Ho fallito come uomo. Solo la morte potrà darmi una nuova possibilità.
La Follia mi ha divorato nel profondo; essa fu tanto famelica d'idee e di occasioni al punto che quando queste finirono, essendo io stesso finito e fallito con loro, non trovando Pace, trovò il modo di divorare se stessa lasciandomi un insipido ammasso di carne greve e flaccida.
Mai come in questo periodo mi sono trovato vicino alla vera natura dell'Io; spogliato da tutte le velleità e le misere ambizioni della vita e mirabilmente interconnesso alla realtà delle cose.
Già vedo l'autunno nonostante gli appena 18 anni di vita. La mia, però, non è una disperazione ristagnante recrudescente figlia dell'Insoddisfazione, né e tanto meno una convinzione megalomane. Essa è una lucida e cosciente rassegnazione alla vita e ai suoi frutti opulenti ma eternamente acerbi.
Trovo nell'Arte e nel mio genio le uniche motivazioni a continuare nel recitare una parte in questo meschino (e falso) teatrino.
Manipolare i suoni sul mio pianoforte seguendo spontaneamente i dettami della mente, oppure giocare con l'ambiguo ed edulcorante senso della parola, non mi rende un uomo migliore, né ai miei occhi, né a quelli degli altri. Ma rivendica quantomeno nelle mie sensazioni quel morboso piacere che, come una vocina echeggiante da posti lontani, si palesa sempre e mi ricorda che io so che la terra non è il nostro mondo.
Questa riflessione nasce dal fatto che io, nonostante faccia di tutto per non ammetterlo, sia profondamente legato al mondo degli uomini, e come essi, alle loro emozioni.
mercoledì 14 ottobre 2015
"Storie dal Mare"
Quante storie racconta il mare;
le sua bianca spuma echeggia ricordi lontani
rapporti frivoli che divengono racconti nella memoria
amori sbocciati o appassiti tra le viuzze del centro,
tra un bar e l'altro, tra l'ombre e la luce, tra il silenzio, i sussurri e una canzone all'ultima moda.
Nel buio tutte queste idee prendono forma
e, come corpi astratti, vedo uomini e donne innamorati della vita
scorrere e vagare oltrepassandomi sul bagnasciuga
La mia figura è bieca e a mezz'aria
come una bandiera vuota di simboli e colori
sventolante al candore lontano delle stelle e all'arbitraria bonaccia
Un vano e fuggente ricordo
intinto da un'ossuta e carnosa calligrafia
vola in messaggio intimo per il mare ed il mio golfo
parla di quando tutti noi saremo dissolti nella sua acqua
e lui continuerà, imperterrito, a cullare la spiaggia, il cielo e i nostri figli.
domenica 11 ottobre 2015
"La sega delle ore 7"
Valerio Giongo
Nell'aria vivo una sensazione strana
un piacere amico che leviga la piattezza
e distoglie la pazzia
Senza senso d'intelletto
ma con profonda consapevolezza e rispetto
agito la mia fontana a una fontana amica e idealizzata, sconosciuta e muscolosa.
La spettro scuro della vita si dilata
e posso sentir nel cuore un profumo di ciliegi
sospinti dall'aere mentre il mio spirito aleggia in più alte dimensioni
E come una spada che trafigge la carne
mi risveglio in terra e a questo mondo
pronto per sognar 'na nuova vita
un piacere amico che leviga la piattezza
e distoglie la pazzia
Senza senso d'intelletto
ma con profonda consapevolezza e rispetto
agito la mia fontana a una fontana amica e idealizzata, sconosciuta e muscolosa.
La spettro scuro della vita si dilata
e posso sentir nel cuore un profumo di ciliegi
sospinti dall'aere mentre il mio spirito aleggia in più alte dimensioni
E come una spada che trafigge la carne
mi risveglio in terra e a questo mondo
pronto per sognar 'na nuova vita
sabato 10 ottobre 2015
"Giovanni, la Quercia e l'Eternità." (V.Giongo)
Dalla patina corporativa di Partinico
Alla massoneria deviata di Calcutta
l'infamia dell'uomo prosegue di pari passo alla sua grandezza
e all'influenza che lo stesso s'imputa sul territorio.
Anni fa, coraggiosi scrittori e intellettuali narrarono del canto di una civetta che, misera e sommessa, annebbiò la sua vista notturna per risplendere nell'insolita ma opulenta luce del giorno.
Toccò un giorno allora a Giovanni, pastore in aspre e sperdute campagne, di andare a prendere il foraggio e l'acqua per le bestie così come sua madre e suo padre avevano a lui richiesto.
Nella via del ritorno, però, egli s'imbatté in una voce dolce e misteriosa. Era quella di una quercia. L'albero era enorme, la sua corteccia odorosa districava tra possenti rami una bruna ombra tra gli erbeggi e il vento tiepido della tarda estate agitava le sue verdi foglie palmate.
<<Salve Giovanni>> ha intonato la Quercia.
Giovanni ricambiò il saluto con vivace stupore. Egli non aveva studiato molto ma sapeva che gli alberi, quantomeno al suo paese, non potevano parlare.
Ad ogni modo se ne fece una ragione e preso atto di ciò domandò alla pianta come facesse a sapere il suo nome.
<<Oh ma io so tutti i nomi di tutte le cose>> rispose essa. <<Vieni con me>> - proseguì dopo una breve interruzione <<Vieni con me e non te ne pentirai>>
Il ragazzo concedette a se stesso il lusso di rilassarsi per qualche minuto alle pendici di quella empirica quercia, senza perdere però di vista la mansione che avrebbe dovuto portare a termine e per la quale egli si trovava lì in quell'istante.
