sabato 2 gennaio 2016

Diario: "31 dicembre" - Breve riflessione sulla misantropia e sulle psicosi da essa causate


Ho sempre rivendicato l'esigenza spontanea di essere me stesso. Talvolta sono arrivato persino all'esasperazione, dettata più da una ricerca formale e da un'apparenza giovanile che dalla sostanza e dai contenuti più nobili espressi dall'uomo. 
Vivo i miei diciotto anni in maniera anomala; lontano dal riflesso di amici o parenti ma circondato dal mondo, dalle cose e dai concetti astratti. La socialità mi spaventa e al contempo m'incuriosisce: non ho mai capito come facciano, certi ragazzi, a trovarsi a loro agio con altri coetanei senza fare nulla di realmente significativo, riempiendosi le orecchie e la bocca di espressioni egoiche e frasi fatte, e i peni di vagine e le vagine di peni, con annesse varianti. 
Io vivo nell'indiscrezione, attento a non calpestare l'ombra, difficilmente accecato dal sole. 
Il mio tempo, che mio non è, lo dedico alla produzione di piccole opere poetiche, musicali, teoriche, alla riflessione e alla meditazione, da qualche periodo in verità abbandonata. 
Vado abbastanza d'accordo col gatto che vive con noi; anch'egli, come me, è un tipo schivo, indiscreto, morigerato, diffidente e avverso agli uomini. Potrei definirmi dunque un misantropo in balia degli istinti della natura. 

Uno spirito antico ed eterno racchiuso in un corpo giovane non può che sentirsi a disagio, non tanto con se stesso quanto col mondo. 
Dentro me ho fin troppa esperienza per gioire di futilità, per celebrare il nulla coi miei presunti coetanei o per inseguire concretamente frivoli sogni o desideri legati alla falsità della persona; troppe svolte svanita nelle molteplici figure dei volti da lei indossati, almeno tante quante le volte in cui l'ho ritrovata stando con gli altri o nell'ascoltare un banale strillatore di musica pop alla televisione. 
Sono fatto così: complesso, elucubrato e perso nelle forme della dualità, ma anche lucido, pratico e minimalista nelle evenienze quotidiane. 
Ora sto sorseggiando dal bicchiere un po' di rum. Non mi piace, ma il suo aroma denso e amaro riesce a togliermi dalla bocca quel sapore d'insipido tipico di chi, come me, nel mondano capodanno, ha vissuto giorni migliori e meno insipienti. 

Sarebbe sì più conveniente perdersi - penserai - nei frivoli edonismi della vita di un giovane piccolo borghese occidentale. Ma la verità è che indossare maschere o accessori non mi riesce, e dunque fingere di essere o di gradire una determinata situazione sociale sarebbe il più grande torto fattibile verso la mia essenza. 
Il segreto dei geni, forse, è quello di saper svalutare il mondo, o tutt'al più sfuggirlo, per concentrare tutte le energie sull'osservazione, la riflessione e lo studio del dettaglio che si cela tre o quattro strati dietro alla realtà. 

La carenza di stimoli esterni mi costringe in qualche modo a surrogare nell'intimità; esaltando questa, sventolandola, mettendola addirittura al centro di tutto, o di niente, a seconda del caso e delle situazioni in atto. 
In questa pienezza vuota è assai bello perdersi ricordando però, come fanno Pollicino nella favola e Teseo nel mito, la via del ritorno al mondo. 

Il mio mondo, come qualsiasi dimensione spirituale o condizione mentale, è coronato da beltà ma costernato al tempo stesso di bramose gelosie e fuorvianti tranelli. 
In esso vi sono racchiusi il dì e la notte, l'immensamente e il miseramente umano, il sogno, il dolore, la fatica di vivere, la gioia, l'erudità, l'intelletto e l'incapacità di amare. E' un insieme di essenze che comporta agi ma altresì rinunce. 

