Ho fallito come uomo. Solo la morte potrà darmi una nuova possibilità.
La Follia mi ha divorato nel profondo; essa fu tanto famelica d'idee e di occasioni al punto che quando queste finirono, essendo io stesso finito e fallito con loro, non trovando Pace, trovò il modo di divorare se stessa lasciandomi un insipido ammasso di carne greve e flaccida.
Mai come in questo periodo mi sono trovato vicino alla vera natura dell'Io; spogliato da tutte le velleità e le misere ambizioni della vita e mirabilmente interconnesso alla realtà delle cose.
Già vedo l'autunno nonostante gli appena 18 anni di vita. La mia, però, non è una disperazione ristagnante recrudescente figlia dell'Insoddisfazione, né e tanto meno una convinzione megalomane. Essa è una lucida e cosciente rassegnazione alla vita e ai suoi frutti opulenti ma eternamente acerbi.
Trovo nell'Arte e nel mio genio le uniche motivazioni a continuare nel recitare una parte in questo meschino (e falso) teatrino.
Manipolare i suoni sul mio pianoforte seguendo spontaneamente i dettami della mente, oppure giocare con l'ambiguo ed edulcorante senso della parola, non mi rende un uomo migliore, né ai miei occhi, né a quelli degli altri. Ma rivendica quantomeno nelle mie sensazioni quel morboso piacere che, come una vocina echeggiante da posti lontani, si palesa sempre e mi ricorda che io so che la terra non è il nostro mondo.
Questa riflessione nasce dal fatto che io, nonostante faccia di tutto per non ammetterlo, sia profondamente legato al mondo degli uomini, e come essi, alle loro emozioni.
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