Lunedì 25/05
"La tomba a cielo aperto"
Il pensamento odierno, lunedì 25 maggio, verte al paese italiano: una semplice riflessione che porge lo sguardo sul suo passato, attraverso l'illustrazione delle azioni immonde del presente, e con la chiosa auspicante nel vedere o nel lasciare, un domani, l'incommensurabile patrimonio artistico e intellettuale, in mani di uomini più preparati e consci dell'arte e dei doni dell'Eterno.
La constatazione riguardante l'Italia una nazione decadente è ormai tema popolare percepibile all'ordine del giorno. L'inconscio collettivo sente un malessere incondizionato che tocca tutti i rami della società; il pessimismo regna sovrano per le strade, nei mezzi di informazione, nei luoghi di incontro. Ma questo non è il tema che ci riguarda. Personalmente non considero l'Italia degli anni del Duemila peggio dell'Italia degli anni Ottanta, di inizio Novecento, piuttosto che della seconda parte dell'Ottocento. Anzi.
Per fare un ipotetico paragone, anche andando indietro negli anni or sono, lungi da Odoacre e l'antica Roma, si dovrebbe possedere una cosa che non la si ha: il senso civico dell'etica morale del tempo. La soddisfazione che un uomo può manifestare per un'organizzazione sociale del suo tempo, oppure per una determinata opera d'arte, è infatti riconducibile allo stretto rapporto che egli ha con essa e cosa essa per egli rappresenta come individuo, e non come persona della comunità. Mi pare perciò ovvio il fatto secondo il quale solo gli storici - quantunque anch'essi lontani - siano, in quanto a stretto contatto con la realtà popolare - la quale esprime nel collettivo la maggioranza dell'esigenza individuale - gli unici tali a poter avanzare raffronti ed elaborare tesi a riguardo. Aldilà del fatto che l'aspetto sociale - quindi animale - è un conto e l'aspetto artistico - dunque estetico è - un altro. Benché certamente un monumento, per esempio, possa ricoprire entrambe le cariche: fungendo o come ente utilitario e pragmatico oppure da ente consolatorio, quindi dedito a lasciare un'armonica testimonianza nell'altrimenti bisbetico rapporto tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda.
Fare l'elenco convenzionale delle opere della penisola italica non avrebbe sostanzialmente un senso, e, oltremodo non trarrebbe giovo alla mia più ontologica riflessione. E' risaputo che il Bel Paese, da come esprime il nome, sia il territorio col maggiore numero di patrimoni artistici del Pianeta. Davanti alle sconfinate Cina e Russia; alle medievali Francia e Germania; alla misteriosa America latina, alla madre Africa e alla Mezzaluna Fertile.
Per far meglio comprendere quale effettivamente sia la natura fallace originaria della situazione, è sufficiente chiamare in causa l'interno l'apparato che dovrebbe non solo tutelare, ma anche valorizzare questo materiale, altrimenti in sé incompreso.
La "valorizzazione del patrimonio culturale", purtroppo per noi, è una frase in costante progressione; una locuzione di rito utile come paracadute per chi il suo lavoro lo ricopre per meri fini personali, anziché per un più lungimirante impegno pubblico, che comunque lo riguarderebbe totalmente, prima ancora, come individuo.
La sensazione che si ha guardando l'Italia, ma anche il mondo, perché no, è quella di vedere tante piccole polis immedesimarsi in se stesse e in quella che è la loro animalesca e istintiva tetralogia: pane, ozio, felicità e speranza.
La libertà delle azioni dell'uomo non possono prescindere dalle conseguenze che da queste scaturiscono. Per cui, ognuno deve bene stare attento a badare non solo a quello che può essere l'atto nell'immediato, bensì prolungare il suo ragionamento a un piano di più ampie vedute. E questo dicasi sia per la parte effettivamente individuale, ché per quella condivisa.
D'altro canto, è altresì improponibile vivere in base a quelle che saranno le conseguenze dei gesti; quindi la soluzione sarebbe - e tengo a sottolineare il condizionale - quella di garantire un maggiore zelo in tutti gli ambiti istitutivi e lavorativi, poiché è da là che partirà il lavoro di costruzione per un migliore innalzamento medio. Se, e certamente e solo se lo si vorrà veramente attuare.
Gli antichi erano viaggiatori di sogni. Essi, riuscivano a trovare nel silenzio della notte la risposta cosmogonica alle loro domande. Il desiderio di sapere e dominare quel fitto mistero fu più forte degli evidenti limiti tecnici, al punto in cui si arrivò in una zona di non ritorno. Arrivò un momento - abbastanza vicino - nel quale l'uomo smise di sognare, perché aveva già tutto: poteva andare sulla Luna, là dove solo i grandi dèi della natura potevano arrivare ad ambire; An, l'essenza del cielo che dominava Ki, la sua terra. La sua amata e florida terra. Qualche Igigi poi passava tra le due estremità nella sua universale natura apolide, affinché in terra gli uomini potessero contemplare da vicino la magnificenza del divino, e in cielo si potesse sperimentare la breve ma intensa vita degli uomini. An e Ki si incontravano nell'infinita e comune distesa dell'orizzonte; si toccavano appena, in un flebile segmento che divideva il cielo dal mare o dalla pianura. Vicino nel desiderio desiderio di quegli uomini, lontano dalla loro realtà e dello sfrenato verticalismo archetipicamente gotico delle ziqqurat.
Mi immagino un uomo della Mesopotamia osservare la grande distesa davanti a sé cadere e risalire in cielo dalla distante linea del tramonto. Percepisco il suo morboso ed entusiasta desiderio di attraversare quella soglia, per capire finalmente cosa diavolo si celi aldilà dei cieli. Laddove "la acque" (- ebraico "shamaìm" -) danno vita per l'appunto ai "cieli" (- ebraico "shamaìm" -).
L'uomo è dunque sazio di scoperte? Ha trovato nel dominio tecnico della natura la fonte del suo principio esistenziale?
E' certo che l'uomo moderno si sopravvaluti; è convinto di essere il testimone del grande progresso e cambiamento psicologico, nonché esistenziale, che ha investito come un fiume in piena i pleonastici sedimenti dell'antica era millenaria.
Il proletariato ha visto un radicale cambiamento di potere: sopra di sé ora non sente più il peso di un'oligarchica famiglia monarchica, bensì un intero apparato monetario sempre più teso a un cosmopolitismo formalmente comunista - nel senso tecnico del termine - e meritocratico, ma sostanzialmente elitario e aristocratico.
Forse quindi il problema del genere umano è uno, è quello più evidente nei fatti e nelle parole: l'inconsapevolezza che il cambiamento non sia avvenuto alla base, ma alla cuspide della piramide, e che il cambiamento sociale di espressione e delle mode non sia altroché un riflesso di tale cambiamento.
Allora evidentemente ci sentiamo tutti un po' spaesati, mal interpretati e mal rappresentati dai quali dovrebbero essere i nostri rappresentanti.
Ma allora come mai tutto sommato al popolo questo va bene? Debbo dire che questa non è di certo una delle domande frequenti da me a me medesimo posta, però, penso di potere ugualmente rispondermi da solo.
La questione ruota squisitamente attorno al fatto dell'immagine: spesso al nome non corrisponde più un'identità, quanto il politico dell'oggi è un uomo, che, nonostante possa avere indubbi esercizi di potere e di prestigio, tale rimane. Egli non è né un re di sangue nobile e tanto meno uno statista da idolatrare, proprio perché in sé non incarna il prototipo dell'ideale e dell'identità. Il politico ha un'unica concreta differenza rispetto alla maggioranza medio e bassa del popolo: lo smisurato salario che percepisce per svolgere la sua pubblica funzione.
Ed ecco che allora l'immagine del leader riaffiora nel quadro generale dell'inconscio collettivo cristallina come non mai. L'uomo rappresentante il Paese è da una parte come tutti, senza alcunché di straordinario nella sua figura formale, ma possiede un tenore di vita ben diverso dalla stragrande maggioranza dei cittadini del suo popolo. E allora nella mente dell'uomo, tutto si condensa in un conflittuale desiderio di odio, apatia e disprezzo verso una classe dirigente non rappresentante non perché diversa nell'ideologia ma poiché discorde al concetto del senso civico dell'etica morale del tempo. L'archetipo del politico antico è quello di un uomo esercitante l'intero monopolio decisionale. Basti pensare a Nabucodonosor II di Babilonia, a Dario di Persia, a Giulio Cesare, a Luigi XIV di Francia, ed è per cui logico attendersi un disprezzo nei confronti di una metodo politico che riecheggia in quell'ambiguo passato, talvolta glorificato per sfuggirvici trovando salvaguardia nei suoi fasti e altre volte rappresentato come segno del più evidente male umano.
Proprio questi quattro sovrani, rappresentati altrettanti periodi di egemonia storica, possono andare a rappresentare figuratamente la già citata tetralogia: ovverosia il pane, l'ozio, la felicità e la speranza.
- Nabucodonosor secondo, è il monarca del pane, poiché egli risolleva le regioni nordiche della Mesopotamia dal magro e ultimo periodo assiro, dominato dalle lotte fra questi, i Medi e appunto i Babilonesi. Sotto la sua guida risorge dalle ceneri l'impero babilonese, al punto da diventare il più potente e preparato della regione portante il suo stesso nome.
- Dario primo di Persia, è il monarca dell'ozio, in quanto egli - figlio di Vistàspa - fregia la propria figura sull'inerzia della vastità e della ricchezza del suo impero acheménide. Trova un regno già forte e costituito, ed egli, altro non fa che decorarlo con l'arte del suo tempo, valorizzando quella che lui trasforma nella sua più bella città, Persépoli.
- Caio Giulio Cesare, è il monarca della felicità: la sua carriera politica è stata senz'altro il massimo verso il quale un uomo di ambizioni possa ambire. La fama di Cesare è perseguita fino ai giorni nostri, tra il mito e la diceria. Egli oltre a essere politico - alla fine - assolutista, è anche uno stratega e un lucido storico, il quale rappresenta col suo essere la felicità della vita. - Luigi XIV di Francia - infine - è il monarca della speranza. Una speranza ambivalente, giacché può essere interpretata sua, come del popolo. La sua speranza - forse esaudita, forse no - è quella di divenire uno sorta di divinità, un essere sopra a tutti gli uomini: un uomo che da solo, come il Sole, domina il cielo. Quella del popolo, è la soddisfatta ma ancora persistente speranza di libertà, fraternità e uguaglianza.
Vi è dunque in parte un odio e in parte un amore, in quanto l'uomo necessita intransigentemente di una guida comandante. Questa però, non deve risultare troppo lontana della realtà del soggetto in causa, poiché altrimenti finisce per divenire agli occhi della plebe una figura troppo potente, e quindi potenzialmente decisiva nelle vicende quotidiane.
E' nata dunque la configurazione del politico moderno; potente solo per sé e per i propri scopi personali di pane, di ozio, di felicità e speranza, e non per esercizi politici. Il rappresentante è una carica perpetuamente vacante, interpretata da un personaggio a seconda della situazione del periodo storico. Ma i suoi requisiti, aldilà della personalità, sono sempre i medesimi.
Questo chiaramente implica la possibilità di sovvertire l'esercizio della gestione, e dunque la possibilità di comandare non più tramite il corrompere o la minaccia verso la carica istitutiva, ma con un'amalgama etica - quindi di requisiti puri - verso l'ente astratto che questi, più dei cittadini, rappresentano.
Si potrebbe in questo caso ampliare la questione riguardante il fatto i sotterfugi e le associazioni a delinquere che svariano attorno a questi impianti. E' allorché risaputo che importanti enti massonici, uscendo dal loro perimetro di azione primitiva, esercitino influenze politiche, come è oserei dire "storico" il rapporto di collusione fra la figura statale e la mafia.
Queste sono certamente due aspetti criminali influenzanti i meccanismi governativi, ed è anche per colpa delle speculazioni fra queste istituzioni, che il nostro patrimonio perde la sua valenza contemplativa per trasformarsi in un inconcepibile sistema di ricavo e riciclaggio e di denaro.
L'arte è di tutti non perché appartiene a tutti o a tutti sia accessibile, ma perché è di un ognuno di noi.
lunedì 25 maggio 2015
giovedì 21 maggio 2015
Diario: "22 Maggio"
22/05/15
Mi angoscia la possibilità di saper fare una cosa molto bene. Io sono una persona discreta ma poliedrica, vivo di eclettismo, mi cibo di ambiguità. Per sentirmi libero devo sempre abbinare il conosciuto allo sconosciuto: l'etichetta è un'ansimante prigione d'oro e di cristallo che trasforma quel poco di buono che c'è in me in un flagellante martirio dell'Essere e dell'Esistere.
Si sfugge sempre infatti dalla possibilità dell'Essere; ogni uomo si odia in quanto tale, poiché egli sa inconsciamente che la vita è sostanzialmente una punizione da pagare, una pena da scontare su più basse frequenze e dimensioni. Questa è la mia idea.
E' fu così che allora Margherita Lotti (1381-1457) - al secolo santa Rita - da succube vittima della casta, della società e dell''ideologia bigotta, divenne esimia protettrice del destino degli infelici. Ella in giovine età sentì la vocazione di farsi suora e di entrare in convento. I suoi genitori, però - essendo genti di pura e pragmatica sostanza - le vietarono ogni libertà, disegnando a tavolino il cammino, fintantoché non morirono. Margherita si sposò, ebbe due figli, e fece la madre. Più i figli crebbero più ella si sentiva schiacciata in una morsa; più i genitori invecchiavano e più ella si sentiva dispersa in quel mondo acre di paese agricolo, modesto e scosso dalle continue diatribe tra ghibellini e "li nemici" guelfi.
L'arte della penna, benché promiscua, non può di certo raccontare tutto quanto. E allora uno scrittore stanco e nauseato, per avvalorare la sua tesi che ben certamente stravolgerà in positivo il mondo, si trova sempre dinnanzi a un bivio antitetico esistenziale: procedere in una selva confusa e senza fine dove si racconta la verità, oppure narrare una vita parallela ed entusiasmarsi di come la matrice di essa - ovverosia la vita di tutti i giorni; la vita olografica - sia varia e piacevole? Bella domanda.
Oggi mi sono svegliato verso pranzo. Consumatolo al volo - ho mangiato i cappelletti in brodo - al balzo della più fugace e desueta semifusa, sono planato assieme alla mia mamma alla Scuola di Musica in Vado Ligure. Erano le due e qualcosa del pomeriggio. Ho parlato col maestro di pianoforte, mi sono iscritto, e ho ricevuto l'orario delle lezioni. Lungo il ritorno, ci siamo fermati tra Vado e Savona per fare diverse commissioni, tant'è, che siamo tornati in Spotorno verso le cinque. Rimanendo sempre in macchina, ho girato sulle varie frequenze radiofoniche e mi sono imbattuto in almeno un paio di occasioni in discussioni sulla santa Rita, che io non conoscevo. Nel contempo, si è stanziata sui cieli savonesi una nube fosca e oscura che ha mutato in pochi minuti il clima da freddo primaverile a umido e ventoso. Da quei frangenti traggo la riflessione del giorno: i cambiamenti esteriori sono i segnali di un drastico mutamento di vedute interne. Ogni essere senziente di questa vita è un coltivatore di fragili germogli, in continua esposizione delle rose dei venti. Ma allo stesso tempo prega a ogni dì che il vento sradichi la sua opera fino alle radici. Dal velcro della monotonia e della insoddisfazione, tesse la ragione della sua libertà; ogni talento naturale si sente dunque inadeguato alla vita finché non trova la sua strada. La mia sola nevrosi è quella di trovarvici qualcun'altro, per cui, districandomi tra spine, camelie e mangrovie, sto spianando lentamente il mio sentiero.