Da un iniziale sfogo sulla mia psicosi coscientemente procurata (perché ho capito che per capire devo prima ammalarmi), parola dopo parola, trama su trama, sto tessendo la tela gommosa di una statica autobiografia. 
Non era mia intenzione, ma è risaputo: quando le persone sono tanto convinte di essere tali da non potere o addirittura volere rinunciare alle loro piccole disgrazie (causate da bassi stati di coscienza), secondo una legge non scritta chiamata da alcuni orgoglio e da altri coerenza, trascinano con sé delle parti che, benché istintivamente conservate per rimanere segreti, vengono comunicate e condivise all'esterno, anche solo all'alter ego del <<mondo là fuori>> (come nel mio caso), come sinceri, spontanei e vergini segnali di intimità. 

Il mio malessere, non poi così negativo come la sua etimologia lo dipinge, nasce dunque da un attrito, un conflitto tra l'io "Primordiale" e l'io "Esteriore" costituito dalle persone che ho incontrato in questa vita, da quelle che vorrei incontrare (emulazione inconscia e meccanica della personalità) e dalle leggi che costituiscono la cultura che mia ha formato ma, per fortuna o ferrea volontà, non plasmato.  

non sono dunque un essere in divenire ma un essere che si scopre gradualmente. 



L'importante, alla fine, è comprendere che è tutto un'illusione.

mercoledì 14 ottobre 2015

Diario: "15/10/15"

Ho fallito come uomo. Solo la morte potrà darmi una nuova possibilità.
La Follia mi ha divorato nel profondo; essa fu tanto famelica d'idee e di occasioni al punto che quando queste finirono, essendo io stesso finito e fallito con loro, non trovando Pace, trovò il modo di divorare se stessa lasciandomi un insipido ammasso di carne greve e flaccida.
Mai come in questo periodo mi sono trovato vicino alla vera natura dell'Io; spogliato da tutte le velleità e le misere ambizioni della vita e mirabilmente interconnesso alla realtà delle cose.
Già vedo l'autunno nonostante gli appena 18 anni di vita. La mia, però, non è una disperazione ristagnante recrudescente figlia dell'Insoddisfazione, né e tanto meno una convinzione megalomane. Essa è una lucida e cosciente rassegnazione alla vita e ai suoi frutti opulenti ma eternamente acerbi.
Trovo nell'Arte e nel mio genio le uniche motivazioni a continuare nel recitare una parte in questo meschino (e falso) teatrino.
Manipolare i suoni sul mio pianoforte seguendo spontaneamente i dettami della mente, oppure giocare con l'ambiguo ed edulcorante senso della parola, non mi rende un uomo migliore, né ai miei occhi, né a quelli degli altri. Ma rivendica quantomeno nelle mie sensazioni quel morboso piacere che, come una vocina echeggiante da posti lontani, si palesa sempre e mi ricorda che io so che la terra non è il nostro mondo.



Questa riflessione nasce dal fatto che io, nonostante faccia di tutto per non ammetterlo, sia profondamente legato al mondo degli uomini, e come essi, alle loro emozioni.

"Storie dal Mare"



Quante storie racconta il mare;
le sua bianca spuma echeggia ricordi lontani
rapporti frivoli che divengono racconti nella memoria

amori sbocciati o appassiti tra le viuzze del centro,
tra un bar e l'altro, tra l'ombre e la luce, tra il silenzio, i sussurri e una canzone all'ultima moda.

Nel buio tutte queste idee prendono forma
e, come corpi astratti, vedo uomini e donne innamorati della vita
scorrere e vagare oltrepassandomi sul bagnasciuga

La mia figura è bieca e a mezz'aria
come una bandiera vuota di simboli e colori
sventolante al candore lontano delle stelle e all'arbitraria bonaccia

Un vano e fuggente ricordo
intinto da un'ossuta e carnosa calligrafia
vola in messaggio intimo per il mare ed il mio golfo
parla di quando tutti noi saremo dissolti nella sua acqua
e lui continuerà, imperterrito, a cullare la spiaggia, il cielo e i nostri figli.

domenica 11 ottobre 2015

"La sega delle ore 7"

Valerio Giongo

Nell'aria vivo una sensazione strana
un piacere amico che leviga la piattezza
e distoglie la pazzia

Senza senso d'intelletto
ma con profonda consapevolezza e rispetto
agito la mia fontana a una fontana amica e idealizzata, sconosciuta e muscolosa.