È nella sottomissione a un padrone indefinito
Che l'uomo trova l'ordine e l'equilibrio di tutte le cose
Caduti nelle tenebre
Sconquassati () dal vento
Il musicista jazz vive la musica in modo attivo e cosciente
Si abbandonarono in un profondo sonno, e con loro, tutto ciò che viveva attorno e penetrava tra le fessure dell'ombra.
<<Chi sei? Cosa vuoi da me?>> G.
<<Sono la vita, e porto a te un monito>> Q.
<<Tu non mi devi insegnare nulla; tutto ciò che esiste già lo so.
So riconoscere il foraggio dall'erba appena rinsecchita, so mietere per un giorno intero sotto al sole un campo di pannocchie, so tramutare il latte svezzato ai capri in caglio e dunque assecondarlo in profumati formaggi.
So riconoscere l'arrivo della stagione delle piogge e so distinguere questa ancora da quella più arida e secca.
So quindi brandire un coltello per difende i nostri campi da indesiderati nemici; so riconoscere le mie 40 capre, le mie 30 vitelle, i miei 10 polli e il mio cane, benché nessuno di essi abbia un nome come lo abbiamo noi uomini e donne; so controllarmi nelle pulsioni dell'amore per le femmine e per le bevande inebrianti;
so quindi e infine riconoscere il culmine del giorno nell'aurora rossa di ogni mattina vedendo le stelle, il sole e la mia casa con gli occhi di due diversi mondi.>> G.
<<Sai davvero molte cose, mio caro Giovanni, lo riconosco.
Hai imparato ad amare la vita rispettando i compagni, conciliando le faccende più grevi e sgradevoli e lasciandoti abbandonare dagli ozi che da quest'ultime conseguono.
Tra l'amore per la terra, i campi, le fanciulle e le bestie, l'aurore e le stagioni, hai però dimenticato nel corso dei tuoi anni un'amore più profondo e sincero: un'amore che vien da te. >> Q.
<< Non posso amare me stesso, sarebbe contro la natura>> G.
<<Il narcisismo è natura. Devi partire dal presupposto che non si deve scindere la sfera naturale dal mondo degli uomini, andando a concepire dunque questi ultimi come parte integrante del tutto convenzionalmente denominato 'Natura'. Tu stesso, prima, hai scritto di vedere con gli occhi di entrambi i mondi.
La campagna, se vista con quest'ottica, come un ospedale psichiatrico, è un luogo interessante e ricco di fascino
<<Cosa ci hai trovato di bello in questa modesta e morigerata campagna?>> G.
<<Sono andata oltre alla semi fatiscenza e al degrado nel quale vivono rinchiuse le persone...ogni loro volto, infatti, racconta una storia, ed è una finestra s'un mondo che si stacca dal tempo e dallo spazio>> Q.
<<Questo è il mio mondo e il mondo di tutti. Qui tutti siamo poiché agiamo per un bene comune; chi non agisce è infatti peggio di una bestia, che dico, di una quercia!>> G.
<<Sei come il pescatore che anziché pescare aspetta sulla riva del fiume guardando lo scorrere delle acque e della corrente, caro Giovanni>> Q.
<<Mi piace guardare lo scorrere delle acque.>> G.
<< Anche a me piace. Pensa che proprio sotto alle mie antiche radici scorre un fiume nascosto che nessuno ha mai visto, eccetto gli uomini e le bestie di tempi lontani. Per vivere dovrai però mangiare, e per mangiare dovrai pescare uno di quei pesci del fiume.
Preferiresti morire?>> Quercia
<< Chi ama la propria vita la perderà, chi disprezza la propria esistenza in questo mondo, la conserverà in eterno. Tu stessa, oh Quercia che ti disprezzi vivendo radicata al medesimo terreno da eoni, sei testimone dell'assidua monotonia che ti ha condotto a una longevità estrema. Nessuna delle altre piante di questo mondo, impegnata a disperdere il prezioso seme della vita, dura quanto te.>> G.
<<Agli occhi degli umani il mio è un eterno nulla. Un consumarsi e basta, vivendo la vita in modo passivo. Ma, come tu stesso oggi hai avuto il privilegio e l'onere di constatare, con gli occhi di un altro mondo cambiano le prospettive, e con esse anche le cose.>> Q.
<<Non sempre bisogna mostrarsi per mangiare.>> G.
<<Mai bisogna mai mostrarsi! Semmai si deve agire.
Il predatore, in Natura, se si mostra prima di agire non potrà mai cacciare la preda e sarà perciò destinato a perire dalla fame.>> Q.
<<Hai pianamente ragione.>> G.
<<Impara allora a mostrarti con gli occhi delle cose e non attraverso quelli degli uomini e delle donne. Uscirai così dal vecchio mondo per trovarne uno decisamente più vecchio ma al momento stesso immensamente più nuovo.
Tutto s'interruppe qualche istante. Dopo, Tutto proseguì seguendo la natura delle cose:
Hai sempre amici in città?>> Q
<<Sono anche aumentati.>> G.
<<Loro non li reputi borghesi?>> Q.
<<No, affatto.
Hanno ottime potenzialità.>> G.
<<A me non sembra>> Q.
<<Alcuni sono cresciuti col tempo...>> G.
<<Ah si? Chi per esempio>> Q.
<< Rosy ha abbandonato il satanismo per dedicarsi alle speculazioni ontologiche.
Francesco sta allargando i propri orizzonti e abbandonando l'aridità scientifica.
Will inizia a studiare filosofia greca.>> G.