23 Maggio
- "Riflessioni congiunte di notturne conversazioni facebookiane"
Terminati i loschi e iracondi piaceri della gioventù, si staglia all'orizzonte dell'ominide il cinico pragmatismo della vita: egli da quel momento è un essere maturo, o in fase finale di maturazione. Si sente libero da ogni vincolo effettivo e padrone supremo del suo piccolo ma ordinato mondo (destino). L'effettiva situazione è davvero questa? sarà per davvero così?
No, a quel punto è un semplice individuo; inerme e incapace di volere o di sognare: senza alcun obiettivo prefissato. Vive e basta, consumato come un braciere nell'ardere del suo dinamismo.
E fu così che un giorno, un uomo stanziatosi a bivaccare in un accampamento primitivo, alla notte, ammirando le stelle focose bruciare nell'oscurità del cielo; immaginò una storia, e de essa scoprì se stesso.
Da qui parte questo breve viaggio frammentario, che ho già espresso e sto già esprimendo nel mio "La città di Prelba".
- L'origine del mondo
Mosè è la rappresentazione "umana" della perfezione divina, che nel tanakh rappresenta la Legge stessa. La Torah è Jahweh e Jahweh è la Torah: l'ordine che Mosè ha rappresentato per gli uomini. Tutto ciò porta a una fedele e intensa immedesimazione con la vita e le sue forme. Ogni oggetto acquisisce significato, e quindi ogni atto che lo rappresenta si riempie di senso. L'uomo individuale si riscopre nella Legge: il princìpio di amalgama sociale sotto un unico ordine d'idee.
Lo yoga, rifacendosi al suo stesso significato, ovvero unione, è proprio il ritorno a quella parte arcaica e immanente della coscienza che gli antichi hanno sempre rappresentato nei loro miti. Dalle storie sumere, ai racconti della civiltà dell'Indo, fino alla più recente rivisitazione biblica. E' interessante notare come l'episodio più frequente sia quello dell'eroe: ogni religione ha il suo eroe e il viaggio che lo rappresenta e lo mette nelle condizioni di diventare tale. Gilgamesh, Bhàrata, Rama, Eracle, Enea, Odisseo, Mosè, Gesù: sono tutti esempi di personaggi straordinari, carismatici, forti e audaci molto diversi che si distinguono tutti però per una particolarità. Ovverosia quella del continuo rispetto per l'identità interiore; una sacrale coerenza in ciò che fanno al cospetto delle avversità.
Poi c'è l'origine scientifica, quella più antropologica e forse, meno entusiasmante.
Un episodio ha trattato l'origine del mondo e ha fatto vedere delle tribù che parlano una lingua senza suoni. Sono schiocchi di lingua.
Ha fatto vedere una tribù a nord est del Sudafrica e una in Tanzania. Comunicano uguale. Quella era la comunicazione di primissimi uomini dell'Africa madre, che poi sono migrati probabilmente dallo stretto che divide il Corno d'Africa attuale dallo Yemen e si sono dislocati un po' ovunque.
Quando si trattano i testi antichi, purtroppo si ha un netto pregiudizio verso quelle che nell'odierno sono religioni obsolete. Noto comunque che in questi ultimi anni la concezione dei testi - specie quello biblico, dunque tanakh e Vangeli - ha preso un risvolto interpretativo "tecnologico". Mi spiego meglio: molti - e non nascondo di non considerare questa tesi - considerano i fatti biblici nel particolare documentazioni storiche di un contatto umano con civiltà extraterrestri più avanzate tecnologicamente, e forse, spiritualmente.
Quello dei rapimenti è un fenomeno strano che purtroppo viene infangato dalle speculazioni e finisce per diventare ridicolo. Ci sono alcuni studiosi che hanno tratto conclusioni interessanti - penso ai nostri contemporanei compaesani Malanga e Biglino - attraverso studi pluriennali. L'idea di un Dio alieno inizia a prendere forma popolare agli inizi degli anni Sessanta, in Italia e non solo anche grazie ai libri romanzati di Kolosimo, oltre ovviamente alle missioni lunari Apollo e alla pubblicazione dei referti sui celebri "foo fighters", le sfere luminose apparentemente intelligenti, registrate durante i voli della seconda guerra mondiale.
L'idea fondamentalmente si basa su un velato ed apparente mistero: l'origine della civiltà, per l'appunto raccontata per la prima volta da quell'uomo che una notte si fermò un attimo a guardare le stelle.
La storia dei Sumeri, padri più o meno consapevoli della florida civiltà d'occidente, è certamente misteriosa. Quello che sorprende i più è la completezza dell'ordinamento e dell'organizzazione sociale che questi attuarono alla fine del rozzo neolitico. E aldilà delle loro storie e dei loro miti, questa particolarità induce una parte logica a collaborare con mito, fantasia e attualità, dando vita alla possibilità verso la quale questi sarebbero stati agevolati da alieni al Pianeta. Nessuno ha poi mai sentito il sumero, anche se potrei supporre abbia delle sonorità sanscrite, o comunque indoiraniche, oppure semplicemente - come ho scritto qualche in su - gutturali.
Quello che ormai è inequivocabile è che è più facile immaginarsi un'astronave cromata che scende dal cielo anziché l'angelo luminoso con tanto di trombetta.
Tralasciando l'aspetto letterale, quanto si può enucleare e comprendere dell'antico è a mio modo di intendere in seguente:
I mistici mesopotamici ed egizi hanno espresso, i filosofi pre-socratici e socratici hanno raccolto e divulgato, Diogene Laerzio ha raccolto e divulgato il raccolto del raccolto divulgato. Nei miti mesopotamici, egizi, piuttosto che hindù c'è già la forma del percorso dell'uomo. Te l'ho scritto l'altro ieri, nella rappresentazione del mito dell'eroe. Tutte è nato lì: Tigri, Eufrate, Nilo e Indo. Ciò che è venuto è stato ed è un continuo e incessante riflesso del mito e della tradizione
- Finché non si toccano i pozzi petroliferi si sta a guardare
<<L'unica consolazione è che Inglesi e Francesi si siano già presi buon materiale in passato. No, in pratica l'Isis ha vinto contro la resistenza che ritirandosi ha lasciato incustodita la zona. C'erano pochi soldati a proteggerla e li tutti sgozzati...
Poi la carenza dell'occidente è enorme. Ma cosa ci sta a fare l'Unesco se non è tutelato? Cioè questi distruggono patrimoni dell'umanità e non accade nulla. Una coalizione seria interverebbe in massa, benché il territorio che occupano sia vastissimo.>>
- L'antico Egitto
La verità è che l'Egitto è stato conquistato una volta e ha potuto così sviluppare una precisa identità
Oltre al Mediterraneo si affacciava anche sul mar Rosso, e da là partivano molte navi per Ubar e il Regno di Saba
Sì, certo. Però la posizione dell'Egitto era molto più strategica. Come del resto quella italica. Era una via di mezzo...se volevi andare in Palestina, per dire, oppure in Siria, dovevi per forza fare scalo ad Alessandria
le città-stato egizie sono molto diverse fra loro. In ognuna c'è il sacerdote capo, che però è un emissario per conto del re, che tutto comanda e gestisce
Questo nei grandi imperi è essenziale...non durerebbe molto un unico re che amministra tutto. L'unico esempio lapalissiano e controcorrente che ora mi viene in mente è quello nella Persia di Dario
L'importanza del popolo non vuol dire nulla...anzi, è proprio dall'importanza del popolo e dell'identità che sono nate le ideologie basate sulla discriminazione. Nel nazismo, il popolo era tutto...la concettualità pratica della purezza.,
Eh sì, un po' tutti gli imperi erano così, e questa in fin dei conti è la politica migliore. Vedi la Germania o gli Stati Uniti, per dire. Ognuno si governa da sé; siamo tutti italiani, ma io sono ligure e tu non so di dove sei, per cui sei pure un potenziale concorrente
Lunedì 25/05
"La tomba a cielo aperto"
Il pensamento odierno, lunedì 25 maggio, verte al paese italiano: una semplice riflessione che porge lo sguardo sul suo passato, attraverso l'illustrazione delle azioni immonde del presente, e con la chiosa auspicante nel vedere o nel lasciare, un domani, l'incommensurabile patrimonio artistico e intellettuale, in mani di uomini più preparati e consci dell'arte e dei doni dell'Eterno.
La constatazione riguardante l'Italia una nazione decadente è ormai tema popolare percepibile all'ordine del giorno. L'inconscio collettivo sente un malessere incondizionato che tocca tutti i rami della società; il pessimismo regna sovrano per le strade, nei mezzi di informazione, nei luoghi di incontro. Ma questo non è il tema che ci riguarda. Personalmente non considero l'Italia degli anni del Duemila peggio dell'Italia degli anni Ottanta, di inizio Novecento, piuttosto che della seconda parte dell'Ottocento. Anzi.
Per fare un ipotetico paragone, anche andando indietro negli anni or sono, lungi da Odoacre e l'antica Roma, si dovrebbe possedere una cosa che non la si ha: il senso civico dell'etica morale del tempo. La soddisfazione che un uomo può manifestare per un'organizzazione sociale del suo tempo, oppure per una determinata opera d'arte, è infatti riconducibile allo stretto rapporto che egli ha con essa e cosa essa per egli rappresenta come individuo, e non come persona della comunità. Mi pare perciò ovvio il fatto secondo il quale solo gli storici - quantunque anch'essi lontani - siano, in quanto a stretto contatto con la realtà popolare - la quale esprime nel collettivo la maggioranza dell'esigenza individuale - gli unici tali a poter avanzare raffronti ed elaborare tesi a riguardo. Aldilà del fatto che l'aspetto sociale - quindi animale - è un conto e l'aspetto artistico - dunque estetico è - un altro. Benché certamente un monumento, per esempio, possa ricoprire entrambe le cariche: fungendo o come ente utilitario e pragmatico oppure da ente consolatorio, quindi dedito a lasciare un'armonica testimonianza nell'altrimenti bisbetico rapporto tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda.
Fare l'elenco convenzionale delle opere della penisola italica non avrebbe sostanzialmente un senso, e, oltremodo non trarrebbe giovo alla mia più ontologica riflessione. E' risaputo che il Bel Paese, da come esprime il nome, sia il territorio col maggiore numero di patrimoni artistici del Pianeta. Davanti alle sconfinate Cina e Russia; alle medievali Francia e Germania; alla misteriosa America latina, alla madre Africa e alla Mezzaluna Fertile.
Per far meglio comprendere quale effettivamente sia la natura fallace originaria della situazione, è sufficiente chiamare in causa l'interno l'apparato che dovrebbe non solo tutelare, ma anche valorizzare questo materiale, altrimenti in sé incompreso.
La "valorizzazione del patrimonio culturale", purtroppo per noi, è una frase in costante progressione; una locuzione di rito utile come paracadute per chi il suo lavoro lo ricopre per meri fini personali, anziché per un più lungimirante impegno pubblico, che comunque lo riguarderebbe totalmente, prima ancora, come individuo.
La sensazione che si ha guardando l'Italia, ma anche il mondo, perché no, è quella di vedere tante piccole polis immedesimarsi in se stesse e in quella che è la loro animalesca e istintiva tetralogia: pane, ozio, felicità e speranza.
La libertà delle azioni dell'uomo non possono prescindere dalle conseguenze che da queste scaturiscono. Per cui, ognuno deve bene stare attento a badare non solo a quello che può essere l'atto nell'immediato, bensì prolungare il suo ragionamento a un piano di più ampie vedute. E questo dicasi sia per la parte effettivamente individuale, ché per quella condivisa.
D'altro canto, è altresì improponibile vivere in base a quelle che saranno le conseguenze dei gesti; quindi la soluzione sarebbe - e tengo a sottolineare il condizionale - quella di garantire un maggiore zelo in tutti gli ambiti istitutivi e lavorativi, poiché è da là che partirà il lavoro di costruzione per un migliore innalzamento medio. Se, e certamente e solo se lo si vorrà veramente attuare.
Gli antichi erano viaggiatori di sogni. Essi, riuscivano a trovare nel silenzio della notte la risposta cosmogonica alle loro domande. Il desiderio di sapere e dominare quel fitto mistero fu più forte degli evidenti limiti tecnici, al punto in cui si arrivò in una zona di non ritorno. Arrivò un momento - abbastanza vicino - nel quale l'uomo smise di sognare, perché aveva già tutto: poteva andare sulla Luna, là dove solo i grandi dèi della natura potevano arrivare ad ambire; An, l'essenza del cielo che dominava Ki, la sua terra. La sua amata e florida terra. Qualche Igigi poi passava tra le due estremità nella sua universale natura apolide, affinché in terra gli uomini potessero contemplare da vicino la magnificenza del divino, e in cielo si potesse sperimentare la breve ma intensa vita degli uomini. An e Ki si incontravano nell'infinita e comune distesa dell'orizzonte; si toccavano appena, in un flebile segmento che divideva il cielo dal mare o dalla pianura. Vicino nel desiderio desiderio di quegli uomini, lontano dalla loro realtà e dello sfrenato verticalismo archetipicamente gotico delle ziqqurat.
Mi immagino un uomo della Mesopotamia osservare la grande distesa davanti a sé cadere e risalire in cielo dalla distante linea del tramonto. Percepisco il suo morboso ed entusiasta desiderio di attraversare quella soglia, per capire finalmente cosa diavolo si celi aldilà dei cieli. Laddove "la acque" (- ebraico "shamaìm" -) danno vita per l'appunto ai "cieli" (- ebraico "shamaìm" -).
L'uomo è dunque sazio di scoperte? Ha trovato nel dominio tecnico della natura la fonte del suo principio esistenziale?
E' certo che l'uomo moderno si sopravvaluti; è convinto di essere il testimone del grande progresso e cambiamento psicologico, nonché esistenziale, che ha investito come un fiume in piena i pleonastici sedimenti dell'antica era millenaria.
Il proletariato ha visto un radicale cambiamento di potere: sopra di sé ora non sente più il peso di un'oligarchica famiglia monarchica, bensì un intero apparato monetario sempre più teso a un cosmopolitismo formalmente comunista - nel senso tecnico del termine - e meritocratico, ma sostanzialmente elitario e aristocratico.
Forse quindi il problema del genere umano è uno, è quello più evidente nei fatti e nelle parole: l'inconsapevolezza che il cambiamento non sia avvenuto alla base, ma alla cuspide della piramide, e che il cambiamento sociale di espressione e delle mode non sia altroché un riflesso di tale cambiamento.