La spettro scuro della vita si dilata
e posso sentir nel cuore un profumo di ciliegi
sospinti dall'aere mentre il mio spirito aleggia in più alte dimensioni

E come una spada che trafigge la carne
mi risveglio in terra e a questo mondo
pronto per sognar 'na nuova vita

sabato 10 ottobre 2015

"Giovanni, la Quercia e l'Eternità." (V.Giongo)


Dalla patina corporativa di Partinico
Alla massoneria deviata di Calcutta
l'infamia dell'uomo prosegue di pari passo alla sua grandezza
e all'influenza che lo stesso s'imputa sul territorio.

Anni fa, coraggiosi scrittori e intellettuali narrarono del canto di una civetta che, misera e sommessa, annebbiò la sua vista notturna per risplendere nell'insolita ma opulenta luce del giorno.

Toccò un giorno allora a Giovanni, pastore in aspre e sperdute campagne, di andare a prendere il foraggio e l'acqua per le bestie così come sua madre e suo padre avevano a lui richiesto.
Nella via del ritorno, però, egli s'imbatté in una voce dolce e misteriosa. Era quella di una quercia. L'albero era enorme, la sua corteccia odorosa  districava tra possenti rami una bruna ombra tra gli erbeggi e il vento tiepido della tarda estate agitava le sue verdi foglie palmate.

<<Salve Giovanni>> ha intonato la Quercia.
Giovanni ricambiò il saluto con vivace stupore. Egli non aveva studiato molto ma sapeva che gli alberi, quantomeno al suo paese, non potevano parlare.
Ad ogni modo se ne fece una ragione e preso atto di ciò domandò alla pianta come facesse a sapere il suo nome.
<<Oh ma io so tutti i nomi di tutte le cose>> rispose essa. <<Vieni con me>> - proseguì dopo una breve interruzione <<Vieni con me e non te ne pentirai>>

Il ragazzo concedette a se stesso il lusso di rilassarsi per qualche minuto alle pendici di quella empirica quercia, senza perdere però di vista la mansione che avrebbe dovuto portare a termine e per la quale egli si trovava lì in quell'istante.


 È nella sottomissione a un padrone indefinito
Che l'uomo trova l'ordine e l'equilibrio di tutte le cose
Caduti nelle tenebre
Sconquassati () dal vento
Il musicista jazz vive la musica in modo attivo e cosciente

Si abbandonarono in un profondo sonno, e con loro, tutto ciò che viveva attorno e penetrava tra le fessure dell'ombra.

<<Chi sei? Cosa vuoi da me?>> G.
<<Sono la vita, e porto a te un monito>> Q.
<<Tu non mi devi insegnare nulla; tutto ciò che esiste già lo so.
So riconoscere il foraggio dall'erba appena rinsecchita, so mietere per un giorno intero sotto al sole un campo di pannocchie, so tramutare il latte svezzato ai capri in caglio e dunque assecondarlo in profumati formaggi.
So riconoscere l'arrivo della stagione delle piogge e so distinguere questa ancora da quella più arida e secca.
So quindi brandire un coltello per difende i nostri campi da indesiderati nemici; so riconoscere le mie 40 capre, le mie 30 vitelle, i miei 10 polli e il mio cane, benché nessuno di essi abbia un nome come lo abbiamo noi uomini e donne; so controllarmi nelle pulsioni dell'amore per le femmine e per le bevande inebrianti;
so quindi e infine riconoscere il culmine del giorno nell'aurora rossa di ogni mattina vedendo le stelle, il sole e la mia casa con gli occhi di due diversi mondi.>> G.

