lunedì 25 maggio 2015

"La tomba a cielo aperto"

Lunedì 25/05

"La tomba a cielo aperto"

Il pensamento odierno, lunedì 25 maggio, verte al paese italiano: una semplice riflessione che porge lo sguardo sul suo passato, attraverso l'illustrazione delle azioni immonde del presente, e con la chiosa auspicante nel vedere o nel lasciare, un domani, l'incommensurabile patrimonio artistico e intellettuale, in mani di uomini più preparati e consci dell'arte e dei doni dell'Eterno. 

La constatazione riguardante l'Italia una nazione decadente è ormai tema popolare percepibile all'ordine del giorno. L'inconscio collettivo sente un malessere incondizionato che tocca tutti i rami della società; il pessimismo regna sovrano per le strade, nei mezzi di informazione, nei luoghi di incontro. Ma questo non è il tema che ci riguarda. Personalmente non considero l'Italia degli anni del Duemila peggio dell'Italia degli anni Ottanta, di inizio Novecento, piuttosto che della seconda parte dell'Ottocento. Anzi. 
Per fare un ipotetico paragone, anche andando indietro negli anni or sono, lungi da Odoacre e l'antica Roma, si dovrebbe possedere una cosa che non la si ha: il senso civico dell'etica morale del tempo. La soddisfazione che un uomo può manifestare per un'organizzazione sociale del suo tempo, oppure per una determinata opera d'arte, è infatti riconducibile allo stretto rapporto che egli ha con essa e cosa essa per egli rappresenta come individuo, e non come persona della comunità. Mi pare perciò ovvio il fatto secondo il quale solo gli storici - quantunque anch'essi lontani - siano, in quanto a stretto contatto con la realtà popolare - la quale esprime nel collettivo la maggioranza dell'esigenza individuale - gli unici tali a poter avanzare raffronti ed elaborare tesi a riguardo. Aldilà del fatto che l'aspetto sociale - quindi animale - è un conto e l'aspetto artistico - dunque estetico è - un altro. Benché certamente un monumento, per esempio, possa ricoprire entrambe le cariche: fungendo o come ente utilitario e pragmatico oppure da ente consolatorio, quindi dedito a lasciare un'armonica testimonianza nell'altrimenti bisbetico rapporto tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda.

Fare l'elenco convenzionale delle opere della penisola italica non avrebbe sostanzialmente un senso, e, oltremodo non trarrebbe giovo alla mia più ontologica riflessione. E' risaputo che il Bel Paese, da come esprime il nome, sia il territorio col maggiore numero di patrimoni artistici del Pianeta. Davanti alle sconfinate Cina e Russia; alle medievali Francia e Germania; alla misteriosa America latina, alla madre Africa e alla Mezzaluna Fertile. 
Per far meglio comprendere quale effettivamente sia la natura fallace originaria della situazione, è sufficiente chiamare in causa l'interno l'apparato che dovrebbe non solo tutelare, ma anche valorizzare questo materiale, altrimenti in sé incompreso. 

La "valorizzazione del patrimonio culturale", purtroppo per noi, è una frase in costante progressione; una locuzione di rito utile come paracadute per chi il suo lavoro lo ricopre per meri fini personali, anziché per un più lungimirante impegno pubblico, che comunque lo riguarderebbe totalmente, prima ancora, come individuo.
La sensazione che si ha guardando l'Italia, ma anche il mondo, perché no, è quella di vedere tante piccole polis immedesimarsi in se stesse e in quella che è la loro animalesca e istintiva tetralogia: pane, ozio, felicità e speranza. 
La libertà delle azioni dell'uomo non possono prescindere dalle conseguenze che da queste scaturiscono. Per cui, ognuno deve bene stare attento a badare non solo a quello che può essere l'atto nell'immediato, bensì prolungare il suo ragionamento a un piano di più ampie vedute. E questo dicasi sia per la parte effettivamente individuale, ché per quella condivisa. 
D'altro canto, è altresì improponibile vivere in base a quelle che saranno le conseguenze dei gesti; quindi la soluzione sarebbe - e tengo a sottolineare il condizionale - quella di garantire un maggiore zelo in tutti gli ambiti istitutivi e lavorativi, poiché è da là che partirà il lavoro di costruzione per un migliore innalzamento medio. Se, e certamente e solo se lo si vorrà veramente attuare.