Allora evidentemente ci sentiamo tutti un po' spaesati, mal interpretati e mal rappresentati dai quali dovrebbero essere i nostri rappresentanti.
Ma allora come mai tutto sommato al popolo questo va bene? Debbo dire che questa non è di certo una delle domande frequenti da me a me medesimo posta, però, penso di potere ugualmente rispondermi da solo.
La questione ruota squisitamente attorno al fatto dell'immagine: spesso al nome non corrisponde più un'identità, quanto il politico dell'oggi è un uomo, che, nonostante possa avere indubbi esercizi di potere e di prestigio, tale rimane. Egli non è né un re di sangue nobile e tanto meno uno statista da idolatrare, proprio perché in sé non incarna il prototipo dell'ideale e dell'identità. Il politico ha un'unica concreta differenza rispetto alla maggioranza medio e bassa del popolo: lo smisurato salario che percepisce per svolgere la sua pubblica funzione.
Ed ecco che allora l'immagine del leader riaffiora nel quadro generale dell'inconscio collettivo cristallina come non mai. L'uomo rappresentante il Paese è da una parte come tutti, senza alcunché di straordinario nella sua figura formale, ma possiede un tenore di vita ben diverso dalla stragrande maggioranza dei cittadini del suo popolo. E allora nella mente dell'uomo, tutto si condensa in un conflittuale desiderio di odio, apatia e disprezzo verso una classe dirigente non rappresentante non perché diversa nell'ideologia ma poiché discorde al concetto del senso civico dell'etica morale del tempo. L'archetipo del politico antico è quello di un uomo esercitante l'intero monopolio decisionale. Basti pensare a Nabucodonosor II di Babilonia, a Dario di Persia, a Giulio Cesare, a Luigi XIV di Francia, ed è per cui logico attendersi un disprezzo nei confronti di una metodo politico che riecheggia in quell'ambiguo passato, talvolta glorificato per sfuggirvici trovando salvaguardia nei suoi fasti e altre volte rappresentato come segno del più evidente male umano.
Proprio questi quattro sovrani, rappresentati altrettanti periodi di egemonia storica, possono andare a rappresentare figuratamente la già citata tetralogia: ovverosia il pane, l'ozio, la felicità e la speranza.
- Nabucodonosor secondo, è il monarca del pane, poiché egli risolleva le regioni nordiche della Mesopotamia dal magro e ultimo periodo assiro, dominato dalle lotte fra questi, i Medi e appunto i Babilonesi. Sotto la sua guida risorge dalle ceneri l'impero babilonese, al punto da diventare il più potente e preparato della regione portante il suo stesso nome.
- Dario primo di Persia, è il monarca dell'ozio, in quanto egli - figlio di Vistàspa - fregia la propria figura sull'inerzia della vastità e della ricchezza del suo impero acheménide. Trova un regno già forte e costituito, ed egli, altro non fa che decorarlo con l'arte del suo tempo, valorizzando quella che lui trasforma nella sua più bella città, Persépoli.
- Caio Giulio Cesare, è il monarca della felicità: la sua carriera politica è stata senz'altro il massimo verso il quale un uomo di ambizioni possa ambire. La fama di Cesare è perseguita fino ai giorni nostri, tra il mito e la diceria. Egli oltre a essere politico - alla fine - assolutista, è anche uno stratega e un lucido storico, il quale rappresenta col suo essere la felicità della vita. - Luigi XIV di Francia - infine - è il monarca della speranza. Una speranza ambivalente, giacché può essere interpretata sua, come del popolo. La sua speranza - forse esaudita, forse no - è quella di divenire uno sorta di divinità, un essere sopra a tutti gli uomini: un uomo che da solo, come il Sole, domina il cielo. Quella del popolo, è la soddisfatta ma ancora persistente speranza di libertà, fraternità e uguaglianza.
Vi è dunque in parte un odio e in parte un amore, in quanto l'uomo necessita intransigentemente di una guida comandante. Questa però, non deve risultare troppo lontana della realtà del soggetto in causa, poiché altrimenti finisce per divenire agli occhi della plebe una figura troppo potente, e quindi potenzialmente decisiva nelle vicende quotidiane.
E' nata dunque la configurazione del politico moderno; potente solo per sé e per i propri scopi personali di pane, di ozio, di felicità e speranza, e non per esercizi politici. Il rappresentante è una carica perpetuamente vacante, interpretata da un personaggio a seconda della situazione del periodo storico. Ma i suoi requisiti, aldilà della personalità, sono sempre i medesimi.
Questo chiaramente implica la possibilità di sovvertire l'esercizio della gestione, e dunque la possibilità di comandare non più tramite il corrompere o la minaccia verso la carica istitutiva, ma con un'amalgama etica - quindi di requisiti puri - verso l'ente astratto che questi, più dei cittadini, rappresentano.
Si potrebbe in questo caso ampliare la questione riguardante il fatto i sotterfugi e le associazioni a delinquere che svariano attorno a questi impianti. E' allorché risaputo che importanti enti massonici, uscendo dal loro perimetro di azione primitiva, esercitino influenze politiche, come è oserei dire "storico" il rapporto di collusione fra la figura statale e la mafia.
Queste sono certamente due aspetti criminali influenzanti i meccanismi governativi, ed è anche per colpa delle speculazioni fra queste istituzioni, che il nostro patrimonio perde la sua valenza contemplativa per trasformarsi in un inconcepibile sistema di ricavo e riciclaggio e di denaro.
L'arte è di tutti non perché appartiene a tutti o a tutti sia accessibile, ma perché è di un ognuno di noi.
Chissà se questa è stata una riflessione giornaliera, oppure un'introduzione e un'argomentazione maggiormente vasta. Si vedrà, ad ogni modo ora sono le 2:13 della notte, tra poco salirò su in camera per andare a dormire, e domani, dopo pranzo, prenderò la corriera per andare a Vado, ove avrò la prima lezione di pianoforte col maestro, ottimisticamente propedeutica all'esame di ammissione al conservatorio.
Mi angoscia la possibilità di saper fare una cosa molto bene. Io sono una persona discreta ma poliedrica, vivo di eclettismo, mi cibo di ambiguità. Per sentirmi libero devo sempre abbinare il conosciuto allo sconosciuto: l'etichetta è un'ansimante prigione d'oro e di cristallo che trasforma quel poco di buono che c'è in me in un flagellante martirio dell'Essere e dell'Esistere.
Si sfugge sempre infatti dalla possibilità dell'Essere; ogni uomo si odia in quanto tale, poiché egli sa inconsciamente che la vita è sostanzialmente una punizione da pagare, una pena da scontare su più basse frequenze e dimensioni. Questa è la mia idea.
E' fu così che allora Margherita Lotti (1381-1457) - al secolo santa Rita - da succube vittima della casta, della società e dell''ideologia bigotta, divenne esimia protettrice del destino degli infelici. Ella in giovine età sentì la vocazione di farsi suora e di entrare in convento. I suoi genitori, però - essendo genti di pura e pragmatica sostanza - le vietarono ogni libertà, disegnando a tavolino il cammino, fintantoché non morirono. Margherita si sposò, ebbe due figli, e fece la madre. Più i figli crebbero più ella si sentiva schiacciata in una morsa; più i genitori invecchiavano e più ella si sentiva dispersa in quel mondo acre di paese agricolo, modesto e scosso dalle continue diatribe tra ghibellini e "li nemici" guelfi.
L'arte della penna, benché promiscua, non può di certo raccontare tutto quanto. E allora uno scrittore stanco e nauseato, per avvalorare la sua tesi che ben certamente stravolgerà in positivo il mondo, si trova sempre dinnanzi a un bivio antitetico esistenziale: procedere in una selva confusa e senza fine dove si racconta la verità, oppure narrare una vita parallela ed entusiasmarsi di come la matrice di essa - ovverosia la vita di tutti i giorni; la vita olografica - sia varia e piacevole? Bella domanda.
Oggi mi sono svegliato verso pranzo. Consumatolo al volo - ho mangiato i cappelletti in brodo - al balzo della più fugace e desueta semifusa, sono planato assieme alla mia mamma alla Scuola di Musica in Vado Ligure. Erano le due e qualcosa del pomeriggio. Ho parlato col maestro di pianoforte, mi sono iscritto, e ho ricevuto l'orario delle lezioni. Lungo il ritorno, ci siamo fermati tra Vado e Savona per fare diverse commissioni, tant'è, che siamo tornati in Spotorno verso le cinque. Rimanendo sempre in macchina, ho girato sulle varie frequenze radiofoniche e mi sono imbattuto in almeno un paio di occasioni in discussioni sulla santa Rita, che io non conoscevo. Nel contempo, si è stanziata sui cieli savonesi una nube fosca e oscura che ha mutato in pochi minuti il clima da freddo primaverile a umido e ventoso. Da quei frangenti traggo la riflessione del giorno: i cambiamenti esteriori sono i segnali di un drastico mutamento di vedute interne. Ogni essere senziente di questa vita è un coltivatore di fragili germogli, in continua esposizione delle rose dei venti. Ma allo stesso tempo prega a ogni dì che il vento sradichi la sua opera fino alle radici. Dal velcro della monotonia e della insoddisfazione, tesse la ragione della sua libertà; ogni talento naturale si sente dunque inadeguato alla vita finché non trova la sua strada. La mia sola nevrosi è quella di trovarvici qualcun'altro, per cui, districandomi tra spine, camelie e mangrovie, sto spianando lentamente il mio sentiero.
23 Maggio
- "Riflessioni congiunte di notturne conversazioni facebookiane"
Terminati i loschi e iracondi piaceri della gioventù, si staglia all'orizzonte dell'ominide il cinico pragmatismo della vita: egli da quel momento è un essere maturo, o in fase finale di maturazione. Si sente libero da ogni vincolo effettivo e padrone supremo del suo piccolo ma ordinato mondo (destino). L'effettiva situazione è davvero questa? sarà per davvero così?
No, a quel punto è un semplice individuo; inerme e incapace di volere o di sognare: senza alcun obiettivo prefissato. Vive e basta, consumato come un braciere nell'ardere del suo dinamismo.
E fu così che un giorno, un uomo stanziatosi a bivaccare in un accampamento primitivo, alla notte, ammirando le stelle focose bruciare nell'oscurità del cielo; immaginò una storia, e de essa scoprì se stesso.
Da qui parte questo breve viaggio frammentario, che ho già espresso e sto già esprimendo nel mio "La città di Prelba".
- L'origine del mondo
Mosè è la rappresentazione "umana" della perfezione divina, che nel tanakh rappresenta la Legge stessa. La Torah è Jahweh e Jahweh è la Torah: l'ordine che Mosè ha rappresentato per gli uomini. Tutto ciò porta a una fedele e intensa immedesimazione con la vita e le sue forme. Ogni oggetto acquisisce significato, e quindi ogni atto che lo rappresenta si riempie di senso. L'uomo individuale si riscopre nella Legge: il princìpio di amalgama sociale sotto un unico ordine d'idee.
Lo yoga, rifacendosi al suo stesso significato, ovvero unione, è proprio il ritorno a quella parte arcaica e immanente della coscienza che gli antichi hanno sempre rappresentato nei loro miti. Dalle storie sumere, ai racconti della civiltà dell'Indo, fino alla più recente rivisitazione biblica. E' interessante notare come l'episodio più frequente sia quello dell'eroe: ogni religione ha il suo eroe e il viaggio che lo rappresenta e lo mette nelle condizioni di diventare tale. Gilgamesh, Bhàrata, Rama, Eracle, Enea, Odisseo, Mosè, Gesù: sono tutti esempi di personaggi straordinari, carismatici, forti e audaci molto diversi che si distinguono tutti però per una particolarità. Ovverosia quella del continuo rispetto per l'identità interiore; una sacrale coerenza in ciò che fanno al cospetto delle avversità.
Poi c'è l'origine scientifica, quella più antropologica e forse, meno entusiasmante.
Un episodio ha trattato l'origine del mondo e ha fatto vedere delle tribù che parlano una lingua senza suoni. Sono schiocchi di lingua.
Ha fatto vedere una tribù a nord est del Sudafrica e una in Tanzania. Comunicano uguale. Quella era la comunicazione di primissimi uomini dell'Africa madre, che poi sono migrati probabilmente dallo stretto che divide il Corno d'Africa attuale dallo Yemen e si sono dislocati un po' ovunque.
Quando si trattano i testi antichi, purtroppo si ha un netto pregiudizio verso quelle che nell'odierno sono religioni obsolete. Noto comunque che in questi ultimi anni la concezione dei testi - specie quello biblico, dunque tanakh e Vangeli - ha preso un risvolto interpretativo "tecnologico". Mi spiego meglio: molti - e non nascondo di non considerare questa tesi - considerano i fatti biblici nel particolare documentazioni storiche di un contatto umano con civiltà extraterrestri più avanzate tecnologicamente, e forse, spiritualmente.
Quello dei rapimenti è un fenomeno strano che purtroppo viene infangato dalle speculazioni e finisce per diventare ridicolo. Ci sono alcuni studiosi che hanno tratto conclusioni interessanti - penso ai nostri contemporanei compaesani Malanga e Biglino - attraverso studi pluriennali. L'idea di un Dio alieno inizia a prendere forma popolare agli inizi degli anni Sessanta, in Italia e non solo anche grazie ai libri romanzati di Kolosimo, oltre ovviamente alle missioni lunari Apollo e alla pubblicazione dei referti sui celebri "foo fighters", le sfere luminose apparentemente intelligenti, registrate durante i voli della seconda guerra mondiale.
L'idea fondamentalmente si basa su un velato ed apparente mistero: l'origine della civiltà, per l'appunto raccontata per la prima volta da quell'uomo che una notte si fermò un attimo a guardare le stelle.
La storia dei Sumeri, padri più o meno consapevoli della florida civiltà d'occidente, è certamente misteriosa. Quello che sorprende i più è la completezza dell'ordinamento e dell'organizzazione sociale che questi attuarono alla fine del rozzo neolitico. E aldilà delle loro storie e dei loro miti, questa particolarità induce una parte logica a collaborare con mito, fantasia e attualità, dando vita alla possibilità verso la quale questi sarebbero stati agevolati da alieni al Pianeta. Nessuno ha poi mai sentito il sumero, anche se potrei supporre abbia delle sonorità sanscrite, o comunque indoiraniche, oppure semplicemente - come ho scritto qualche in su - gutturali.
Quello che ormai è inequivocabile è che è più facile immaginarsi un'astronave cromata che scende dal cielo anziché l'angelo luminoso con tanto di trombetta.
Tralasciando l'aspetto letterale, quanto si può enucleare e comprendere dell'antico è a mio modo di intendere in seguente:
I mistici mesopotamici ed egizi hanno espresso, i filosofi pre-socratici e socratici hanno raccolto e divulgato, Diogene Laerzio ha raccolto e divulgato il raccolto del raccolto divulgato. Nei miti mesopotamici, egizi, piuttosto che hindù c'è già la forma del percorso dell'uomo. Te l'ho scritto l'altro ieri, nella rappresentazione del mito dell'eroe. Tutte è nato lì: Tigri, Eufrate, Nilo e Indo. Ciò che è venuto è stato ed è un continuo e incessante riflesso del mito e della tradizione
- Finché non si toccano i pozzi petroliferi si sta a guardare
<<L'unica consolazione è che Inglesi e Francesi si siano già presi buon materiale in passato. No, in pratica l'Isis ha vinto contro la resistenza che ritirandosi ha lasciato incustodita la zona. C'erano pochi soldati a proteggerla e li tutti sgozzati...