<<Sai davvero molte cose, mio caro Giovanni, lo riconosco.
Hai imparato ad amare la vita rispettando i compagni, conciliando le faccende più grevi e sgradevoli e lasciandoti abbandonare dagli ozi che da quest'ultime conseguono.
Tra l'amore per la terra, i campi, le fanciulle e le bestie, l'aurore e le stagioni, hai però dimenticato nel corso dei tuoi anni un'amore più profondo e sincero: un'amore che vien da te. >> Q.

<< Non posso amare me stesso, sarebbe contro la natura>> G.


<<Il narcisismo è natura. Devi partire dal presupposto che non si deve scindere la sfera naturale dal mondo degli uomini, andando a concepire dunque questi ultimi come parte integrante del tutto convenzionalmente denominato 'Natura'. Tu stesso, prima, hai scritto di vedere con gli occhi di entrambi i mondi.

La campagna, se vista con quest'ottica, come un ospedale psichiatrico, è un luogo interessante e ricco di fascino

<<Cosa ci hai trovato di bello in questa modesta e morigerata campagna?>> G.


<<Sono andata oltre alla semi fatiscenza e al degrado nel quale vivono rinchiuse le persone...ogni  loro volto, infatti, racconta una storia, ed è una finestra s'un mondo che si stacca dal tempo e dallo spazio>> Q.

<<Questo è il mio mondo e il mondo di tutti. Qui tutti siamo poiché agiamo per un bene comune; chi non agisce è infatti peggio di una bestia, che dico, di una quercia!>> G.

<<Sei come il pescatore che anziché pescare aspetta sulla riva del fiume guardando lo scorrere delle acque e della corrente, caro Giovanni>> Q.

<<Mi piace guardare lo scorrere delle acque.>> G.


<< Anche a me piace. Pensa che proprio sotto alle mie antiche radici scorre un fiume nascosto che nessuno ha mai visto, eccetto gli uomini e le bestie di tempi lontani. Per vivere dovrai però mangiare, e per mangiare dovrai pescare uno di quei pesci del fiume.
Preferiresti morire?>> Quercia


<< Chi ama la propria vita la perderà, chi disprezza la propria esistenza in questo mondo, la conserverà in eterno. Tu stessa, oh Quercia che ti disprezzi vivendo radicata al medesimo terreno da eoni, sei testimone dell'assidua monotonia che ti ha condotto a una longevità estrema. Nessuna delle altre piante di questo mondo, impegnata a disperdere il prezioso seme della vita, dura quanto te.>> G.


<<Agli occhi degli umani il mio è un eterno nulla. Un consumarsi e basta, vivendo la vita in modo passivo. Ma, come tu stesso oggi hai avuto il privilegio e l'onere di constatare, con gli occhi di un altro mondo cambiano le prospettive, e con esse anche le cose.>> Q.


<<Non sempre bisogna mostrarsi per mangiare.>> G.


<<Mai bisogna mai mostrarsi! Semmai si deve agire.
Il predatore, in Natura, se si mostra prima di agire non potrà mai cacciare la preda e sarà perciò destinato a perire dalla fame.>> Q.

<<Hai pianamente ragione.>> G.

<<Impara allora a mostrarti con gli occhi delle cose e non attraverso quelli degli uomini e delle donne. Uscirai così dal vecchio mondo per trovarne uno decisamente più vecchio ma al momento stesso immensamente più nuovo.

Tutto s'interruppe qualche istante. Dopo, Tutto proseguì seguendo la natura delle cose:

Hai sempre amici in città?>> Q


<<Sono anche aumentati.>> G.

<<Loro non li reputi borghesi?>> Q.

<<No, affatto.
Hanno ottime potenzialità.>> G.


<<A me non sembra>> Q.


<<Alcuni sono cresciuti col tempo...>> G.


<<Ah si? Chi per esempio>> Q.

<< Rosy ha abbandonato il satanismo per dedicarsi alle speculazioni ontologiche.
Francesco sta allargando i propri orizzonti e abbandonando l'aridità scientifica.
Will inizia a studiare filosofia greca.>> G.