<<Sapete davvero molte cose, miei cari, lo riconosco. L'ultima volta che vi lasciai eravate tesi verso un qualcosa d'indefinito. Ora, quell'indefinito ha preso una forma: e si muove!
Non intendo però bene il nesso tra ontologia e speculazione.>> Q.
<<Perché?>> G.
<<Perché sull'essere non si può speculare. Si può speculare sulla metafisica, come fa per esempio da anni la Santa romana, ma non sull'essere.
Quindi, cosa sono le speculazioni ontologiche?>> Q.
<<Quelle ontologiche sono degli studi, delle analisi che riguardano la struttura dell'essere in quanto tale.>> G.
<<Sì, so cosa significa ontologia. Non intendo anzi bene, come ti ho detto, il nesso con la speculazione>> Q.
<<Perché sull'essere non si può speculare. Si può speculare sulla metafisica, come fa per esempio da anni la Santa romana, ma non sull'essere>> Q.
<<Perché no? Parmenide lo ha fatto.>> G.
<< Quella di Parmenide di Elea non è una speculazione sull'essere>> Q.
<<E su cos'era?>> G.
<<È una negazione delle vie che conducono all'analisi dell'essere. Conosci 4'33'' di John Cage? Ecco, quella è la negazione in musica della musica stessa. Quello che faceva il tuo amico Parmenide>> Q.
<<Non la conosco 4'33". Quindi stai dicendo che si tratta di una negazione fino ad arrivare alla pura qualità dell'essere?>> G.
<<Sì: rapportandolo alla tua mentalità si può dire che a furia di negare il mio essere e l'essere degli altri, raggiungo il non-essere che, alla fine, è l'essere di tutti (o di tutte le cose)>> Q.
<<Le tue teorie sono superate e obsolete, e te lo dimostro.>> G.
<<Davvero vorresti mostrare qualcosa a colei che in epoche passate, quando non eri cittadino del mondo ma umile bracciante di terre e capre, curò la tua cecità?>> Q.
<<Sì, con l'ausilio di uno mio scritto sulla filosofia decostruzionista di Jacques Derrida.
Ecco, tieni, leggilo.>> G.
Tutto per un momento s'interruppe. Il vento smise di frusciare tra le foglie della quercia che sparì. Passato quest'attimo, Tutto si ricompose secondo la natura delle cose. E la Quercia riprese:
<<Questo Derrida è una sorta di neoempirista proteso verso qualcosa, dunque, Mi ricorda voi contadini ai campi protesi verso un sogno sgargiante e utopico chiamato civilizzazione.>> Q.
<<Diciamo che non è un neoempirista, il suo approccio non considera più di tanto l'esperienza.
Il decostruzionismo derridiano è più una sorta di auto esame.>> G.
<<Alla fine del tuo scritto parli di etica. Ecco, a me pare che l'approccio di questa corrente filosofica vada in parallelo coi costumi della tua epoca, e, in particolar modo col periodo cosiddetto d'Avanguardia che l'ha preceduta in ogni cosa.
Il minimalismo, la fuga dalla civiltà per mezzo della fotografia e dell'l'arte figurativa e decorativa: queste sono tutte forme distinte di un periodo che rappresentano la legge naturale delle cose.>> Q.
Sì, Derrida parla anche di etica..
Ma ho voluto presentare l'intera corrente filosofica in tutti i suoi passi, dato che l'etica derridiana prevede prima che vengano esposti i suoi capisaldi.
Questo è un disperato tentativo di ritrovare una filosofia autentica dopo il fallimento di tutte le altre.>> G.
Sa davvero molte cose questo Derrida, lo riconosco. L'ultima volta che vi lasciai eravate alla ricerca di una verità indissolubile ed eterna. Ora, fate di tutto per demolirla.>>
<<Questa filosofia così goticamente slanciata verso il futuro, forse, è già stata anch'essa superata, sai?
Oggi vi siete rassegnati e, come anime prave trasportate da Caronte, vi fate accompagnare verso un mondo dove le macchine decidano al posto vostro e scelgano il vostro destino. Forse il vostro destino sarà sempre quello di creare, e il mio di dissolvere, chissà>> Q.
<<Io non mi sono rassegnato, sono qui per forgiare una nuova era dell'umanità.>> G.
Ho un piano molto preciso.
<<Vorresti conquistare il mondo?>> Q.
<<Distruggerlo, è diverso.>> G.
<< Sarebbe una vittoria di Pirro però>> Q.
<<No, perché>> G.
<<Perché è anche bello e nobile crogiolarsi nelle proprie conquiste>> Q.
<< Il mio fine non è la conquista, ma la demolizione di ogni cosa.>> G.
<<La demolizione è anche una conquista. E poi, comunque, prima di demolire dovrai conquistare>> Q.
<<La conquista sarà la vera ricostruzione.>> G.
<<Quello è un ciclo.
Se non lo fai tu, ci penserò io.
Io sono la Natura, no?
la Natura opera attraverso te.>> Q.
Giovanni, come se nulla fosse accaduto, ritornò a casa col carico di erba secca sorretto nella mano destra e una giara ricolma d'acqua nella sinistra.
<<Sai, Quercia, ho ascoltato quella vecchia canzone...>> G.
<<4'33'' di John Cage?>> Q.
<<Sì. Nonostante realmente non esista, e non sia dunque mai esistita, riesco comunque a udire in essa una sinfonia bellissima.>> G.
<<Sì, certo, anche io la sento, in quanto in quell'istante viene la realtà viene istituzionalizzata per mezzo della musica. Tu sei lì in quella sala, ma sei anche da un'altra parte. Se non fosse un'esibizione non riusciresti a cogliere la bellezza nel non essere delle cose.>> Q.