Poi la carenza dell'occidente è enorme. Ma cosa ci sta a fare l'Unesco se non è tutelato? Cioè questi distruggono patrimoni dell'umanità e non accade nulla. Una coalizione seria interverebbe in massa, benché il territorio che occupano sia vastissimo.>>
- L'antico Egitto
La verità è che l'Egitto è stato conquistato una volta e ha potuto così sviluppare una precisa identità
Oltre al Mediterraneo si affacciava anche sul mar Rosso, e da là partivano molte navi per Ubar e il Regno di Saba
Sì, certo. Però la posizione dell'Egitto era molto più strategica. Come del resto quella italica. Era una via di mezzo...se volevi andare in Palestina, per dire, oppure in Siria, dovevi per forza fare scalo ad Alessandria
le città-stato egizie sono molto diverse fra loro. In ognuna c'è il sacerdote capo, che però è un emissario per conto del re, che tutto comanda e gestisce
Questo nei grandi imperi è essenziale...non durerebbe molto un unico re che amministra tutto. L'unico esempio lapalissiano e controcorrente che ora mi viene in mente è quello nella Persia di Dario
L'importanza del popolo non vuol dire nulla...anzi, è proprio dall'importanza del popolo e dell'identità che sono nate le ideologie basate sulla discriminazione. Nel nazismo, il popolo era tutto...la concettualità pratica della purezza.,
Eh sì, un po' tutti gli imperi erano così, e questa in fin dei conti è la politica migliore. Vedi la Germania o gli Stati Uniti, per dire. Ognuno si governa da sé; siamo tutti italiani, ma io sono ligure e tu non so di dove sei, per cui sei pure un potenziale concorrente
Lunedì 25/05
"La tomba a cielo aperto"
Il pensamento odierno, lunedì 25 maggio, verte al paese italiano: una semplice riflessione che porge lo sguardo sul suo passato, attraverso l'illustrazione delle azioni immonde del presente, e con la chiosa auspicante nel vedere o nel lasciare, un domani, l'incommensurabile patrimonio artistico e intellettuale, in mani di uomini più preparati e consci dell'arte e dei doni dell'Eterno.
La constatazione riguardante l'Italia una nazione decadente è ormai tema popolare percepibile all'ordine del giorno. L'inconscio collettivo sente un malessere incondizionato che tocca tutti i rami della società; il pessimismo regna sovrano per le strade, nei mezzi di informazione, nei luoghi di incontro. Ma questo non è il tema che ci riguarda. Personalmente non considero l'Italia degli anni del Duemila peggio dell'Italia degli anni Ottanta, di inizio Novecento, piuttosto che della seconda parte dell'Ottocento. Anzi.
Per fare un ipotetico paragone, anche andando indietro negli anni or sono, lungi da Odoacre e l'antica Roma, si dovrebbe possedere una cosa che non la si ha: il senso civico dell'etica morale del tempo. La soddisfazione che un uomo può manifestare per un'organizzazione sociale del suo tempo, oppure per una determinata opera d'arte, è infatti riconducibile allo stretto rapporto che egli ha con essa e cosa essa per egli rappresenta come individuo, e non come persona della comunità. Mi pare perciò ovvio il fatto secondo il quale solo gli storici - quantunque anch'essi lontani - siano, in quanto a stretto contatto con la realtà popolare - la quale esprime nel collettivo la maggioranza dell'esigenza individuale - gli unici tali a poter avanzare raffronti ed elaborare tesi a riguardo. Aldilà del fatto che l'aspetto sociale - quindi animale - è un conto e l'aspetto artistico - dunque estetico è - un altro. Benché certamente un monumento, per esempio, possa ricoprire entrambe le cariche: fungendo o come ente utilitario e pragmatico oppure da ente consolatorio, quindi dedito a lasciare un'armonica testimonianza nell'altrimenti bisbetico rapporto tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda.
Fare l'elenco convenzionale delle opere della penisola italica non avrebbe sostanzialmente un senso, e, oltremodo non trarrebbe giovo alla mia più ontologica riflessione. E' risaputo che il Bel Paese, da come esprime il nome, sia il territorio col maggiore numero di patrimoni artistici del Pianeta. Davanti alle sconfinate Cina e Russia; alle medievali Francia e Germania; alla misteriosa America latina, alla madre Africa e alla Mezzaluna Fertile.
Per far meglio comprendere quale effettivamente sia la natura fallace originaria della situazione, è sufficiente chiamare in causa l'interno l'apparato che dovrebbe non solo tutelare, ma anche valorizzare questo materiale, altrimenti in sé incompreso.
La "valorizzazione del patrimonio culturale", purtroppo per noi, è una frase in costante progressione; una locuzione di rito utile come paracadute per chi il suo lavoro lo ricopre per meri fini personali, anziché per un più lungimirante impegno pubblico, che comunque lo riguarderebbe totalmente, prima ancora, come individuo.
La sensazione che si ha guardando l'Italia, ma anche il mondo, perché no, è quella di vedere tante piccole polis immedesimarsi in se stesse e in quella che è la loro animalesca e istintiva tetralogia: pane, ozio, felicità e speranza.
La libertà delle azioni dell'uomo non possono prescindere dalle conseguenze che da queste scaturiscono. Per cui, ognuno deve bene stare attento a badare non solo a quello che può essere l'atto nell'immediato, bensì prolungare il suo ragionamento a un piano di più ampie vedute. E questo dicasi sia per la parte effettivamente individuale, ché per quella condivisa.
D'altro canto, è altresì improponibile vivere in base a quelle che saranno le conseguenze dei gesti; quindi la soluzione sarebbe - e tengo a sottolineare il condizionale - quella di garantire un maggiore zelo in tutti gli ambiti istitutivi e lavorativi, poiché è da là che partirà il lavoro di costruzione per un migliore innalzamento medio. Se, e certamente e solo se lo si vorrà veramente attuare.
Gli antichi erano viaggiatori di sogni. Essi, riuscivano a trovare nel silenzio della notte la risposta cosmogonica alle loro domande. Il desiderio di sapere e dominare quel fitto mistero fu più forte degli evidenti limiti tecnici, al punto in cui si arrivò in una zona di non ritorno. Arrivò un momento - abbastanza vicino - nel quale l'uomo smise di sognare, perché aveva già tutto: poteva andare sulla Luna, là dove solo i grandi dèi della natura potevano arrivare ad ambire; An, l'essenza del cielo che dominava Ki, la sua terra. La sua amata e florida terra. Qualche Igigi poi passava tra le due estremità nella sua universale natura apolide, affinché in terra gli uomini potessero contemplare da vicino la magnificenza del divino, e in cielo si potesse sperimentare la breve ma intensa vita degli uomini. An e Ki si incontravano nell'infinita e comune distesa dell'orizzonte; si toccavano appena, in un flebile segmento che divideva il cielo dal mare o dalla pianura. Vicino nel desiderio desiderio di quegli uomini, lontano dalla loro realtà e dello sfrenato verticalismo archetipicamente gotico delle ziqqurat.
Mi immagino un uomo della Mesopotamia osservare la grande distesa davanti a sé cadere e risalire in cielo dalla distante linea del tramonto. Percepisco il suo morboso ed entusiasta desiderio di attraversare quella soglia, per capire finalmente cosa diavolo si celi aldilà dei cieli. Laddove "la acque" (- ebraico "shamaìm" -) danno vita per l'appunto ai "cieli" (- ebraico "shamaìm" -).
L'uomo è dunque sazio di scoperte? Ha trovato nel dominio tecnico della natura la fonte del suo principio esistenziale?
E' certo che l'uomo moderno si sopravvaluti; è convinto di essere il testimone del grande progresso e cambiamento psicologico, nonché esistenziale, che ha investito come un fiume in piena i pleonastici sedimenti dell'antica era millenaria.
Il proletariato ha visto un radicale cambiamento di potere: sopra di sé ora non sente più il peso di un'oligarchica famiglia monarchica, bensì un intero apparato monetario sempre più teso a un cosmopolitismo formalmente comunista - nel senso tecnico del termine - e meritocratico, ma sostanzialmente elitario e aristocratico.
Forse quindi il problema del genere umano è uno, è quello più evidente nei fatti e nelle parole: l'inconsapevolezza che il cambiamento non sia avvenuto alla base, ma alla cuspide della piramide, e che il cambiamento sociale di espressione e delle mode non sia altroché un riflesso di tale cambiamento.
Allora evidentemente ci sentiamo tutti un po' spaesati, mal interpretati e mal rappresentati dai quali dovrebbero essere i nostri rappresentanti.
Ma allora come mai tutto sommato al popolo questo va bene? Debbo dire che questa non è di certo una delle domande frequenti da me a me medesimo posta, però, penso di potere ugualmente rispondermi da solo.
La questione ruota squisitamente attorno al fatto dell'immagine: spesso al nome non corrisponde più un'identità, quanto il politico dell'oggi è un uomo, che, nonostante possa avere indubbi esercizi di potere e di prestigio, tale rimane. Egli non è né un re di sangue nobile e tanto meno uno statista da idolatrare, proprio perché in sé non incarna il prototipo dell'ideale e dell'identità. Il politico ha un'unica concreta differenza rispetto alla maggioranza medio e bassa del popolo: lo smisurato salario che percepisce per svolgere la sua pubblica funzione.
Ed ecco che allora l'immagine del leader riaffiora nel quadro generale dell'inconscio collettivo cristallina come non mai. L'uomo rappresentante il Paese è da una parte come tutti, senza alcunché di straordinario nella sua figura formale, ma possiede un tenore di vita ben diverso dalla stragrande maggioranza dei cittadini del suo popolo. E allora nella mente dell'uomo, tutto si condensa in un conflittuale desiderio di odio, apatia e disprezzo verso una classe dirigente non rappresentante non perché diversa nell'ideologia ma poiché discorde al concetto del senso civico dell'etica morale del tempo. L'archetipo del politico antico è quello di un uomo esercitante l'intero monopolio decisionale. Basti pensare a Nabucodonosor II di Babilonia, a Dario di Persia, a Giulio Cesare, a Luigi XIV di Francia, ed è per cui logico attendersi un disprezzo nei confronti di una metodo politico che riecheggia in quell'ambiguo passato, talvolta glorificato per sfuggirvici trovando salvaguardia nei suoi fasti e altre volte rappresentato come segno del più evidente male umano.
Proprio questi quattro sovrani, rappresentati altrettanti periodi di egemonia storica, possono andare a rappresentare figuratamente la già citata tetralogia: ovverosia il pane, l'ozio, la felicità e la speranza.
- Nabucodonosor secondo, è il monarca del pane, poiché egli risolleva le regioni nordiche della Mesopotamia dal magro e ultimo periodo assiro, dominato dalle lotte fra questi, i Medi e appunto i Babilonesi. Sotto la sua guida risorge dalle ceneri l'impero babilonese, al punto da diventare il più potente e preparato della regione portante il suo stesso nome.
- Dario primo di Persia, è il monarca dell'ozio, in quanto egli - figlio di Vistàspa - fregia la propria figura sull'inerzia della vastità e della ricchezza del suo impero acheménide. Trova un regno già forte e costituito, ed egli, altro non fa che decorarlo con l'arte del suo tempo, valorizzando quella che lui trasforma nella sua più bella città, Persépoli.
- Caio Giulio Cesare, è il monarca della felicità: la sua carriera politica è stata senz'altro il massimo verso il quale un uomo di ambizioni possa ambire. La fama di Cesare è perseguita fino ai giorni nostri, tra il mito e la diceria. Egli oltre a essere politico - alla fine - assolutista, è anche uno stratega e un lucido storico, il quale rappresenta col suo essere la felicità della vita. - Luigi XIV di Francia - infine - è il monarca della speranza. Una speranza ambivalente, giacché può essere interpretata sua, come del popolo. La sua speranza - forse esaudita, forse no - è quella di divenire uno sorta di divinità, un essere sopra a tutti gli uomini: un uomo che da solo, come il Sole, domina il cielo. Quella del popolo, è la soddisfatta ma ancora persistente speranza di libertà, fraternità e uguaglianza.
Vi è dunque in parte un odio e in parte un amore, in quanto l'uomo necessita intransigentemente di una guida comandante. Questa però, non deve risultare troppo lontana della realtà del soggetto in causa, poiché altrimenti finisce per divenire agli occhi della plebe una figura troppo potente, e quindi potenzialmente decisiva nelle vicende quotidiane.
E' nata dunque la configurazione del politico moderno; potente solo per sé e per i propri scopi personali di pane, di ozio, di felicità e speranza, e non per esercizi politici. Il rappresentante è una carica perpetuamente vacante, interpretata da un personaggio a seconda della situazione del periodo storico. Ma i suoi requisiti, aldilà della personalità, sono sempre i medesimi.
Questo chiaramente implica la possibilità di sovvertire l'esercizio della gestione, e dunque la possibilità di comandare non più tramite il corrompere o la minaccia verso la carica istitutiva, ma con un'amalgama etica - quindi di requisiti puri - verso l'ente astratto che questi, più dei cittadini, rappresentano.
Si potrebbe in questo caso ampliare la questione riguardante il fatto i sotterfugi e le associazioni a delinquere che svariano attorno a questi impianti. E' allorché risaputo che importanti enti massonici, uscendo dal loro perimetro di azione primitiva, esercitino influenze politiche, come è oserei dire "storico" il rapporto di collusione fra la figura statale e la mafia.
Queste sono certamente due aspetti criminali influenzanti i meccanismi governativi, ed è anche per colpa delle speculazioni fra queste istituzioni, che il nostro patrimonio perde la sua valenza contemplativa per trasformarsi in un inconcepibile sistema di ricavo e riciclaggio e di denaro.
L'arte è di tutti non perché appartiene a tutti o a tutti sia accessibile, ma perché è di un ognuno di noi.
Chissà se questa è stata una riflessione giornaliera, oppure un'introduzione e un'argomentazione maggiormente vasta. Si vedrà, ad ogni modo ora sono le 2:13 della notte, tra poco salirò su in camera per andare a dormire, e domani, dopo pranzo, prenderò la corriera per andare a Vado, ove avrò la prima lezione di pianoforte col maestro, ottimisticamente propedeutica all'esame di ammissione al conservatorio.
lunedì 18 maggio 2015
"Poesie psicologiche"
Vola Dean sulla tua nuvola leggera
raggiungi a capostipiti delle nostre famiglie lontane
soffia tra l'erbeggi della natura
col tuo zefiro perenne
e porta a essi il mio lugubre messaggio di pace
L'aurora sorge un altro giorno
e ciò corrisponde a un altro giorno al pascolo
non è un empirico busto di Piero Verri
che mi enuncia la via della verità
ma l'ennesimo manifesto dell'umiliazione
che mi spinge a fuggire dal mio tempo con le storie e la cultura
ave oh Miryiam delle stelle
volgi al mezzogiorno la mia distesa fatica
di lidi e di tramonti si nutre la mia menzogna
e benché dal flebile sussurro
la fessura del suo tempo è tetra, angusta: incolmabile.