<<Sapete davvero molte cose, miei cari, lo riconosco. L'ultima volta che vi lasciai eravate tesi verso un qualcosa d'indefinito. Ora, quell'indefinito ha preso una forma: e si muove!
 Non intendo però bene il nesso tra ontologia e speculazione.>> Q.


<<Perché?>> G.



<<Perché sull'essere non si può speculare. Si può speculare sulla metafisica, come fa per esempio da anni la Santa romana, ma non sull'essere.
Quindi, cosa sono le speculazioni ontologiche?>> Q.

<<Quelle ontologiche sono degli studi, delle analisi che riguardano la struttura dell'essere in quanto tale.>> G.


<<Sì, so cosa significa ontologia. Non intendo anzi bene, come ti ho detto, il nesso con la speculazione>> Q.


<<Perché sull'essere non si può speculare. Si può speculare sulla metafisica, come fa per esempio da anni la Santa romana, ma non sull'essere>> Q.



<<Perché no? Parmenide lo ha fatto.>> G.


<< Quella di Parmenide di Elea non è una speculazione sull'essere>> Q.


<<E su cos'era?>> G.


<<È una negazione delle vie che conducono all'analisi dell'essere. Conosci 4'33'' di John Cage? Ecco, quella è la negazione in musica della musica stessa. Quello che faceva il tuo amico Parmenide>> Q.


<<Non la conosco 4'33". Quindi stai dicendo che si tratta di una negazione fino ad arrivare alla pura qualità dell'essere?>> G.


<<Sì: rapportandolo alla tua mentalità si può dire che a furia di negare il mio essere e l'essere degli altri, raggiungo il non-essere che, alla fine, è l'essere di tutti (o di tutte le cose)>> Q.


<<Le tue teorie sono superate e obsolete, e te lo dimostro.>> G.

<<Davvero vorresti mostrare qualcosa a colei che in epoche passate, quando non eri cittadino del mondo ma umile bracciante di terre e capre, curò la tua cecità?>> Q.

<<Sì, con l'ausilio di uno mio scritto sulla filosofia decostruzionista di Jacques Derrida.
Ecco, tieni, leggilo.>> G.

Tutto per un momento s'interruppe. Il vento smise di frusciare tra le foglie della quercia che sparì. Passato quest'attimo, Tutto si ricompose secondo la natura delle cose. E la Quercia riprese:


<<Questo Derrida è una sorta di neoempirista proteso verso qualcosa, dunque, Mi ricorda voi contadini ai campi protesi verso un sogno sgargiante e utopico chiamato civilizzazione.>> Q.

<<Diciamo che non è un neoempirista, il suo approccio non considera più di tanto l'esperienza.
Il decostruzionismo derridiano è più una sorta di auto esame.>> G.


<<Alla fine del tuo scritto parli di etica. Ecco, a me pare che l'approccio di questa corrente filosofica vada in parallelo coi costumi della tua epoca, e, in particolar modo col periodo cosiddetto d'Avanguardia che l'ha preceduta in ogni cosa.
Il minimalismo, la fuga dalla civiltà per mezzo della fotografia e dell'l'arte figurativa e decorativa: queste sono tutte forme distinte di un periodo che rappresentano la legge naturale delle cose.>> Q.


Sì, Derrida parla anche di etica..
Ma ho voluto presentare l'intera corrente filosofica in tutti i suoi passi, dato che l'etica derridiana prevede prima che vengano esposti i suoi capisaldi.
Questo è un disperato tentativo di ritrovare una filosofia autentica dopo il fallimento di tutte le altre.>> G.


Sa davvero molte cose questo Derrida, lo riconosco. L'ultima volta che vi lasciai eravate alla ricerca di una verità indissolubile ed eterna. Ora, fate di tutto per demolirla.>>
<<Questa filosofia così goticamente slanciata verso il futuro, forse, è già stata anch'essa superata, sai?
Oggi vi siete rassegnati e, come anime prave trasportate da Caronte, vi fate accompagnare verso un mondo dove le macchine decidano al posto vostro e scelgano il vostro destino. Forse il vostro destino sarà sempre quello di creare, e il mio di dissolvere, chissà>> Q.