<<Hai ragione, oh Quercia. Per quale motivo non ti ho dato subito ascolto? Per quale motivo ho pensato di saperne più di te cercando di fuggirti per migliorare il mondo? Sono stato uno stolto e me ne pento. >> G.
<<Oh caro Giovanni, non ti devi pentire di nulla. Ricordi quando fosti contadino, poi padre e cittadino del mondo? In ogni fase hai sempre seguito con Consapevolezza, avendo me al tuo fianco, la natura delle cose.
Adesso vai, vai! E arrivederci nei paesi del domani!>> Q.
Giovanni, come se nulla fosse accaduto, ritornò a casa col carico di erba secca sorretto nella mano destra e una giara ricolma d'acqua nella sinistra in attesa di un nuovo compito e dei paesi del domani. La tradizione vuole che i suoi genitori di ieri lo stiano ancora aspettando.
sabato 15 agosto 2015
"16 agosto" (2)
E quando l'avido dàimon, turgido ma mai saturo di malignità, se ne va per altri lidi, risorgono dal corpo quella pace, quel silenzio opulento, quella naturalezza nell'agire che si traduce in sapore di libertà.
Le paure si dissolvono come ombre all'avvento del sole; tutte le immagini dai contorni sfocati e imprecisi acquisiscono luce e si è in grado non solo di riconoscerle ma pure di decidere il loro livello di estetica.
Si acquisisce una forma nata da quel vuoto di rumori;
e andate vie quelle voci, alla mente risorge una frase:
<Sei hai paura del nulla
è il nulla che a te interessa.>
Quante volte ci è voluta la guerra per vivere in un certo modo la vita; quante volte è necessario soffrire per godere la pace; quante volte è necessario perdere battaglie per vincere la guerra, o Callisto, tu solo lo sai. In questa notte bieca e angusta, postuma agli edonisti inni dionisiaci contemporanei del Ferragosto; laici nel loro sapore, evacui nel loro significato.
Ora me ne andrò come ogni notte del fine settimana a lavorare al forno. Là starò tranquillo, assorto nella pace e nel compiacimento d'interpretare un ruolo pur rimanendo me stesso.
A gloria funesta rimembrò dal cielo; vuoto il capo la mente era la sua forma. Arrivò un'idea che assottigliò gli esseri delle molteplici personalità. E tutto sparì unendosi a se stesso, in un riff di chitarra che sentenziava il fatto.
29 agosto.
In musiche e melodie future
sospiro la mia immagine del sublime
tra le stelle lontane rese da esse inospitali
nei meandri nascosti dell'infinito blu
ricordo ciò che fu
e come in una fotografia mi rivedo passare
a ogni picco un brivido e l'idea di un percorso abbandonato
vissuto in un atollo sperduto e spergiurato
nell'incombenza di amare me stesso per essere desiderato
e volando nel cielo in questo mondo incantato
in un chiostro silente dal pensiero inanimato
di quando quella volta a me promisi
che io da solo il mondo con me stesso avrei esplorato
che io da solo il mondo con me stesso avrei girato
e non lo feci a piedi, a cavallo o per mare
ma volando alto, tra le stelle e le immense increspature delle galassie
attraccai a ogni fiordo come un avventuriero apolide
su quelle turgide e cangianti costellazioni sospiranti di pienezza
senza libido dei sensi e affannose bramosie
placando per sempre la nauseabonda recrudescenza
che da tempo immemore sciupa in me la virtù Suprema della ragione
a ogni picco un brivido e l'idea di un prosaico disegno
dai noi terrestri affisso per ingannarci e imprigionarci
sprigionò nel buio la sua luce
l'aurora boreale della notte
fresca ingombrante ascesa dell'intelletto
ipostasi motrice delle insignificanti cose
e fu così per frangenti lontani mi staccai da ciò che interpreto
non più agimmo dunque per la nostra specie
né per il bene lato delle cose
ma solo per contemplare, in silenzio, un mistico orgasmo di stelle.
Diario: "16 agosto"
L'animo passivo deve vivere nel mondo la sua indolenza per realizzare come quanto da lui provato sia in realtà l'idealizzazione generalizzata di un concetto da lui stesso plasmato e cercato.
Un volto definito che pratica un fellatio a una presenza a mezz'aria nell'ombra, rappresenta a pieno titolo l'epitaffio della passività e del passivismo. Non ha importanza dunque quale sia la causa o la ragione dell'abulia, né e tanto meno chi sia l'oggetto a scaturire la causale sottomissione. Ciò che importa è che l'atto venga svolto per avere come fine l'estasi ricavata dalla trasgressione per le regole auto-imposte.
Chi segue una dottrina o una liturgia che pratica la castità, egli, lo farà inconsciamente per trasgredire quel paletto. Se verrà applicata o meno questo è un altro discorso.
Si sceglie dunque un mondo non tanto per integrarsi a esso, ma per dominarlo di sé.
amor che mi compiaci
che nutri i miei bisogni
rallegrami la notte buia
di stelle e di fiori da toccare
tu godi, Psiche, perché rivivi ciò che pensi
non godi, oh Psiche, perché ripensi a ciò che hai vissuto
l'atto è imbolsimento:
il sesso lo si pensa,
lo si diventa;
che gusto c'è nel farlo?
nessuno hai provato godimento
nel procrear la sua specie;
neppure il più altruista tra gli eremiti
neppure il più mite tra i mondani
Eros: Io sono l'arte del sedurre
idealizzazione dell'ideale del bello
dove io finisco tu, Psiche, incominci
In ombra sottile
la speranza si foco
di battiti e bramosie si gonfia il corpo
di dolce ambrosia fluisce la mente
L'erotismo è l'arte del sedurre
idealizzazione dell'ideale del bello
l'erotismo finisce dove incomincia il sesso.