Yukio vola sul tetto del mondo
l'onore nel cuore della katana
che sfreccia via nel mare
tra i boati di uno schianto
e una lettera in cantina
ormai in lacrime impregnata
La luna illuminava con le stelle il mondo
e la gente di cuore e sorridente e allegra
si divertiva con niente ai bordi dell'arenile
e beveva un goccio di vino che sapeva di sale
e mangiava un tozzo di pane che sapeva di mare
e poi udiva i propri sogni in una conchiglia
aspri e racchiusi nella salinità del tempo
disperdersi tra i singhiozzii di uno scoppio
un'ascia a spada che brandiva la pelle eppoi la carne
La notte semina speranza
che nell'albeggiare cresce
e al giorno si scopre
che i rumori d'oggi non sono nulla
L'autunno è già passato
e io mi amo ancora
raggiungi a capostipiti delle nostre famiglie lontane
soffia tra l'erbeggi della natura
col tuo zefiro perenne
e porta a essi il mio lugubre messaggio di pace
L'aurora sorge un altro giorno
e ciò corrisponde a un altro giorno al pascolo
non è un empirico busto di Piero Verri
che mi enuncia la via della verità
ma l'ennesimo manifesto dell'umiliazione
che mi spinge a fuggire dal mio tempo con le storie e la cultura
ave oh Miryiam delle stelle
volgi al mezzogiorno la mia distesa fatica
di lidi e di tramonti si nutre la mia menzogna
e benché dal flebile sussurro
la fessura del suo tempo è tetra, angusta: incolmabile.
Yukio vola sul tetto del mondo
l'onore nel cuore della katana
che sfreccia via nel mare
tra i boati di uno schianto
e una lettera in cantina
ormai in lacrime impregnata
La luna illuminava con le stelle il mondo
e la gente di cuore e sorridente e allegra
si divertiva con niente ai bordi dell'arenile
e beveva un goccio di vino che sapeva di sale
e mangiava un tozzo di pane che sapeva di mare
e poi udiva i propri sogni in una conchiglia
aspri e racchiusi nella salinità del tempo
disperdersi tra i singhiozzii di uno scoppio
un'ascia a spada che brandiva la pelle eppoi la carne
La notte semina speranza
che nell'albeggiare cresce
e al giorno si scopre
che i rumori d'oggi non sono nulla
L'autunno è già passato
e io mi amo ancora
lunedì 4 maggio 2015
Lo schiavo dei desideri
04.Maggio.2015
Lo schiavo dei desideri posava come un gomitolo di lana la sua schiena al ritorno dal giorno e dalla fatica; le serpi di vendetta che costipavano la sua mente, alla sua giornata, si erano per un attimo fermate; genuflesse all'ombra di un molo sul quale egli giaceva in silenzio, assorto dalle creste del mare e dal tramonto intinto dalla brezza e di frescura.
Il marmoreo profumo di cera gemeva sgomento ed empietà tra gli sguardi dei misfatti. La reggia attorno alla quale si articolavano i casolari divisi dagli irti e stretti caruggi, andava a finire la sua pubblica funzione. Assieme ad essa, tutti i negozi e le botteghe si spegnevano: un'altra giornata di lavoro era finita, ed ora, con un po' di rimpianti, per tutti incominciava la vita.
Ampolle d'acqua e olio venivano versate sugli erbeggi della natura come condimenti; l'ultimo pastore tornava dalla mungitura prima della liberatoria transumanza a valle; gli ultimi solitari si accingevano a vagabondare in incognito, come corpi di gesso imbalsamati, alla totale deriva (di se stessi).
I bioccoli d'autunno venivano passati all'ultima filagrana, prima di essere imbrigliati per mesi in qualche buio armadio muffoso.
Le anziane sulla passeggiata intraprendevano lunghe cavalcate di monologhi, senza avere realmente alcunché da dire: le storie di una vita, passata tra gli amori di gioventù, le paure per l'avvenire; la goduta emancipazione adulta, e la lenta decadenza verso la fine.
Stanco di osservare il mare, lo schiavo dei desideri si alzò e andò incontro al paese più vicino. Là delle fanciulle lavoravano delle gemme di corniola e calcedonio, e quando egli le vide disse loro: - che cosa sono quei materiali che state lavorando?
- gemme di calcedonio blu e rossa corniola - risposero loro in un timido coro.
- No! - asserì deciso e convinto lo schiavo che poi soggiunse - quello è semplice quarzo che i vostri mariti e vostri figli più grandi estraggono dalla roccia della montagna! - e così detto se ne andò proseguendo la sua rotta.
Passò qualche giorno, e sulla via di ritorno il buon uomo s'imbatté nuovamente nelle donne, le quali con aria turbata facevano finta di non vederlo volgendo lo sguardo altrove. E così fece allora anche lo schiavo, che coi suoi occhi verde ulivo fissava empirico l'orizzonte, laddove nelle sfumature del mattino, il mare si univa al cielo in un bagliore di malinconia.
Libro 2 (10.Maggio)
Lo schiavo dei desideri posava come un gomitolo di lana la sua schiena al ritorno dal giorno e dalla fatica; le serpi di vendetta che costipavano la sua mente, alla sua giornata, si erano per un attimo fermate; genuflesse all'ombra di un molo sul quale egli giaceva in silenzio, assorto dalle creste del mare e dal tramonto intinto dalla brezza e di frescura.
Il marmoreo profumo di cera gemeva sgomento ed empietà tra gli sguardi dei misfatti. La reggia attorno alla quale si articolavano i casolari divisi dagli irti e stretti caruggi, andava a finire la sua pubblica funzione. Assieme ad essa, tutti i negozi e le botteghe si spegnevano: un'altra giornata di lavoro era finita, ed ora, con un po' di rimpianti, per tutti incominciava la vita.
Ampolle d'acqua e olio venivano versate sugli erbeggi della natura come condimenti; l'ultimo pastore tornava dalla mungitura prima della liberatoria transumanza a valle; gli ultimi solitari si accingevano a vagabondare in incognito, come corpi di gesso imbalsamati, alla totale deriva (di se stessi).
I bioccoli d'autunno venivano passati all'ultima filagrana, prima di essere imbrigliati per mesi in qualche buio armadio muffoso.
Le anziane sulla passeggiata intraprendevano lunghe cavalcate di monologhi, senza avere realmente alcunché da dire: le storie di una vita, passata tra gli amori di gioventù, le paure per l'avvenire; la goduta emancipazione adulta, e la lenta decadenza verso la fine.
Stanco di osservare il mare, lo schiavo dei desideri si alzò e andò incontro al paese più vicino. Là delle fanciulle lavoravano delle gemme di corniola e calcedonio, e quando egli le vide disse loro: - che cosa sono quei materiali che state lavorando?
- gemme di calcedonio blu e rossa corniola - risposero loro in un timido coro.
- No! - asserì deciso e convinto lo schiavo che poi soggiunse - quello è semplice quarzo che i vostri mariti e vostri figli più grandi estraggono dalla roccia della montagna! - e così detto se ne andò proseguendo la sua rotta.
Passò qualche giorno, e sulla via di ritorno il buon uomo s'imbatté nuovamente nelle donne, le quali con aria turbata facevano finta di non vederlo volgendo lo sguardo altrove. E così fece allora anche lo schiavo, che coi suoi occhi verde ulivo fissava empirico l'orizzonte, laddove nelle sfumature del mattino, il mare si univa al cielo in un bagliore di malinconia.
Libro 2 (10.Maggio)
- Quante storie ho inventato da bambino guardando il mare - pensava fra sé lo schiavo dei desideri - e in ognuna di esse - aggiunse - ventilandomi nella brezza albeggiante, e abbandonandomi al suo destino, mi svegliavo su di un'isola o nel mare, e là, qualunque fosse stata la mia storia, ne ero il protagonista: ero libero di esistere come più a me conveniva.
In quell'istante, un vulcano, dalla parte opposta del globo, eruttava, disperdendo in aria sostanze e lapilli che color porpora ornarono di nubi il cielo.
Lo schiavo dei desideri aveva deciso di essere stanco, ed era dunque per lui tempo di partire; voleva andarsene da un mondo così tanto intinto di pochezza. Dove il senso della vita risiedeva nella sua bellezza: corpo astratto di tutte le cose. Un eterno sogno fuorviante e senza risposte. Racchiuso in un coacervo di parole ricercare e ammirate sullo sfondo di una realtà virtuale e fittizia; perennemente esposta alla desolazione dei fantasmi che, per le strade, vagavano senza una speranza né una domanda. Vagavano imperterriti a testa bassa per quelle vie strette di paese; chi si avviava all'alba alla cava del calcedonio, chi addirittura la notte prima al forno, chi per un ozio alla ligia questura, tra l'infinita foschia di una strada che pareva non avere fine. Emblema del nihilismo più cupo e desolante: l'assordante ignoranza e la selvaggia arroganza dell'esistere. La democrazia. La democrazia data in pasto a se stessa. Consumata prima ancora di poter essere capita o apprezzata.
Varie sono le vie che la mente nel suo angusto spazio disegna, poche sono quelle che il cuore nella (più piccola) vastità del mondo sa percorrere. Affranto dalla salsedine e dagli ultimi stridenti ululati del tempo, se ne partì allorché come aveva deciso, senza portare nulla con sé.
Smosse il suo animo irrequieto e irrisolto, e con le sue gambe si alzò in piedi, iniziando a vagabondare risoluto lontano dal suo natio e florido giaciglio.
Si era fatta sera, quando alle sponde di una spiaggia da egli percorsa costeggiando il mare, vide una flebile colonna fumosa innalzarsi dall'entroterra - lì, ci abiterà qualcuno - pensò. E così iniziò ad andare incontro a quel fumo percorrendo un sentiero, che, affiancato da un ruscello quasi secco, si districava tra una non fitta ma scomoda vegetazione di puntigliosi pini aleppini e corbezzoli di mare.
Non ci mise molto ad arrivare, poiché essendo gli alberi bassi e la luce tramonto resa rossa e trasversale dalla montagna a est, riuscì per tutto il tempo a vedere la colonna.
In un frangente nel quale alzò la testa, un po' sudata e stanca, vide quell'ultimo bagliore del giorno reso prematuro dalla scura montagna che aveva difronte, e pensò alla gente del paese; si chiese se quell'altura dominante dinnanzi a lui vi fossero dei giacimenti di quarzo da sfruttare. Poi, dal profondo del ventre fu scosso da un suono stridulo; da una di quelle situazione che fanno da presagio alla malinconia. Ma non ebbe tempo di rigettarla a testa bassa, in quanto la viscida melma del sentiero percorso - nei giorni di piena questa parte è annessa al fiume - pensò anche questo - che gli imbrigliava e appesantiva il sandalo a mocassino, finì, e lasciò lo spazio a un'erbetta sottile che si apriva in una media distesa: e All'incirca al centro della radura, vi era una casupola di legno chiaro a due piani dal quale caminetto fuoriusciva quel (il) fosco fumo.
Lì, i tronchi degli alberi erano più larghi; molto probabilmente perché questi erano più vecchi rispetto a quelli in prossimità della spiaggia (o del mare), e così lo schiavo dei desideri approfittò per pulirsi le scarpe. Fatto ciò, si incammino verso l'uscito della porta e giunto bussò su di essa tre volte. Sì aprì dunque con un rozzo cigolio, e dalla parte opposta si vide la figura di un vecchio uomo, basso e tondo, che non esitò nell'offrire all'ignoto e sudicio forestiero la sua ospitalità.
L'interno dell'abitazione era modesto, addobbato da foglie di corbezzoli e grosse pentole arrugginite. Al centro dell'abitacolo vi era un tavolo su quale sedeva la moglie dell'uomo, e sopra il quale posava un mazzo di mimosa.
<<Da dove giungete, figliolo?>> mi domandò. E lo schiavo dei desideri raccontò loro il suo viaggio, iniziato al mattino, alla ricerca della sua libertà.
Terminato il suo racconto, era buio, e benché egli non lo volesse a pieno, i due coniugi lo invitarono a restare e a passare la notte con loro. Di modo ché al mattino seguente, egli, sarebbe potuto ripartire nel pieno delle sue forze.
Come scritto, fu tempo di cena, e così la donna si alzò dal tavolino per spostarsi sul piano dove cucinare. Ella aprì una minuta dispensa e prese da essa alcune foglie di corbezzolo. Tolse da queste il bianco frutto ovale e lo mise a bollire in una pentola sul fuoco alimentato dal legno del tronco rossastro della medesima pianta. Aspettammo quindi in silenzio che fosse pronto, ognuno assorto nella sua pace.
Il mattino seguente faceva presagire a una bella giornata soleggiata. I caldi venti di scirocco fluttuavano nell'aria come puledri forti ed eleganti: erano auguranti messaggi provenienti da lontani lidi.
Lo schiavo scese dal primo piano nel quale aveva dormito e notò che in cucina non vi era nessuno. Provò dunque a chiamare i due anziani, ma oltre al vento nessuno rispose alle sue parole.
Uscì allora rapidamente dall'abitazione e si guardò attorno. Non c'era nessuno.
Urlò allora forte in tutte le direzioni, ma ancora una volta la voce del vento era l'unica che accondiscendeva le sue richieste.
se la Chiesa da due mila anni regge e il pensiero di Cristo permane, allora vuol dire che è cosa giusta e da seguire.
Proprio mentre si apprestava a ripartire, udì una voce riecheggiare flebilmente dalla montagna: era quella del signore. Rincuorato dal fatto che non gli fosse successo nulla, chiese a lui, girato verso la montagna, che cosa ci facesse là, ma non ebbe risposta.
Tacque per un attimo e ascoltò nuovamente il vecchio. Questa volta però fu un vociare indistinto, il quale divenne sempre meno comprensibile. Era logico - pensò - che l'uomo sulla montagna stesse facendo qualcosa da tenerlo impegnato. Già, ma cosa?
La curiosità fu forte, per cui lo schiavo dei desideri si diresse verso la collinetta e la scalò per un sentiero.
Il terreno
Ella prese alcune foglie dal corbezzolo. Tolse da queste il bianco frutto ovale e lo mise a bollire in una pentola sul fuoco alimentato dal legno del tronco rossastro della medesima pianta. Aspettammo quindi in silenzio che fosse pronto, ognuno assorto nella sua pace.
Notò a metà strada, lungo il versante occidentale, la presenza una fioca luna piena, che andava a dissolversi tra il turchino della volta e i cirri riempiti di luce solare. Si fermò un istante a guardarla, salvo poi riprendere il tragitto verso la cima dalla quale preveniva sempre più nitida la voce del vegliardo.
Ci sono istanze nelle quali si smette di essere, annebbiati e divorati da un pensiero vuoto ed evanescente. Lo spazio interno è chiuso e senza energia. Quanto visto è la sola rappresentazione del terrore: in ogni sua forma. Dal terrore espresso come male di vivere, insoddisfazione alla vita, senso di inadeguatezza, all' inutilità dell'effettiva funzione individuale dell'uomo in un contesto sociale.