Gli antichi erano viaggiatori di sogni. Essi, riuscivano a trovare nel silenzio della notte la risposta cosmogonica alle loro domande. Il desiderio di sapere e dominare quel fitto mistero fu più forte degli evidenti limiti tecnici, al punto in cui si arrivò in una zona di non ritorno. Arrivò un momento - abbastanza vicino - nel quale l'uomo smise di sognare, perché aveva già tutto: poteva andare sulla Luna, là dove solo i grandi dèi della natura potevano arrivare ad ambire; An, l'essenza del cielo che dominava Ki, la sua terra. La sua amata e florida terra. Qualche Igigi poi passava tra le due estremità nella sua universale natura apolide, affinché in terra gli uomini potessero contemplare da vicino la magnificenza del divino, e in cielo si potesse sperimentare la breve ma intensa vita degli uomini. An e Ki si incontravano nell'infinita e comune distesa dell'orizzonte; si toccavano appena, in un flebile segmento che divideva il cielo dal mare o dalla pianura. Vicino nel desiderio desiderio di quegli uomini, lontano dalla loro realtà e dello sfrenato verticalismo archetipicamente gotico delle ziqqurat.  
Mi immagino un uomo della Mesopotamia osservare la grande distesa davanti a sé cadere e risalire in cielo dalla distante linea del tramonto. Percepisco il suo morboso ed entusiasta desiderio di attraversare quella soglia, per capire finalmente cosa diavolo si celi aldilà dei cieli. Laddove "la acque" (- ebraico "shamaìm" -) danno vita per l'appunto ai "cieli" (- ebraico "shamaìm" -).

L'uomo è dunque sazio di scoperte? Ha trovato nel dominio tecnico della natura la fonte del suo principio esistenziale? 
E' certo che l'uomo moderno si sopravvaluti; è convinto di essere il testimone del grande progresso e cambiamento psicologico, nonché esistenziale, che ha investito come un fiume in piena i pleonastici sedimenti dell'antica era millenaria.  
Il proletariato ha visto un radicale cambiamento di potere: sopra di sé ora non sente più il peso di un'oligarchica famiglia monarchica, bensì un intero apparato monetario sempre più teso a un cosmopolitismo formalmente comunista - nel senso tecnico del termine - e meritocratico, ma sostanzialmente elitario e aristocratico.  
Forse quindi il problema del genere umano è uno, è quello più evidente nei fatti e nelle parole: l'inconsapevolezza che il cambiamento non sia avvenuto alla base, ma alla cuspide della piramide, e che il cambiamento sociale di espressione e delle mode non sia altroché un riflesso di tale cambiamento. 
Allora evidentemente ci sentiamo tutti un po' spaesati, mal interpretati e mal rappresentati dai quali dovrebbero essere i nostri rappresentanti. 
Ma allora come mai tutto sommato al popolo questo va bene? Debbo dire che questa non è di certo una delle domande frequenti da me a me medesimo posta, però, penso di potere ugualmente rispondermi da solo. 
La questione ruota squisitamente attorno al fatto dell'immagine: spesso al nome non corrisponde più un'identità, quanto il politico dell'oggi è un uomo, che, nonostante possa avere indubbi esercizi di potere e di prestigio, tale rimane. Egli non è né un re di sangue nobile e tanto meno uno statista da idolatrare, proprio perché in sé non incarna il prototipo dell'ideale e dell'identità. Il politico ha un'unica concreta differenza rispetto alla maggioranza medio e bassa del popolo: lo smisurato salario che percepisce per svolgere la sua pubblica funzione. 
Ed ecco che allora l'immagine del leader riaffiora nel quadro generale dell'inconscio collettivo cristallina come non mai. L'uomo rappresentante il Paese è da una parte come tutti, senza alcunché di straordinario nella sua figura formale, ma possiede un tenore di vita ben diverso dalla stragrande maggioranza dei cittadini del suo popolo. E allora nella mente dell'uomo, tutto si condensa in un conflittuale desiderio di odio, apatia e disprezzo verso una classe dirigente non rappresentante non perché diversa nell'ideologia ma poiché discorde al concetto del senso civico dell'etica morale del tempo. L'archetipo del politico antico è quello di un uomo esercitante l'intero monopolio decisionale. Basti pensare a Nabucodonosor II di Babilonia, a Dario di Persia, a Giulio Cesare, a Luigi XIV di Francia, ed è per cui logico attendersi un disprezzo nei confronti di una metodo politico che riecheggia in quell'ambiguo passato, talvolta glorificato per sfuggirvici trovando salvaguardia nei suoi fasti e altre volte rappresentato come segno del più evidente male umano.      
Proprio questi quattro sovrani, rappresentati altrettanti periodi di egemonia storica, possono andare a rappresentare figuratamente la già citata tetralogia: ovverosia il pane, l'ozio, la felicità e la speranza.
- Nabucodonosor secondo, è il monarca del pane, poiché egli risolleva le regioni nordiche della Mesopotamia dal magro e ultimo periodo assiro, dominato dalle lotte fra questi, i Medi e appunto i Babilonesi. Sotto la sua guida risorge dalle ceneri l'impero babilonese, al punto da diventare il più potente e preparato della regione portante il suo stesso nome. 
- Dario primo di Persia, è il monarca dell'ozio, in quanto egli - figlio di Vistàspa - fregia la propria figura sull'inerzia della vastità e della ricchezza del suo impero acheménide. Trova un regno già forte e costituito, ed egli, altro non fa che decorarlo con l'arte del suo tempo, valorizzando quella che lui trasforma nella sua più bella città, Persépoli. 
- Caio Giulio Cesare, è il monarca della felicità: la sua carriera politica è stata senz'altro il massimo verso il quale un uomo di ambizioni possa ambire. La fama di Cesare è perseguita fino ai giorni nostri, tra il mito e la diceria. Egli oltre a essere politico - alla fine - assolutista, è anche uno stratega e un lucido storico, il quale rappresenta col suo essere la felicità della vita. - Luigi XIV di Francia - infine - è il monarca della speranza. Una speranza ambivalente, giacché può essere interpretata sua, come del popolo. La sua speranza - forse esaudita, forse no - è quella di divenire uno sorta di divinità, un essere sopra a tutti gli uomini: un uomo che da solo, come il Sole, domina il cielo. Quella del popolo, è la soddisfatta ma ancora persistente speranza di libertà, fraternità e uguaglianza. 