Ricolmo di estetica
tra cielo e terra
rimembra quel turgido mar primordiale
che ogni uomo
ha sempre sognato.
sabato 8 agosto 2015
"L'Eterna Ipostasi del Mondo"
L'Eterna Ipostasi del Mondo
(V. Giongo)
La costruzione retorica del sogno è un lavoro discretamente complesso che si articola su più fasi. Ha come fine il piallare l'acquisizione e la formazione dei concetti, esteriorizzati dal linguaggio e dall'oratoria.
L'esperienza onirica è dunque, prima di tutto, un linguaggio. Tale codice viene espresso quotidianamente, ma lo si percepisce durante il frangente più profondo del sonno più lontano dalla veglia, il quale è costituito da pochi minuti.
Potrei ben dunque affermare che il processo del sognatore è perennemente attivo, in ogni periodo del giorno. Solo quando si raggiunge a livello mistico e simbolico la caldera nel suo momento più quieto - coincidente nella sfera del mondo fisico con il raggiungimento dall'apice dello stesso - però, per quel breve frangente si acquisiscono le informazioni. Tale dinamica può essere rappresentata in modo allegorico dall'epifania serale e mattutina del pianeta Venere nel cielo. Colui o colei che, definito e definita nelle culture degli antichi il portatore o la portatrice di Luce, è il simbolo archetipico manifesto in quella zona intermedia, dove la coscienza si trova compressa tra il Mondo degli Uomini e il Mondo degli Dèi. In un limbo dove è ancora troppo Uomo per essere Dio ed è troppo Dio per essere Uomo, ma dove solo lì è in grado di esprimere pienamente la sua vera natura.
Quando la breve esperienza nel luogo di passaggio finisce, essa, rimane sedimentata nella ragione dell'inconscio e, col passare delle notti, acquisirà una sua delineata struttura espressiva, la quale, sotto forma di Desiderio, andrà a essere percepita come un'eterna, essenziale e paradigmatica ipostasi dal mondo (superiore) nel mondo.
venerdì 7 agosto 2015
Diario: "8 agosto"
"Al MONDO"
Allora la legge trae direttamente spunto, in modo inconscio o archetipico, dalla natura. L'uomo fonda la sua civiltà e, affinché essa possa mantenere una maggioranza stabilmente funzionale alla convivenza, costituisce le leggi attingendo dalla natura.
Qual è quell'aspetto intelligibile che costituisce l'espressione implicita della legge? l'etica, il modo di agire, di pensare, di riflettersi nel mondo: esso è null'altro che l'adattamento a ciò che Freud chiama nella sua teoria "Superio", vale a dire - tra le altre cose - quei principi impartiti all'individuo fin dalla sua tenera età affinché esso si potesse gradualmente e quindi stabilmente inserire a titolo nella società.
Sono dunque d'accordo sulla questione del crocifisso. Benché lo ritenga un simbolo abbastanza truce e cruento, fa parte della cultura d'Italia e dell'Occidente, come ne fanno parte le sculture greche o l'arte romana. Molte scuole sono costruite in stile fascista, cosa facciamo, le demoliamo? Poi, specie nelle aule, un po' di decorazione non fa mai male. Sono sempre così scipite e inespressive le pareti degli edifici pubblici
Per me non esiste una barriera tra lato conscio e lato inconscio se non la coscienza stessa. Più ampli la coscienza e più essa si estende a macchia d'olio verso l'idealizzato inconscio
Il dialogo è un confronto; una battuta seguita da una risposta. Interiormente 'causa ed effetto' sono solo idee, perché tutto accede in un solo momento: quando ti sei fatto la domanda, in realtà, sai già la risposta. Devi solo interiorizzarla o focalizzarla nel simbolico Fuoco Sacro.
La vita corre
veloce come la bora d'inverno
che soffia agli apparati delle porte schiuse
battenti e latranti in attesa di quiete bonaria
veloce come la bora d'inverno
che soffia agli apparati delle porte schiuse
battenti e latranti in attesa di quiete bonaria
Un frutto cresce dalla terra
dolce è stata la sua semenza
opulenta la sua polpa
acre il suo destino
dolce è stata la sua semenza
opulenta la sua polpa
acre il suo destino
crebbe assieme ai popoli che gli diedero la forma;
un senso di profondo atterramento
suggella l'agonia d'istanti agonizzanti
un senso di profondo atterramento
suggella l'agonia d'istanti agonizzanti
Le vene tréman e rimembran sensazioni cùpide e mendace
il pelo fulvo di un corazza in grano e pomodoro
i lenti sospiri della notte
che si veste in cupo grigiore di attesa
il pelo fulvo di un corazza in grano e pomodoro
i lenti sospiri della notte
che si veste in cupo grigiore di attesa
Un libro tacito dalla copertina insipida
narra esso le vicende dell'uomo
in frenesia col simile
in armonia con se stesso
contemplatore d'idee
amante dell'alterco
che la sua figura più antica e pura
intraprende ogni dì al contatto col mondo.
Breve riflessione ontologica su ("Le Leggi") di Marco Tullio Cicerone (106 - 43 a.C.)