Dopo questa tramortente tempesta, però, ogni strascico di verità viene a galla; raccolto dalla marea esercitata per mezzo di quella luna, che lo schiavo osservò prima di riprendere il suo cammino verso la cima del monte.
Fu così che tutt'a un tratto il sentiero spari; la gambe dello schiavo si fecero pesanti; i viso si scaldò e si tinse di rosso; la mente si annebbiò, ed egli iniziò a tremare senza controllo, in balia dei suoi desideri.
Le uniche soluzioni a situazioni di questo tipo sono due: strumentalizzare la debolezza criticando i propri vantaggi e assumendo atteggiamenti puramente vittimisti; oppure lasciarsi trasportare dell'irrazionale legge del contrappasso, precipitando dolcemente nel baratro delle paure.
Nell'aria delicata del mattino inoltrato, si svegliò perciò lo schiavo dei desideri. Sulla cima della montagna giaceva sdraiato e nulla delle ore addietro ricordava. Sì alzò lentamente; l'estremità della collina era una spazio lineare piano e senza alberi. Guardò sotto, istintivamente, e vide la casa dei due signori. Osservò allora la zona nella quale si trovava: da dove sembrava dal di sotto provenire la voce del vecchio. Ma non vi era nessuno. Lo scirocco se n'era andato per lasciare spazio a un forte grecale che lo sospingeva a tornare a valle, verso poi la grande distesa del mare che si espandeva all'infinito all'orizzonte: là dove l'acqua si univa al cielo senza rimembrar sussulti. Rimase dunque per qualche minuto in silenzio ad ascoltare quel silenzio dal salino ma non più dall'agro sapore.
Rilassatosi, provò a rimboccare la vita di ritorno, ma non poté farlo, in quanto il viottolo usato per salire all'andata non vi era più: al suo posto scorreva un ruscello, che tra lo scorrere delle erbe e della melma dalla sua acqua che trasportava, cancellava le ultime impronte dei suoi mocassini.
In lontananza si sentì un boato provenire dal cielo; nuvole grige erano stagliate a oriente, da dove proveniva quel forte grecale. Lo schiavo capì perciò che era appena finito di piovere, e toccandosi gli indumenti confermò la sua intuizione.
Scese allora per una decina di metri drenando sul terreno umido e pantanoso, e, così facendo planò su una lingua di terra. Aveva fame, e, per soddisfare la sua richiesta, a pochi passi da lui si trovava un piccolo albero, uno dei pochi della spoglia collina. Prese da esso sei frutti e se li mise in mano. Fece il medesimo gesto con quella libera, per un totale di dodici frutti. Erano corbezzoli, e, nonostante a valle se ne trovassero in grandi quantità, decise saggiamente di non mangiarne neanche uno.
Discese dunque ancora, senza aspettare che il ruscello tornasse sentiero, fintantoché, dopo un duro molleggiare, non giunse nuovamente a valle.
<la verità si trova all'inizio di ogni percorso. Il tempo restante è il viaggio verso l'acquisizione oltre l'aspetto dei Sensi>
se la Chiesa da due mila anni regge e il pensiero di Cristo permane, allora vuol dire che è cosa giusta e da seguire.
- ci sono istanze nelle quali smetto di essere, annebbiato e divorato da un pensiero vuoto ed evanescente. Lo spazio interno è chiuso e senza energia. Quanto visto è la sola rappresentazione del terrore, in ogni suo forma. Del terrore espresso come male di vivere, insoddisfazione alla vita, senso di inadeguatezza, inutilità.
strumentalismo delle critiche a vantaggi di atteggiamenti vittimisti
Lo schiavo dei desideri aveva deciso di essere stanco, ed era dunque per lui tempo di partire; voleva andarsene da un mondo così tanto intinto di pochezza. Dove il senso della vita risiedeva nella sua bellezza: corpo astratto di tutte le cose. Un eterno sogno fuorviante e senza risposte. Racchiuso in un coacervo di parole ricercare e ammirate sullo sfondo di una realtà virtuale e fittizia; perennemente esposta alla desolazione dei fantasmi che, per le strade, vagavano senza una speranza né una domanda. Vagavano imperterriti a testa bassa per quelle vie strette di paese; chi si avviava all'alba alla cava del calcedonio, chi addirittura la notte prima al forno, chi per un ozio alla ligia questura, tra l'infinita foschia di una strada che pareva non avere fine. Emblema del nihilismo più cupo e desolante: l'assordante ignoranza e la selvaggia arroganza dell'esistere. La democrazia. La democrazia data in pasto a se stessa. Consumata prima ancora di poter essere capita o apprezzata.
Varie sono le vie che la mente nel suo angusto spazio disegna, poche sono quelle che il cuore nella (più piccola) vastità del mondo sa percorrere. Affranto dalla salsedine e dagli ultimi stridenti ululati del tempo, se ne partì allorché come aveva deciso, senza portare nulla con sé.
Smosse il suo animo irrequieto e irrisolto, e con le sue gambe si alzò in piedi, iniziando a vagabondare risoluto lontano dal suo natio e florido giaciglio.
Si era fatta sera, quando alle sponde di una spiaggia da egli percorsa costeggiando il mare, vide una flebile colonna fumosa innalzarsi dall'entroterra - lì, ci abiterà qualcuno - pensò. E così iniziò ad andare incontro a quel fumo percorrendo un sentiero, che, affiancato da un ruscello quasi secco, si districava tra una non fitta ma scomoda vegetazione di puntigliosi pini aleppini e corbezzoli di mare.
Non ci mise molto ad arrivare, poiché essendo gli alberi bassi e la luce tramonto resa rossa e trasversale dalla montagna a est, riuscì per tutto il tempo a vedere la colonna.
In un frangente nel quale alzò la testa, un po' sudata e stanca, vide quell'ultimo bagliore del giorno reso prematuro dalla scura montagna che aveva difronte, e pensò alla gente del paese; si chiese se quell'altura dominante dinnanzi a lui vi fossero dei giacimenti di quarzo da sfruttare. Poi, dal profondo del ventre fu scosso da un suono stridulo; da una di quelle situazione che fanno da presagio alla malinconia. Ma non ebbe tempo di rigettarla a testa bassa, in quanto la viscida melma del sentiero percorso - nei giorni di piena questa parte è annessa al fiume - pensò anche questo - che gli imbrigliava e appesantiva il sandalo a mocassino, finì, e lasciò lo spazio a un'erbetta sottile che si apriva in una media distesa: e All'incirca al centro della radura, vi era una casupola di legno chiaro a due piani dal quale caminetto fuoriusciva quel (il) fosco fumo.
Lì, i tronchi degli alberi erano più larghi; molto probabilmente perché questi erano più vecchi rispetto a quelli in prossimità della spiaggia (o del mare), e così lo schiavo dei desideri approfittò per pulirsi le scarpe. Fatto ciò, si incammino verso l'uscito della porta e giunto bussò su di essa tre volte. Sì aprì dunque con un rozzo cigolio, e dalla parte opposta si vide la figura di un vecchio uomo, basso e tondo, che non esitò nell'offrire all'ignoto e sudicio forestiero la sua ospitalità.
L'interno dell'abitazione era modesto, addobbato da foglie di corbezzoli e grosse pentole arrugginite. Al centro dell'abitacolo vi era un tavolo su quale sedeva la moglie dell'uomo, e sopra il quale posava un mazzo di mimosa.
<<Da dove giungete, figliolo?>> mi domandò. E lo schiavo dei desideri raccontò loro il suo viaggio, iniziato al mattino, alla ricerca della sua libertà.
Terminato il suo racconto, era buio, e benché egli non lo volesse a pieno, i due coniugi lo invitarono a restare e a passare la notte con loro. Di modo ché al mattino seguente, egli, sarebbe potuto ripartire nel pieno delle sue forze.
Come scritto, fu tempo di cena, e così la donna si alzò dal tavolino per spostarsi sul piano dove cucinare. Ella aprì una minuta dispensa e prese da essa alcune foglie di corbezzolo. Tolse da queste il bianco frutto ovale e lo mise a bollire in una pentola sul fuoco alimentato dal legno del tronco rossastro della medesima pianta. Aspettammo quindi in silenzio che fosse pronto, ognuno assorto nella sua pace.
Il mattino seguente faceva presagire a una bella giornata soleggiata. I caldi venti di scirocco fluttuavano nell'aria come puledri forti ed eleganti: erano auguranti messaggi provenienti da lontani lidi.
Lo schiavo scese dal primo piano nel quale aveva dormito e notò che in cucina non vi era nessuno. Provò dunque a chiamare i due anziani, ma oltre al vento nessuno rispose alle sue parole.
Uscì allora rapidamente dall'abitazione e si guardò attorno. Non c'era nessuno.
Urlò allora forte in tutte le direzioni, ma ancora una volta la voce del vento era l'unica che accondiscendeva le sue richieste.
se la Chiesa da due mila anni regge e il pensiero di Cristo permane, allora vuol dire che è cosa giusta e da seguire.
Proprio mentre si apprestava a ripartire, udì una voce riecheggiare flebilmente dalla montagna: era quella del signore. Rincuorato dal fatto che non gli fosse successo nulla, chiese a lui, girato verso la montagna, che cosa ci facesse là, ma non ebbe risposta.
Tacque per un attimo e ascoltò nuovamente il vecchio. Questa volta però fu un vociare indistinto, il quale divenne sempre meno comprensibile. Era logico - pensò - che l'uomo sulla montagna stesse facendo qualcosa da tenerlo impegnato. Già, ma cosa?
La curiosità fu forte, per cui lo schiavo dei desideri si diresse verso la collinetta e la scalò per un sentiero.
Il terreno
Ella prese alcune foglie dal corbezzolo. Tolse da queste il bianco frutto ovale e lo mise a bollire in una pentola sul fuoco alimentato dal legno del tronco rossastro della medesima pianta. Aspettammo quindi in silenzio che fosse pronto, ognuno assorto nella sua pace.
Notò a metà strada, lungo il versante occidentale, la presenza una fioca luna piena, che andava a dissolversi tra il turchino della volta e i cirri riempiti di luce solare. Si fermò un istante a guardarla, salvo poi riprendere il tragitto verso la cima dalla quale preveniva sempre più nitida la voce del vegliardo.
Ci sono istanze nelle quali si smette di essere, annebbiati e divorati da un pensiero vuoto ed evanescente. Lo spazio interno è chiuso e senza energia. Quanto visto è la sola rappresentazione del terrore: in ogni sua forma. Dal terrore espresso come male di vivere, insoddisfazione alla vita, senso di inadeguatezza, all' inutilità dell'effettiva funzione individuale dell'uomo in un contesto sociale.
Dopo questa tramortente tempesta, però, ogni strascico di verità viene a galla; raccolto dalla marea esercitata per mezzo di quella luna, che lo schiavo osservò prima di riprendere il suo cammino verso la cima del monte.
Fu così che tutt'a un tratto il sentiero spari; la gambe dello schiavo si fecero pesanti; i viso si scaldò e si tinse di rosso; la mente si annebbiò, ed egli iniziò a tremare senza controllo, in balia dei suoi desideri.
Le uniche soluzioni a situazioni di questo tipo sono due: strumentalizzare la debolezza criticando i propri vantaggi e assumendo atteggiamenti puramente vittimisti; oppure lasciarsi trasportare dell'irrazionale legge del contrappasso, precipitando dolcemente nel baratro delle paure.
Nell'aria delicata del mattino inoltrato, si svegliò perciò lo schiavo dei desideri. Sulla cima della montagna giaceva sdraiato e nulla delle ore addietro ricordava. Sì alzò lentamente; l'estremità della collina era una spazio lineare piano e senza alberi. Guardò sotto, istintivamente, e vide la casa dei due signori. Osservò allora la zona nella quale si trovava: da dove sembrava dal di sotto provenire la voce del vecchio. Ma non vi era nessuno. Lo scirocco se n'era andato per lasciare spazio a un forte grecale che lo sospingeva a tornare a valle, verso poi la grande distesa del mare che si espandeva all'infinito all'orizzonte: là dove l'acqua si univa al cielo senza rimembrar sussulti. Rimase dunque per qualche minuto in silenzio ad ascoltare quel silenzio dal salino ma non più dall'agro sapore.
Rilassatosi, provò a rimboccare la vita di ritorno, ma non poté farlo, in quanto il viottolo usato per salire all'andata non vi era più: al suo posto scorreva un ruscello, che tra lo scorrere delle erbe e della melma dalla sua acqua che trasportava, cancellava le ultime impronte dei suoi mocassini.
In lontananza si sentì un boato provenire dal cielo; nuvole grige erano stagliate a oriente, da dove proveniva quel forte grecale. Lo schiavo capì perciò che era appena finito di piovere, e toccandosi gli indumenti confermò la sua intuizione.
Scese allora per una decina di metri drenando sul terreno umido e pantanoso, e, così facendo planò su una lingua di terra. Aveva fame, e, per soddisfare la sua richiesta, a pochi passi da lui si trovava un piccolo albero, uno dei pochi della spoglia collina. Prese da esso sei frutti e se li mise in mano. Fece il medesimo gesto con quella libera, per un totale di dodici frutti. Erano corbezzoli, e, nonostante a valle se ne trovassero in grandi quantità, decise saggiamente di non mangiarne neanche uno.
Discese dunque ancora, senza aspettare che il ruscello tornasse sentiero, fintantoché, dopo un duro molleggiare, non giunse nuovamente a valle.
<la verità si trova all'inizio di ogni percorso. Il tempo restante è il viaggio verso l'acquisizione oltre l'aspetto dei Sensi>
se la Chiesa da due mila anni regge e il pensiero di Cristo permane, allora vuol dire che è cosa giusta e da seguire.
- ci sono istanze nelle quali smetto di essere, annebbiato e divorato da un pensiero vuoto ed evanescente. Lo spazio interno è chiuso e senza energia. Quanto visto è la sola rappresentazione del terrore, in ogni suo forma. Del terrore espresso come male di vivere, insoddisfazione alla vita, senso di inadeguatezza, inutilità.
strumentalismo delle critiche a vantaggi di atteggiamenti vittimisti
venerdì 1 maggio 2015
- Fisica Mentaìstica: la natura della coscienza e delle cose
Ogni uomo coltiva la propria mappa mentale del territorio. Essa, ha un reticolo, il quale può rappresentare il giardino paradisiaco e/o l'arido inferno.
La mappa mentale è il punto attorno al quale la coscienza prende forma (come tale). Il punto è l'unica zona che, se messa a fuoco, esprime l'autocoscienza (di sé e del sé); dunque non più una mappa del territorio, ma il territorio (stesso) nella mappa.
Quando l'uomo realizza la vera natura arcaica di questo punto a lui ignoto e da lui ignorato, scopre un mondo nuovo. Un mondo dove non pensi quello che sei ma sei quello che pensi.