<<Io non mi sono rassegnato, sono qui per forgiare una nuova era dell'umanità.>> G.
Ho un piano molto preciso.


<<Vorresti conquistare il mondo?>> Q.

<<Distruggerlo, è diverso.>> G.

<< Sarebbe una vittoria di Pirro però>> Q.

<<No, perché>> G.

<<Perché è anche bello e nobile crogiolarsi nelle proprie conquiste>> Q.

<< Il mio fine non è la conquista, ma la demolizione di ogni cosa.>> G.

<<La demolizione è anche una conquista. E poi, comunque, prima di demolire dovrai conquistare>> Q.

<<La conquista sarà la vera ricostruzione.>> G.


<<Quello è un ciclo.
Se non lo fai tu, ci penserò io.
Io sono la Natura, no?
la Natura opera attraverso te.>> Q.

Giovanni, come se nulla fosse accaduto, ritornò a casa col carico di erba secca sorretto nella mano destra e una giara ricolma d'acqua nella sinistra.


<<Sai, Quercia, ho ascoltato quella vecchia canzone...>> G.

<<4'33'' di John Cage?>> Q.

<<Sì. Nonostante realmente non esista, e non sia dunque mai esistita, riesco comunque a udire in essa una sinfonia bellissima.>> G.

<<Sì, certo, anche io la sento, in quanto in quell'istante viene la realtà viene istituzionalizzata per mezzo della musica. Tu sei lì in quella sala, ma sei anche da un'altra parte. Se non fosse un'esibizione non riusciresti a cogliere la bellezza nel non essere delle cose.>> Q.

<<Hai ragione, oh Quercia. Per quale motivo non ti ho dato subito ascolto? Per quale motivo ho pensato di saperne più di te cercando di fuggirti per migliorare il mondo? Sono stato uno stolto e me ne pento. >> G.

<<Oh caro Giovanni, non ti devi pentire di nulla. Ricordi quando fosti contadino, poi padre e cittadino del mondo? In ogni fase hai sempre seguito con Consapevolezza, avendo me al tuo fianco, la natura delle cose.
Adesso vai, vai! E arrivederci nei paesi del domani!>> Q.





Giovanni, come se nulla fosse accaduto, ritornò a casa col carico di erba secca sorretto nella mano destra e una giara ricolma d'acqua nella sinistra in attesa di un nuovo compito e dei paesi del domani. La tradizione vuole che i suoi genitori di ieri lo stiano ancora aspettando.



sabato 15 agosto 2015

"16 agosto" (2)


E quando l'avido dàimon, turgido ma mai saturo di malignità, se ne va per altri lidi, risorgono dal corpo quella pace, quel silenzio opulento, quella naturalezza nell'agire che si traduce in sapore di libertà.
Le paure si dissolvono come ombre all'avvento del sole; tutte le immagini dai contorni sfocati e imprecisi acquisiscono luce e si è in grado non solo di riconoscerle ma pure di decidere il loro livello di estetica.
Si acquisisce una forma nata da quel vuoto di rumori;
e andate vie quelle voci, alla mente risorge una frase:
<Sei hai paura del nulla
è il nulla che a te interessa.>

Quante volte ci è voluta la guerra per vivere in un certo modo la vita; quante volte è necessario soffrire per godere la pace; quante volte è necessario perdere battaglie per vincere la guerra, o Callisto, tu solo lo sai. In questa notte bieca e angusta, postuma agli edonisti inni dionisiaci contemporanei del Ferragosto; laici nel loro sapore, evacui nel loro significato.
Ora me ne andrò come ogni notte del fine settimana a lavorare al forno. Là starò tranquillo, assorto nella pace e nel compiacimento d'interpretare un ruolo pur rimanendo me stesso.
A gloria funesta rimembrò dal cielo; vuoto il capo la mente era la sua forma. Arrivò un'idea che assottigliò gli esseri delle molteplici personalità. E tutto sparì unendosi a se stesso, in un riff di chitarra che sentenziava il fatto.

