle forme della dualità, ma anche lucido, pratico e minimalista nelle evenienze quotidiane.
Ora sto sorseggiando dal bicchiere un po' di rum. Non mi piace, ma il suo aroma denso e amaro riesce a togliermi dalla bocca quel sapore d'insipido tipico di chi, come me, nel mondano capodanno, ha vissuto giorni migliori e meno insipienti.
Sarebbe sì più conveniente perdersi - penserai - nei frivoli edonismi della vita di un giovane piccolo borghese occidentale. Ma la verità è che indossare maschere o accessori non mi riesce, e dunque fingere di essere o di gradire una determinata situazione sociale sarebbe il più grande torto fattibile verso la mia essenza.
Il segreto dei geni, forse, è quello di saper svalutare il mondo, o tutt'al più sfuggirlo, per concentrare tutte le energie sull'osservazione, la riflessione e lo studio del dettaglio che si cela tre o quattro strati dietro alla realtà.
La carenza di stimoli esterni mi costringe in qualche modo a surrogare nell'intimità; esaltando questa, sventolandola, mettendola addirittura al centro di tutto, o di niente, a seconda del caso e delle situazioni in atto.
In questa pienezza vuota è assai bello perdersi ricordando però, come fanno Pollicino nella favola e Teseo nel mito, la via del ritorno al mondo.
Il mio mondo, come qualsiasi dimensione spirituale o condizione mentale, è coronato da beltà ma costernato al tempo stesso di bramose gelosie e fuorvianti tranelli.
In esso vi sono racchiusi il dì e la notte, l'immensamente e il miseramente umano, il sogno, il dolore, la fatica di vivere, la gioia, l'erudità, l'intelletto e l'incapacità di amare. E' un insieme di essenze che comporta agi ma altresì rinunce.
Da un iniziale sfogo sulla mia psicosi coscientemente procurata (perché ho capito che per capire devo prima ammalarmi), parola dopo parola, trama su trama, sto tessendo la tela gommosa di una statica autobiografia.
Non era mia intenzione, ma è risaputo: quando le persone sono tanto convinte di essere tali da non potere o addirittura volere rinunciare alle loro piccole disgrazie (causate da bassi stati di coscienza), secondo una legge non scritta chiamata da alcuni orgoglio e da altri coerenza, trascinano con sé delle parti che, benché istintivamente conservate per rimanere segreti, vengono comunicate e condivise all'esterno, anche solo all'alter ego del <<mondo là fuori>> (come nel mio caso), come sinceri, spontanei e vergini segnali di intimità.
Il mio malessere, non poi così negativo come la sua etimologia lo dipinge, nasce dunque da un attrito, un conflitto tra l'io "Primordiale" e l'io "Esteriore" costituito dalle persone che ho incontrato in questa vita, da quelle che vorrei incontrare (emulazione inconscia e meccanica della personalità) e dalle leggi che costituiscono la cultura che mia ha formato ma, per fortuna o ferrea volontà, non plasmato.
non sono dunque un essere in divenire ma un essere che si scopre gradualmente.
L'importante, alla fine, è comprendere che è tutto un'illusione.
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