Dunque, il tuo essere dipende solo ed esclusivamente da te; non sei più un riflesso istintivo di direzione verso la mappa, ma sei un essere consapevole delle tue azioni, consapevole di pensare ciò che vuoi, e quindi di creare la tua mappa come meglio credi e vuoi. Senza filtri, senza mezzi che contraddistinguano la tua presenza nella mappa degli altri; quando agisci non realizzi più il tuo rapporto fra te e la mappa del tuo territorio: realizzi semplicemente che stai agendo in un territorio settato e primordiale senza spazio né forma, ove la tua immagine si espande su di esso dando vita alla scena che tu, in quel frangente, stai vedendo e sperimentando come vita.
All'interno della mappa di ogni uomo si trova l'uomo; attorno al quale ruota l'intera scena. Questo uomo però, nel punto, è irrappresentabile, in quanto non è riconducibile a nessuna memoria inconscia o esperienza passata; giacché è un'essenza atemporale, innaturale ed immanente, quindi non può essere ricondotta a nessun simbolo che nella sua natura archetipica ne possa descrivere o rappresentare i connotati.
Il simbolo inizia ad avere un senso proprio e un'identità appartenente al di fuori del punto nella mappa: pertanto in ciò che da essa e ad essa si disperde. Al di fuori del punto, la sensazione immanente viene codificata; in quanto la sua natura viene enucleata, rielaborata, e rappresentata nella e dalla mappa mentale.
Il territorio, come nel caso della geografia, non ha simboli; non è null'altro rispetto a ciò che appare. Ora vediamo le (due) rappresentazioni della mappa, già accennate all'inizio: il giardino e il deserto. Parto dalla prima, il giardino:
- " Immagina un giardino, pieno di verde e di alberi d'ogni tipo, senti il silenzio che questi fanno rispetto alla roboante realtà nella quale vivi. Qui, non c'è tempo, non ci sono doveri: solo quesiti da contemplare.
Ascolta questo silenzio accarezzare e passare tra le foglie, la tranquillità, che man mano diventa gioia e quindi armonia. Ora chiudi gli occhi e abbandonati al profondo: scendi giù. giù, sempre più in giù. Finché non arrivi in un punto nel quale ad occhi chiusi intravedi un acceso bagliore. Questo si fa chiaro, e nel mentre, senti il fruscio dolce di un ruscello che poco dopo divine forte, sempre forte, al punto da sentirlo scorrere dietro il tuo orecchio destro. E scende già assieme a te, sempre più giù, con te. Quindi, ti fermi. Apri gli occhi! Dinnanzi a te il ruscello che scorre alla tua sinistra; mettilo a fuoco: non c'è solo il ruscello, c'è anche dell'erba. Questa si estende, si estende, e si estende ancora, fintantoché non vedi un tronco elevarsi da essa: è un albero! Sali su quell'albero, stando attenta, e vedo che è un fico. Tocca i suoi frutti, se vuoi. Senti di che colori sono? sono appetibili?
Ora guardati attorno, sei sulla cima dell'albero, cosa vedi? ci sono altri alberi?! e quanti? e dove? guardali.
Sono in semicerchio? tutti raccolti? e dentro al cerchio c'è una radura. Sarà quella nella quale sei atterrato udendo lo scorrere del ruscello?
Come vedi ora il tutto? e come e come vedi il tutto ora? Sei in alto?
vedi dall'alto? Sìì?
Allora scendi, scendi lentamente, senza toccare nulla, né un fiore, né la corteccia di un albero, e posati al suolo addormentandoti.
Dopo un po' ti svegli, non sai quanto. Sai solo di avere sognato un ruscello, un giardino, un albero di fico con degli atri alberi non precisati attorno a semicerchio perfetto a formare una piccola radura - perché te l'ho scritto ora io -
e cosa vedi attorno a te? E' un giardino! ma è diverso dal giardino del sogno. Gli alberi sono sparsi qua e là in modo casuale, ci sono arbusti, piante seccate, ortiche, e in alcuni punti l'erba è piuttosto alta. Cammina, guarda un po' com'è questo nuovo giardino. E' più vasto e vero; qui si sentono i rumori della zona nella quale tu ora stai immaginando la scena, ma sei concentrata sul giardino perché sebbene ti senta un poco stanco, nel giardino ti senti tranquilla.
Se lo giri e lo esplori, troverai certamente una pietra, una sorta di pietra miliare. Solitamente io la trovo sulla sinistra in alto. Pare un uovo grigio, sei mica tu? guardalo bene; ha un simbolo riconducibile a te? Pensaci.
Ora esci dal giardino: torna nel mondo dell'uomo. Esci da te.
La prima cosa che osserverai nella realtà sarà quella pietra; sentenziale del tuo simbolo. Poiché in essa tu confidi e codifichi l'intera tua realtà.
Ebbene, da oggi tu sarai una pianta, una pianta dalla ninfa oleosa e profumata e dai lineamenti leggiadri e sottili. Noterai, forse, che il tuo mondo ti starà stretto, perché si basa essenzialmente s'una cosa: ciò che attira la tua attenzione è la felicità; in essa trovi e riscopri il senso del potere.
Quella potenza gotica e solenne che ti tenta e ti soggiace; quella potenza che va verso l'altro, come facevano quegli alberi. E come ora per gli alberi vedi che quella potenza, non sono più i pilastri che reggono il portico, i piloni del ponte o le colonne sostenitrici della cattedrale. Essi sono bislacchi alberi alberi, i quali tentano invano di di raggiungere il cielo per sorreggerlo.
E fu così che si compì la storia del giardino, della pianta, del cielo e della fanciulla, tra gli alberi del pensiero terreno e assuefante e le nuvole del pensiero puro e ispiratore, che talvolta vela il sole, illuminatore del cielo, simbolo del desiderio irraggiungibile.
Diario: "1 maggio"
01/05/15
Oggi è venerdì 1 maggio, un venerdì quasi estivo. Il paese è gremito di Piemontesi e Milanesi; qualcuno viaggia in bici per le strade del centro, forse proviene dalla pineta o da limitrofi centri abitati. Altri, ovvero la maggioranza, passeggiano in ozio raccontando la propria vita e palesando una soddisfacente tranquillità.
Il tempo è nuvoloso, una fine brezza tiepida proviene dalla foschia di un mare incerto e verdastro. Là dove le grandi navi caraibiche partono o arrivano dal porto della vicina Vado.
Qualche bambino gioca sulla spiaggia ora mai pressoché pronta ad accogliere la stagione. Ma dal mio terrazzo non vedo altro, e altro non voglio vedere.
Il sapore del rosmarino si mischia al festante cinguettio di qualche piccolo uccello. In lontananza, si ode il rombo di un treno merce passante per la ferrovia, che forse, da quanto ho potuto capire in queste settimane, verrà chiusa.
L'aroma grezzo ma sincero della mia terra di Liguria mi tiene compagnia come nessun altro uomo sa fare.
Mi è capitato, un paio di notti fa, di leggere un libro sulla storia del mio paesello: da contornante fazzoletto di contesa fra nobili e vescovi negli anni del Mille, a emancipato villaggio marittimo dedito alla raccolta di ciò che madre natura offriva, fino alla fine dell'Ottocento. Oggi, riflettendo, benché non abbia mai visto e vissuto qui in quella realtà fatta di semplici sogni e piccole cose, mi accorgo come il paese mio sia mutato abbastanza radicalmente.
Da discreta congregazione casolare fra i fichi, i verdeggianti uliveti e gli eleganti gelsi, a isola dell'ozio; dapprima per i ricchi inglesi e americani, quindi, del popolo delle valli e dell'estese pianure delle Alpi.
Un centro che un tempo era eremo di lavoratori di terre e campi e di qualche marinaio di passaggio; oggi è realtà di tutti, forse ancor più di chi qui, nell'apparente insipido inverno, non vi abita.
03 Maggio
Oggi è domenica 3 maggio; sono quasi le sette del mattino, il paese ha ancora l'oro in gola mentre io ho appena finito il mio consueto turno lavorativo domenicale al forno Raviolo. Ho lavorato due notti, quella di sabato e quella di oggi: tra poco andrò a dormire, e, appena sveglio viaggerò assieme ai miei genitori alla volta di Genova. Vado là per incontrare un maestro di pianoforte; non so bene cosa mi farà fare, quel che ho capito e che si tratta di un semplice colloquio sulla tematica del Conservatorio, che da settembre mi piacerebbe frequentare. Stranamente la mente in quest'alba è vuota d'idee, e le mani sono deboli e pesanti, dunque, per ora mi fermo qui.
04 Maggio
Oggi è lunedì 4 maggio: è sera, e mentre il sole inala nel cielo gli ultimi raggi del dì, il tempo è assai godibile. Questa mattina mi sono svegliato abbastanza tardi, in quanto sono rimasto a lungo sveglio la notte precedente per fare delle cose. Quest'oggi ho saputo che molto probabilmente non potrò frequentare il Conservatorio, e ciò mi rattrista. D'altro canto provo a farmi venire in mente una soluzione che, fino a questo momento, si è tradotta in semplice scrittura passiva. Ho iniziato infatti a scrivere uno dei millanta libri da me mai finiti: s'intitola "lo schiavo del desideri", e mi è stato ispirato da un'immagine da me vista sulla rete ritraente dei piccoli cilindri mesopotamici, molto probabilmente utili come prime lampade a olio (sono infatti datati e ricondotti al IX secolo a.C, durante dunque la dominazione assira.)
So già come sviluppare la storia; il protagonista è lo "schiavo dei desideri": un individuo consapevole di essere succube degli dèi, che per questo decide di intraprendere un viaggio (tutti miei racconti si sviluppano col viaggio, contrapposto alla staticità, come prototipo della "liberazione"). Durante il suo cammino incontrerà diverse persone apparentemente - in aspetto - come lui, ma molto differenti nel loro essere e nell'approccio interpretativo alla vita. Essi ignorano l'esistenza degli dèi, e anzi, o non li considerano proprio, oppure addirittura ne hanno uno solo che soddisfa tutte le loro esigenze (solo se essi si fanno da egli sottomettere).
"Tra la massa obnubilata dai piaceri della vita" - così scriverò - il saggio, finirà - in questo caso scriverò "finì" - per diventare schiavo in una realtà troppo diversa dalla sua, dove solo il molo (circolo d'apertura delle prime scene) e la solitudine saranno a lui compagne nella dicotomia che lo separa dal paese e dalla realtà degli uomini.
La volontà è un desiderio, il quale va per pochi istanti rimosso. A quel punto, l'uomo, è un semplice individuo; inerme e incapace di volere o di sognare: senza alcun obiettivo prefissato. Vive e basta, consumato come un braciere nel falò rovente delle sue attitudini.
Per attitudini dicasi "abitudini", e, quelle abitudini sono il trampolino di lancio verso il sogno dell'auto celebrazione...è questo il processo. Se ci si fa caso poi, lo schiavo, non è schiavo in quanto tale, anzi; è schiavo in quanto è persona avulsa dalla realtà che lo circonda. Dunque non può esprimere la sua volontà, benché possa essere egli infinitamente migliore di tutti gli altri.
Ora il dovere mi richiama a casa. Domani sarà un giorno: oscillante tra l'"altro" e il "nuovo".
05/05/14
Oggi è martedì 5 maggio: l'abulia e la noia si sono impossessate di me, mentre il mio volere si ripercuote nel desolante stoicismo atavico che la sua essenza impone; sviando la sua luce in immagini migliori. Il cielo è nuvoloso, l'aria e secca, quasi arida, e dalla mia pelle esce molto sudore.
La tecnica naìf degli indigeni americani - si dice che - non fu in grado di contrattaccare la marcia della più esigua ma efficacie avanzata europea. Così accade in ogni istante nella mente delle vita di ogni uomo: due parti, o meglio; due realtà, in quanto ognuna di essere presenta e rappresenta fattori e sottogeneri: uno più esiguo ma qualitativamente migliore, l'altro, maggiore in volume ma modesto di livello.
Spesso mi accorgo di non avere questo equilibrio interiore tra le parti psichiche, animiche ed energetiche, tant'è, che fin da piccolo il sogno più ricorrente che faccio è quello di due forze - rappresentate come due corpi materiali solidi - per l'appunto impari nella loro massa, che si scontrano schiacciandomi.
Questo è il Principio di Dominazione che domina l'uomo e i delicati rapporti tra egli e tutto l'esterno.
06 Maggio
Oggi è mercoledì 6 maggio, e la frescura sguazza in venticello tra i rurali casati della vie del centro. Questa notte ho guardato alcuni video: su tutti, un documentario sulla vita di Andy Warhol (1928-1987), il celebre esponente della "pop art". E dopo avere esaminato quanto da egli svolto nella sua produzione, sono giunto a una conclusione.
Aspetto da un paio d'ore in ufficio, in quanto mia madre non voleva accendermi il computer dal quale sto scrivendo. Mio padre, che da sangue mediterraneo anziché germanico, è meno ferreo e più compassionevole, me lo ha acceso; ed ora posso così esporre quanto appuntato in cinque fogli di carta.
Gli anni Sessanta del secolo scorso furono periodi di spinta e desiderio al cambiamento; c'è chi idealizzava un mondo migliore, e chi invece spingeva per un ritorno estetico all'arte della realtà.
Dopo gli anni della filosofia sperimentale e dell'analisi dell'interiorità profonda, l'uomo occidentalizzato, nutriva il desiderio ossessivo e condiviso di ritornare alla realtà: nacque così l'arte di tutti, quella del consumo, dell'usa eppoi getta, dal cavalcavia; l'arte del popolo.
L'idea non è più l'archetipo di ciò che è stato (l'arcaico) ma è l'archetipo di ciò che è; rappresentato in tutte le sue forme statiche e di espressione artistica, estetica, culturale e antropologica.
L'artista nella nuova era non esprime più quello che è, ma è quello che esprime: incarna su di sé una una falsa personalità oltre la flemma, come immagine archetipica del superuomo. L'ente di successo nella società.
La stessa parola, "il successo" in quanto participio passato, rievoca a questa continua esternata ricerca all'arcaico; alla fuga dalla realtà presente.
Gli artisti del movimento astratto provavano disgusto e distacco apatico per la pubblicità e l'arte pubblicitaria, e, ancora oggi, molte genti che visitano i musei di Warhol o di qualsiasi altro interprete del contemporaneo, si trovano dinnanzi al disagio del nulla: esternano "ma cos'è questa schifezza?!" oppure il più classico "Questo lo saprei fare anch'io". Ecco, proprio questa frase può essere enucleata dal suo contesto antitetico e appiccicata - tanto per rimanere in tema - nello stendardo del Novecento: secolo che, assieme agli odierni Duemila, rappresenta il popolo e tutti come raggio d'azione dell'intelletto individuale e dell'inconscio collettivo. La genialità di Warhol, come di altri, è stata quella proprio di rendere l'arte di tutti e accessibile in tutti i campi. Per essere un musicista non più necessario avere un talento innato o studiare quindici anni la materia; basta rappresentare l'attuale in forma semplice. Basta apparire un secondo in modo distopico, per essere attori. Queste sono le rivoluzioni cavalcate in quel periodo: dalle monarchie, ai regimi, e dai regimi al comunismo del consumo.