Vi è dunque in parte un odio e in parte un amore, in quanto l'uomo necessita intransigentemente di una guida comandante. Questa però, non deve risultare troppo lontana della realtà del soggetto in causa, poiché altrimenti finisce per divenire agli occhi della plebe una figura troppo potente, e quindi potenzialmente decisiva nelle vicende quotidiane.          
E' nata dunque la configurazione del politico moderno; potente solo per sé e per i propri scopi personali di pane, di ozio, di felicità e speranza, e non per esercizi politici. Il rappresentante è una carica perpetuamente vacante, interpretata da un personaggio a seconda della situazione del periodo storico. Ma i suoi requisiti, aldilà della personalità, sono sempre i medesimi. 
Questo chiaramente implica la possibilità di sovvertire l'esercizio della gestione, e dunque la possibilità di comandare non più tramite il corrompere o la minaccia verso la carica istitutiva, ma con un'amalgama etica - quindi di requisiti puri - verso l'ente astratto che questi, più dei cittadini, rappresentano.
Si potrebbe in questo caso ampliare la questione riguardante il fatto i sotterfugi e le associazioni a delinquere che svariano attorno a questi impianti. E' allorché risaputo che importanti enti massonici, uscendo dal loro perimetro di azione primitiva, esercitino influenze politiche, come è oserei dire "storico" il rapporto di collusione fra la figura statale e la mafia.
Queste sono certamente due aspetti criminali influenzanti i meccanismi governativi, ed è anche per colpa delle speculazioni fra queste istituzioni, che il nostro patrimonio perde la sua valenza contemplativa per trasformarsi in un inconcepibile sistema di ricavo e riciclaggio e di denaro.

L'arte è di tutti non perché appartiene a tutti o a tutti sia accessibile, ma perché è di un ognuno di noi.

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