Dopo un preambolo nel quale Marco, Attico e Quinto si'incontrano e chiedono a Cicerone di comporre un'opera storico-poetica che descriva l'origine di Roma - compito gravoso che spetterà più avanti nel tempo a Virgilio -. la storia incomincia quando i tre compagni si spostano, per avere un confronto sul senso ontologico, tecnico e scientifico della legge, in un appartato posto ombroso in riva al mare. Così proprio come Platone che con Clinia - cretese - e Megillo - spartano - in un bosco ventilato di cipressi in Cnosso, si fermò a disquisire sull'ideale della società, Cicerone, parla ad Attico e a Quinto dell'esigenza di trovare il diritto e il senso della legge non tanto nella politica o nella religione, ma nella morfologia della natura, i quali princìpi intrinsechi sono leggibili e scardinabili per mezzo della filosofia. La legge non è dunque un'imposizione garante poiché esterna, sopra le parti o di derivazione e valenza metafisica - come accade per la concezione della Torah - ma è nella natura, un'impulso dell'animo umano; l'uomo ha in sé la formula di ogni legge in quanto parte del mondo animale.
E' dunque la nascita una legge? Lo è dunque la morte o la vecchiaia? Sì.
Ma allora quella che viene concettualmente considerata la legge, la legge giuridica per intendersi, cos'è?
Sarà allora un grande apparato che ha come fine ultimo e unico l'istituzionalizzazione della vendetta.
Allora la legge trae direttamente spunto, in modo inconscio o archetipico, dalla natura. L'uomo fonda la sua civiltà e, affinché essa possa mantenere una maggioranza stabilmente funzionale alla convivenza, costituisce le leggi attingendo dalla natura.
Qual è quell'aspetto intelligibile che costituisce l'espressione implicita della legge? l'etica, il modo di agire, di pensare, di riflettersi nel mondo: esso è null'altro che l'adattamento a ciò che Freud chiama nella sua teoria "Superio", vale a dire - tra le altre cose - quei principi impartiti all'individuo fin dalla sua tenera età affinché esso si potesse gradualmente e quindi stabilmente inserire a titolo nella società.
E da qui che parte un brave stralcio del mio viaggio metaforico nella storia. E' per questo motivo che il mio animo è propenso ad accettare qualunque espressione derivante dalla cultura, poiché quando si acquisisce consapevolezza di quanto appena affermato, tutto si delinea e le forme, nella loro diversità, perdono ogni significato, in quanto tutte rappresentano una forma; un richiamo alla natura che l'uomo, vivendo in comunità e immerso nell'idea, ha perso.
Per me non esiste una barriera tra lato conscio e lato inconscio se non la coscienza stessa. Più ampli la coscienza e più essa si estende a macchia d'olio verso l'idealizzato inconscio
Il dialogo è un confronto; una battuta seguita da una risposta. Interiormente 'causa ed effetto' sono solo idee, perché tutto accede in un solo momento: quando ti sei fatto la domanda, in realtà, sai già la risposta. Devi solo interiorizzarla o focalizzarla nel simbolico Fuoco Sacro.
venerdì 31 luglio 2015
Diario: "31 luglio"
"Stando con gli altri non si può essere se stessi. Ci si sottomette a un bisogno espresso in una identità autonoma della comunità"

Mi immergo in me stesso
per dare senso al mondo
che da alba ad alba
ormai con distacco osservo
nel suo vibrante ed eponimo Spirito
sofferente insanabilmente sano e ossesso
'si crogiola nell'ozio voluttuoso e indiscreto della comunità
e si compiace al nulla più assoluto.
La ricerca della perfezione stessa
è una fuga dalla vita
per la vita, con la vita.
Essenza fuorviante di tutti i sentimenti
Madre del tutto prima del tutto
compiaci anche me
nella malinconia addentratasi ed espressa in pensieri pesanti e vacui
Tu che sei la causa di Te stessa
solleva la pienezza
dalle mie macerie
abissati cosa in tutte le cose.
Non studio perché mi si impone eticamente di farlo. Studio per sperimentare il passato sotto una mia veduta, per elaborare una mia personale visione (opinione) del mondo (dell'attuale), ed eventualmente, al fine di discernere il vantaggioso dall'avversa causa.
L'assenza di necessità, dunque la possibilità di scelta, è la libertà.
L'uomo ("odierno") è quindi libero poiché la sua vita è figlia dell'ozio, bramosa di un edonismo più o meno discreto, e satura d'insignificanti momenti ludici, di mondanità e conformismo. (considerando comunque che l'anticonformismo è la libertà di scegliere nel campo delle regole in minor misura accolte e conformi alla società)
Badate dunque - soggiunse " " - quando vi proporranno di essere liberi, giacché la libertà esiste già e solo nel profondo e nell'origine di ogni animale, ed essa, consiste nello sperimentare al fine di scegliere, non nello scegliere al fine di sperimentare.
"Ama il prossimo tuo come te stesso"; dalla scuola rabbinica farisaica, quindi presto in prestito e interpretato in senso più ampio dal cristianesimo, è la rappresentazione dell'imperativo categorico che, attraverso la parte terza della Legge, unisce, lega e accomuna tra loro più uomini di epoche diverse.
Il mio (dover) essere deve agire in base a ciò che io, tramite la sperimentazione, ho acquisito e ritengo - nella ragione e nella fallacia della conseguenza - di dover fare. Non in base a ciò che chi c'era prima di me ha imposto o mi vuole imporre con la sua etica, affinché io, intraprendendo il suo medesimo percorso, possa raggiungere la sua medesima libertà, in primo luogo costruita, e in secondo costituita da una identità fasulla e univoca a (in) tutti gli individui.
Sono io che devo decidere come fare e quale piano attuare per scoprire me stesso, non chi è venuto prima di me.
La filosofia è il linguaggio della metafisica della psiche che osserva i fenomeni senza tempo conciliando la loro dicotomia nella forma spiritica della "non-mente".