Tutto ciò, lo riproduce l'immagine delle zuppe Campbell; dove il pasto - in questo caso una banale zuppa al pomodoro - rappresenta la libertà del desiderio di ciò che l'uomo attraverso la tecnica non può o non può più esprimere; e allora, egli, lo prende direttamente dalla realtà, dalla sua realtà. Non vi è bisogno di rappresentare l'ignoto, il proprio dio, oppure il cielo; finisce il desiderio dell'osservare in silenzio e non pensare. Qui, tutto è un'immagine, un simbolo che suggella e leviga un cambiamento: l'arte non è più un mezzo contemplativo, ma uno specchio diretto di riflessioni filosofiche sulla finestra della vita.

Di Warhol mi piace il menefreghismo, la tracotanza del volere essere protagonista attraverso il passare in secondo piano.
10 maggio
Oggi è domenica 10 maggio, e il caldo scirocco egiziano investe il paese, risvegliandolo di primo mattino dal tepore della notte, smuovendo i rosa palloncini appesi alle botteghe per accogliere il Giro d'Italia, che passerà oggi, di primo pomeriggio, lungo la via Aurelia appena riasfaltata per il fugace evento. Ora sono le 6:38 della mattina; fra mezz'ora andrò a dormire, e quando mi sveglierò mi recherò al ristorante Cantinone Mare, nel rettilineo del Merello, per festeggiare il mio 18esimo compleanno: consequenziale formalità della matura età.
Come sempre, di prima mattina sono abbastanza lucido e discretamente pimpante - non che in altri momenti non lo sia, dipende sempre - Ciononostante, però, come di mia abitudine domenicale di rientranza dal forno, preferisco non dileguarmi troppo nella cronaca e in più sottili sillogismi, giacché vorrei nutrirmi di ciò che penso. Come una prima colazione, accompagnata dal cinguettio degli uccelli, e da Brunetto, che nella sua pescheria sta scaricando la merce.
Sono le 15:56 e sono da poco tornato dal ristorante, ivi ho gustato un piatto di spaghetti al pesto con fagiolini verdi e patate. Lisciato dal profumo del mare, per la prima volta in una giornata dai lineamenti estivi. Finito, ho visto passare i corridori del giro divisi in due tronconi; cinque fuggitivi, di cui uno con la maglia rosa, e il resto degli inseguitori distaccato di una decina di minuti: mi sono divertito.
L'acqua nella mia testa è azzurra, quasi da bere. Quando è così, gli occhi della gente paiono dissolversi; perdere pesantezza anche il più oscuro retaggio e il loro lineamento greve, acquisendo una dolce innocenza, mi pare da sempre amico.
La vita della gente felice, in fondo, è fatta da piccole e semplici cose. Quando sei felice, tutto diventa astratto: quello che era il tuo spazio diviene un piccolo spazio di un corpo, e tutto si dissolve nella bellezza delle cose. Dove le monete, i tirsi e i timpani, risuonano sordi e morti alla vastità di quel mare.
Oggi è venerdì 1 maggio, un venerdì quasi estivo. Il paese è gremito di Piemontesi e Milanesi; qualcuno viaggia in bici per le strade del centro, forse proviene dalla pineta o da limitrofi centri abitati. Altri, ovvero la maggioranza, passeggiano in ozio raccontando la propria vita e palesando una soddisfacente tranquillità.
Il tempo è nuvoloso, una fine brezza tiepida proviene dalla foschia di un mare incerto e verdastro. Là dove le grandi navi caraibiche partono o arrivano dal porto della vicina Vado.
Qualche bambino gioca sulla spiaggia ora mai pressoché pronta ad accogliere la stagione. Ma dal mio terrazzo non vedo altro, e altro non voglio vedere.
Il sapore del rosmarino si mischia al festante cinguettio di qualche piccolo uccello. In lontananza, si ode il rombo di un treno merce passante per la ferrovia, che forse, da quanto ho potuto capire in queste settimane, verrà chiusa.
L'aroma grezzo ma sincero della mia terra di Liguria mi tiene compagnia come nessun altro uomo sa fare.
Mi è capitato, un paio di notti fa, di leggere un libro sulla storia del mio paesello: da contornante fazzoletto di contesa fra nobili e vescovi negli anni del Mille, a emancipato villaggio marittimo dedito alla raccolta di ciò che madre natura offriva, fino alla fine dell'Ottocento. Oggi, riflettendo, benché non abbia mai visto e vissuto qui in quella realtà fatta di semplici sogni e piccole cose, mi accorgo come il paese mio sia mutato abbastanza radicalmente.
Da discreta congregazione casolare fra i fichi, i verdeggianti uliveti e gli eleganti gelsi, a isola dell'ozio; dapprima per i ricchi inglesi e americani, quindi, del popolo delle valli e dell'estese pianure delle Alpi.
Un centro che un tempo era eremo di lavoratori di terre e campi e di qualche marinaio di passaggio; oggi è realtà di tutti, forse ancor più di chi qui, nell'apparente insipido inverno, non vi abita.
03 Maggio
Oggi è domenica 3 maggio; sono quasi le sette del mattino, il paese ha ancora l'oro in gola mentre io ho appena finito il mio consueto turno lavorativo domenicale al forno Raviolo. Ho lavorato due notti, quella di sabato e quella di oggi: tra poco andrò a dormire, e, appena sveglio viaggerò assieme ai miei genitori alla volta di Genova. Vado là per incontrare un maestro di pianoforte; non so bene cosa mi farà fare, quel che ho capito e che si tratta di un semplice colloquio sulla tematica del Conservatorio, che da settembre mi piacerebbe frequentare. Stranamente la mente in quest'alba è vuota d'idee, e le mani sono deboli e pesanti, dunque, per ora mi fermo qui.
04 Maggio
Oggi è lunedì 4 maggio: è sera, e mentre il sole inala nel cielo gli ultimi raggi del dì, il tempo è assai godibile. Questa mattina mi sono svegliato abbastanza tardi, in quanto sono rimasto a lungo sveglio la notte precedente per fare delle cose. Quest'oggi ho saputo che molto probabilmente non potrò frequentare il Conservatorio, e ciò mi rattrista. D'altro canto provo a farmi venire in mente una soluzione che, fino a questo momento, si è tradotta in semplice scrittura passiva. Ho iniziato infatti a scrivere uno dei millanta libri da me mai finiti: s'intitola "lo schiavo del desideri", e mi è stato ispirato da un'immagine da me vista sulla rete ritraente dei piccoli cilindri mesopotamici, molto probabilmente utili come prime lampade a olio (sono infatti datati e ricondotti al IX secolo a.C, durante dunque la dominazione assira.)
So già come sviluppare la storia; il protagonista è lo "schiavo dei desideri": un individuo consapevole di essere succube degli dèi, che per questo decide di intraprendere un viaggio (tutti miei racconti si sviluppano col viaggio, contrapposto alla staticità, come prototipo della "liberazione"). Durante il suo cammino incontrerà diverse persone apparentemente - in aspetto - come lui, ma molto differenti nel loro essere e nell'approccio interpretativo alla vita. Essi ignorano l'esistenza degli dèi, e anzi, o non li considerano proprio, oppure addirittura ne hanno uno solo che soddisfa tutte le loro esigenze (solo se essi si fanno da egli sottomettere).
"Tra la massa obnubilata dai piaceri della vita" - così scriverò - il saggio, finirà - in questo caso scriverò "finì" - per diventare schiavo in una realtà troppo diversa dalla sua, dove solo il molo (circolo d'apertura delle prime scene) e la solitudine saranno a lui compagne nella dicotomia che lo separa dal paese e dalla realtà degli uomini.
La volontà è un desiderio, il quale va per pochi istanti rimosso. A quel punto, l'uomo, è un semplice individuo; inerme e incapace di volere o di sognare: senza alcun obiettivo prefissato. Vive e basta, consumato come un braciere nel falò rovente delle sue attitudini.
Per attitudini dicasi "abitudini", e, quelle abitudini sono il trampolino di lancio verso il sogno dell'auto celebrazione...è questo il processo. Se ci si fa caso poi, lo schiavo, non è schiavo in quanto tale, anzi; è schiavo in quanto è persona avulsa dalla realtà che lo circonda. Dunque non può esprimere la sua volontà, benché possa essere egli infinitamente migliore di tutti gli altri.
Ora il dovere mi richiama a casa. Domani sarà un giorno: oscillante tra l'"altro" e il "nuovo".
05/05/14
Oggi è martedì 5 maggio: l'abulia e la noia si sono impossessate di me, mentre il mio volere si ripercuote nel desolante stoicismo atavico che la sua essenza impone; sviando la sua luce in immagini migliori. Il cielo è nuvoloso, l'aria e secca, quasi arida, e dalla mia pelle esce molto sudore.
La tecnica naìf degli indigeni americani - si dice che - non fu in grado di contrattaccare la marcia della più esigua ma efficacie avanzata europea. Così accade in ogni istante nella mente delle vita di ogni uomo: due parti, o meglio; due realtà, in quanto ognuna di essere presenta e rappresenta fattori e sottogeneri: uno più esiguo ma qualitativamente migliore, l'altro, maggiore in volume ma modesto di livello.
Spesso mi accorgo di non avere questo equilibrio interiore tra le parti psichiche, animiche ed energetiche, tant'è, che fin da piccolo il sogno più ricorrente che faccio è quello di due forze - rappresentate come due corpi materiali solidi - per l'appunto impari nella loro massa, che si scontrano schiacciandomi.
Questo è il Principio di Dominazione che domina l'uomo e i delicati rapporti tra egli e tutto l'esterno.
06 Maggio
Oggi è mercoledì 6 maggio, e la frescura sguazza in venticello tra i rurali casati della vie del centro. Questa notte ho guardato alcuni video: su tutti, un documentario sulla vita di Andy Warhol (1928-1987), il celebre esponente della "pop art". E dopo avere esaminato quanto da egli svolto nella sua produzione, sono giunto a una conclusione.
Aspetto da un paio d'ore in ufficio, in quanto mia madre non voleva accendermi il computer dal quale sto scrivendo. Mio padre, che da sangue mediterraneo anziché germanico, è meno ferreo e più compassionevole, me lo ha acceso; ed ora posso così esporre quanto appuntato in cinque fogli di carta.
Gli anni Sessanta del secolo scorso furono periodi di spinta e desiderio al cambiamento; c'è chi idealizzava un mondo migliore, e chi invece spingeva per un ritorno estetico all'arte della realtà.
Dopo gli anni della filosofia sperimentale e dell'analisi dell'interiorità profonda, l'uomo occidentalizzato, nutriva il desiderio ossessivo e condiviso di ritornare alla realtà: nacque così l'arte di tutti, quella del consumo, dell'usa eppoi getta, dal cavalcavia; l'arte del popolo.
L'idea non è più l'archetipo di ciò che è stato (l'arcaico) ma è l'archetipo di ciò che è; rappresentato in tutte le sue forme statiche e di espressione artistica, estetica, culturale e antropologica.
L'artista nella nuova era non esprime più quello che è, ma è quello che esprime: incarna su di sé una una falsa personalità oltre la flemma, come immagine archetipica del superuomo. L'ente di successo nella società.
La stessa parola, "il successo" in quanto participio passato, rievoca a questa continua esternata ricerca all'arcaico; alla fuga dalla realtà presente.
Gli artisti del movimento astratto provavano disgusto e distacco apatico per la pubblicità e l'arte pubblicitaria, e, ancora oggi, molte genti che visitano i musei di Warhol o di qualsiasi altro interprete del contemporaneo, si trovano dinnanzi al disagio del nulla: esternano "ma cos'è questa schifezza?!" oppure il più classico "Questo lo saprei fare anch'io". Ecco, proprio questa frase può essere enucleata dal suo contesto antitetico e appiccicata - tanto per rimanere in tema - nello stendardo del Novecento: secolo che, assieme agli odierni Duemila, rappresenta il popolo e tutti come raggio d'azione dell'intelletto individuale e dell'inconscio collettivo. La genialità di Warhol, come di altri, è stata quella proprio di rendere l'arte di tutti e accessibile in tutti i campi. Per essere un musicista non più necessario avere un talento innato o studiare quindici anni la materia; basta rappresentare l'attuale in forma semplice. Basta apparire un secondo in modo distopico, per essere attori. Queste sono le rivoluzioni cavalcate in quel periodo: dalle monarchie, ai regimi, e dai regimi al comunismo del consumo.
Tutto ciò, lo riproduce l'immagine delle zuppe Campbell; dove il pasto - in questo caso una banale zuppa al pomodoro - rappresenta la libertà del desiderio di ciò che l'uomo attraverso la tecnica non può o non può più esprimere; e allora, egli, lo prende direttamente dalla realtà, dalla sua realtà. Non vi è bisogno di rappresentare l'ignoto, il proprio dio, oppure il cielo; finisce il desiderio dell'osservare in silenzio e non pensare. Qui, tutto è un'immagine, un simbolo che suggella e leviga un cambiamento: l'arte non è più un mezzo contemplativo, ma uno specchio diretto di riflessioni filosofiche sulla finestra della vita.
Di Warhol mi piace il menefreghismo, la tracotanza del volere essere protagonista attraverso il passare in secondo piano.
10 maggio
Oggi è domenica 10 maggio, e il caldo scirocco egiziano investe il paese, risvegliandolo di primo mattino dal tepore della notte, smuovendo i rosa palloncini appesi alle botteghe per accogliere il Giro d'Italia, che passerà oggi, di primo pomeriggio, lungo la via Aurelia appena riasfaltata per il fugace evento. Ora sono le 6:38 della mattina; fra mezz'ora andrò a dormire, e quando mi sveglierò mi recherò al ristorante Cantinone Mare, nel rettilineo del Merello, per festeggiare il mio 18esimo compleanno: consequenziale formalità della matura età.
Come sempre, di prima mattina sono abbastanza lucido e discretamente pimpante - non che in altri momenti non lo sia, dipende sempre - Ciononostante, però, come di mia abitudine domenicale di rientranza dal forno, preferisco non dileguarmi troppo nella cronaca e in più sottili sillogismi, giacché vorrei nutrirmi di ciò che penso. Come una prima colazione, accompagnata dal cinguettio degli uccelli, e da Brunetto, che nella sua pescheria sta scaricando la merce.
Sono le 15:56 e sono da poco tornato dal ristorante, ivi ho gustato un piatto di spaghetti al pesto con fagiolini verdi e patate. Lisciato dal profumo del mare, per la prima volta in una giornata dai lineamenti estivi. Finito, ho visto passare i corridori del giro divisi in due tronconi; cinque fuggitivi, di cui uno con la maglia rosa, e il resto degli inseguitori distaccato di una decina di minuti: mi sono divertito.
L'acqua nella mia testa è azzurra, quasi da bere. Quando è così, gli occhi della gente paiono dissolversi; perdere pesantezza anche il più oscuro retaggio e il loro lineamento greve, acquisendo una dolce innocenza, mi pare da sempre amico.
La vita della gente felice, in fondo, è fatta da piccole e semplici cose. Quando sei felice, tutto diventa astratto: quello che era il tuo spazio diviene un piccolo spazio di un corpo, e tutto si dissolve nella bellezza delle cose. Dove le monete, i tirsi e i timpani, risuonano sordi e morti alla vastità di quel mare.
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