29 agosto.

In musiche e melodie future 
sospiro la mia immagine del sublime 
tra le stelle lontane rese da esse inospitali 
nei meandri nascosti dell'infinito blu 
ricordo ciò che fu 
e come in una fotografia mi rivedo passare

a ogni picco un brivido e l'idea di un percorso abbandonato 
vissuto in un atollo sperduto e spergiurato 
nell'incombenza di amare me stesso per essere desiderato 
e volando nel cielo in questo mondo incantato 
in un chiostro silente dal pensiero inanimato 
di quando quella volta a me promisi 
che io da solo il mondo con me stesso avrei esplorato 
che io da solo il mondo con me stesso avrei girato

e non lo feci a piedi, a cavallo o per mare 
ma volando alto, tra le stelle e le immense increspature delle galassie
attraccai a ogni fiordo come un avventuriero apolide 
su quelle turgide e cangianti costellazioni sospiranti di pienezza
senza libido dei sensi e affannose bramosie 
placando per sempre la nauseabonda recrudescenza 
che da tempo immemore sciupa in me la virtù Suprema della ragione

a ogni picco un brivido e l'idea di un prosaico disegno
dai noi terrestri affisso per ingannarci e imprigionarci 
sprigionò nel buio la sua luce 
l'aurora boreale della notte 
fresca ingombrante ascesa dell'intelletto 
ipostasi motrice delle insignificanti cose

e fu così per frangenti lontani mi staccai da ciò che interpreto 
non più agimmo dunque per la nostra specie 
né per il bene lato delle cose 
ma solo per contemplare, in silenzio, un mistico orgasmo di stelle.



Diario: "16 agosto"


                                                                                                                                                                                                                                                                                  L'animo passivo deve vivere nel mondo la sua indolenza per realizzare come quanto da lui provato sia in realtà l'idealizzazione generalizzata di un concetto da lui stesso plasmato e cercato.

Un volto definito che pratica un fellatio a una presenza a mezz'aria nell'ombra, rappresenta a pieno titolo l'epitaffio della passività e del passivismo. Non ha importanza dunque quale sia la causa o la ragione dell'abulia, né e tanto meno chi sia l'oggetto a scaturire la causale sottomissione. Ciò che importa è che l'atto venga svolto per avere come fine l'estasi ricavata dalla trasgressione per le regole auto-imposte.
Chi segue una dottrina o una liturgia che pratica la castità, egli, lo farà inconsciamente per trasgredire quel paletto. Se verrà applicata o meno questo è un altro discorso.
Si sceglie dunque un mondo non tanto per integrarsi a esso, ma per dominarlo di sé.



amor che mi compiaci 
che nutri i miei bisogni
rallegrami la notte buia 
di stelle e di fiori da toccare 

tu godi, Psiche, perché rivivi ciò che pensi
non godi, oh Psiche, perché ripensi a ciò che hai vissuto

l'atto è imbolsimento: 
il sesso lo si pensa, 
lo si diventa; 
che gusto c'è nel farlo?

nessuno hai provato godimento
nel procrear la sua specie;
neppure il più altruista tra gli eremiti
neppure il più mite tra i mondani

Eros: Io sono l'arte del sedurre 
idealizzazione dell'ideale del bello
dove io finisco tu, Psiche, incominci 

In ombra sottile 
la speranza si foco
di battiti e bramosie si gonfia il corpo
di dolce ambrosia fluisce la mente

L'erotismo è l'arte del sedurre
idealizzazione dell'ideale del bello
l'erotismo finisce dove incomincia il sesso. 

Ricolmo di estetica 
tra cielo e terra
rimembra quel turgido mar primordiale 
che ogni uomo
ha sempre sognato.