È allora dunque la filosofia quella fuga ragionata dal mondo. E lo sono tutte le analisi che la accompagnano in questo viaggio irto e dispendioso.
Entrando in un mondo superiore si diventa Sapienza, e a quel punto non vi è più il bisogno del "dio ascensore" che colleghi Ki (la terra) con l'infinito An (Cielo); perché io posso scegliere in quale dimensione stare, se in quella dei sensi dunque o se in quella della ragione che si arrende solo all'immensamente incomprensibile, indimostrabile o reso indimostrato dalla tecnica dell'uomo.
La legge deve giudicare i fatti non le intenzioni, ed essa, deve auto imporsi una tacita flessibilità nei confronti della poliedricità che l'uomo manifesta per mezzo delle culture e delle religioni veicolate dalla tradizione.
sabato 18 luglio 2015
Diario: "19 luglio"
Da meno di un'ora è domenica 19 luglio; la festa del paese è finita, in terra, solo qualche ragazzo gira per le vie, e io sto scrivendo dalla tastiera dell'ufficio con il ritmo danzante e liberatorio di Don't let me be misunderstood dei Santa Esmeralda in sottofondo.
Il tempo è sempre caldo e umido; una flebile nube di latta sta sorvolando i paesaggi del nostro golfo, e nella sua disinvolta e fumante curvatura, tipica del cirro di luglio, pronuncia forme prive di significato che ci impediscono di osservare le stelle.
Alla sera, dopo aver mangiato e prima che il paese si svuotasse dal sonno, sono andato in Piazza della Vittoria assieme ai miei genitori per assistere a un concerto di musica medioevale. Il gruppo che ha suonato era un quartetto, composto da due uomini e da due donne; uno degli uomini, vale a dire colui che ha suonato la chitarra, è il mio maestro di solfeggio alla scuola musicale di Vado di Ligure.
Il repertorio espresso mi è piaciuto e mi ha coinvolto; come un bambino ho chiuso gli occhi, e ho immaginato di essere in un altro tempo, in un'altra epoca. Mi sono allorché soffermato, mentre udivo la musica, a guardare uno dei pini nel giardino laterale alla passeggiata mare e alla via Aurelia, e nei suoi oliati profumi ho rivissuto vite precedenti. Ho riscoperto il mio commino di quando un giorno, assieme al mio asinello e a qualche provvista buttata in un sacco dai lacci in cuoio, visitai la Liguria come pellegrino; entusiasmato dal nulla e guidato dal caso.
Mi sono ricordato di quando percorsi irti sentieri di montagna, e che quando finalmente da un promontorio roccioso vidi la grande pianura blu, un brivido struggente mi salì dietro la schiena, e, gridando al mare, corsi giù per la rupe finché non trovai la locanda di pescatori più vicina.
A un certo punto è finita, e con essa il mio sogno. Sono tornato per la strada, chiusa per l'evento, e mi sono incamminato allegramente verso casa.
Quanto ora voglio scrivere è una riflessione appuntata un paio di giorni fa su di un foglio di carta. Il tema in questione è una semplice veduta sull'architettura del Novecento; e in particolare su quella di Le Corbusier. Ecco la mia analisi:
Osservando talune opere di Le Corbusier, ho notato un canone riscontrabile pressoché in ognuna di queste.
Quella di Le Corbusier è una forma di arte grezza, non lavorata dal genio, ma espressa così come la Mente di quel tempo la concepisce o la deve concepire.
Il pragmatismo diviene dunque un'arte; libera, esistenzialista, laica, non veicolante o subordinata al sacro.
Una espressione terrena dunque, dove la voluminosità slanciata verso un principio statico, che porge le sue basi sul più ampio complesso del movimento futurista, definisce quei contorni essenzialmente orizzontali all'esterno e ondulati all'interno.
Il senso della sua estetica non acquisisce dunque significato tramite il fine che è dedito a svolgere, ma nell'estetica minimalista in sé, vuota e povera di significato, di figure e verticalismi. L'ispirazione non proviene dal immaginario dell'uomo per un dio ma dalla macchina per l'uomo.

La luce accarezzava i contorni coloriti
di un uomo troppo all'oscuro
di tutto per potersene accorgere
concatenazione
porzioni d'incompletezza
adempimento della secchezza
che si manifesta nel giuoco della vita.
Non ho un soggetto
al quale dedicare la mia opera
non è una notte che
può giganteggiare una piccola orma
strozzata in gola
Se avessi anche potuto un solo secondo
scegliere tra la vita o la morte
avrei scelto il rimpianto
di non essere un mostro...
La montagna del Bufalo
sarà sempre il primo e l'ultimo paesaggio
quando ci rincontreremo
uomo mio, e
tu mi dirai ancora
uomo mio
ché molto più facile
raccontare l'irrealtà.
venerdì 17 luglio 2015
Diario:"sabato 18 luglio".
L'Eterna Ricerca del trascendente
(da "L'ipostasi del Mondo")
Ogni processo psichico verte alla ricerca del Piacere. Esso, è ricercato tramite la sintetizzazione di più fattori in uno solo. La mancata sintesi della poli(-=) porta allo stato di schizofrenia: ovvero, a una condizione mentale della coscienza - già in sé e di per sé costituente che riassume le poliedricità dei comportamenti dell'individuo - nella quale, tramite l'auto percezione della stessa, si realizza la presenza di un corpo estraneo. Tale corpo, diverso della coscienza, non necessariamente deve essere uno solo, infatti, ve ne possono essere moltissimi; quella di raggruppare la moltitudine nell'uno è, però, uno dei primi processi e complessi associativi dettati ed elaborati dalla coscienza inconscia stessa.
Quando si parla di inconscio, si tende a decontestualizzare l'uniformità di uno o più individui, portando la matrice della sua consapevolezza nel vivere - arcaicamente identificabile con la figura del "lògos" - a uno stato di immanente trascendenza intrinseca all'individuo che la sviluppa. L'inconscio invece, a parer mio, e, di conseguenza tratto questo tema basandomi solo ed esclusivamente su quella che è la mia esperienza diretta sul fatto e non sui libri, è parte integrante della personalità di un uomo; solamente che, non essendo "osservato" da una coscienza così per dire "naturale", esso, è egualmente composto da informazioni come quelle poi sintetizzate nell'Uno dalla coscienza, ma non essendo preso in causa rimane parte avulsa dalle coscienza. Ampliando il proprio stato di coscienza, dunque, si può accedere a maggiori informazioni. Questa parte oscura, come se fosse un pavimento ignorato da una lente d'ingrandimento che si preoccupata di osservare nel dettaglio e minuziosamente solo una parte di porzione del porfido, è quanto sperimentato dai vari mistici; i quali, forse poi influenzati da coloro che quanto detto non avevano sperimentato e si domandavano, idealizzarono le sensazioni di maggiore capacità mentale e diedero dunque a esse, imprimendole e trasmutandole in ipostasi concettualizzate tramite gli archetipi del comportamento e del desiderio umano, una connotazione e una veduta antropomorfa. Fu così che nacque il mito, tramandato scrupolosamente nella tradizione. E sul mito, come tutti ben sappiamo, si sono allorché costruiti interi sistemi; approfittando, forse, oppure semplicemente lasciandosi più comodamente cullare, dall'ignoranza dell'uomo, dalla solennità dell'arcaico e dal suo eterno processo di mistificazione.
Tutto ciò, è una ricerca al principio: quando l'uomo sapeva di non esser solo, non perché vi fosse un Dio, ma perché egli aveva capito chi era. O forse, chi non era...
Ore 18:45, sono in ufficio, il clima è afoso e mudido; la maglietta bianca del giorno prima rimane impregnata alla pelle sudata e leggermente abbronzata. Questa sera nel mio paese ci sarà una festa che richiamerà alle contrade medioevali; un ritorno a quando Chiesa - rappresentata dal vescovo di Savona o dalla curia di Albenga - e Potere, si contendevano gli spazi abitanti da umili, austeri, rozzi, per gran parte ignoranti, e morigerati pescatori o contadini.
M'immagino or dunque Spotorno in pieno Milletrecento; nel suo alone mite e tranquillo, talvolta disturbato da qualche altrettanto timida e non decisa invasione saracena. Ancora oggi, sull'isola, sul promontorio frontale che separa il nostro comune da quello di Bergeggi - chiamato per questo motivo Torre del Mare - e sulla rocca dell'entroterra, si possono osservare le torri di vedetta, utilizzate proprio per avvisare, tramite segnale di fuoco, l'arrivo del nemico arabo.
A onor del vero, l'unica veramente conservata è quella nell'interno del paese, vicino alla zona dell'odierno cimitero. Quella sull'isola è un rudere, sul quale vi è stata successivamente costruita una cappella in memoria del cartaginese Eugenio, santo e patrono di Noli che, secondo la leggenda popolare, dimorò sull'isolotto per un tempo imprecisato e, probabilmente, quivi lasciò il mondo.
La Torre del promontorio, invece, non esiste più: il massiccio urbanesimo attuato tra la fine degli anni Cinquanta e per poi tutti gli anni Sessanta e Settanta per soddisfare l'esigenze di un uomo italiano rinnovatosi nei costumi e nelle idee, ha probabilmente contribuito alla sua scomparsa. Ma su questo non sono ben informato.
So invece per certo, che fino agli inizi del secolo scorso, nella radura sottostante verso il lungomare del Merello, dove ora sorgono degli appartamenti ricavati da una intermedia struttura utilizzata per ospitare i ragazzi delle colonie giungenti dal Piemonte e dalla Lombardia per respirare l'epurante aria fresca del mare estivo, si trovava in quel punto, tra il mare e la ferrovia, un piccolo complesso ospedaliero gestito dalla curia di Milano. Questi si chiamava Santa Corona.
L'ospedale di Santa Corona si trova ora a Pietra Ligure, paese a una ventina di chilometri da qua verso Ponente, ed è senz'altro l'organismo più ampio ed efficiente della provincia, e forse, dell'intera regione.
Altro edificio, ora scomparso ma sempre un tempo costituente l'abitato e parte dominante del paesaggio, era il bastione di difesa attuato per le invasioni musulmane. Esso si trovava nella zona del Terzo molo, tra gli attuali bagni Sirio e il Palace. Proprio durante l'edificazione della precedente costruzione, ovvero quella del Grand Hotel Palace, che ha dato dunque il nome al complesso ora ospitante la sala congressi comunale, la biblioteca dedicata al letterato Camillo Sbarbaro, e diversi appartamenti, il tutto in spontaneo stile Liberty, incline ai canoni dell'epoca, fu smantellato ciò che rimaneva del vecchio baluardo.
giovedì 9 luglio 2015
Diario: "9 luglio"
Guardando per la stanza, cercai di trovare qualcosa che mi trasmettesse conforto; rovistai tra le pile di carta accatastata negli anni della dolce gioventù, che, mai toccata nel limbo della disgrazia, feci tempo a riordinare qualche volta; nelle sere fredde, umide e fresche dell'inverno, dove il grigiore delle nuvole sembra rinchiudere ermeticamente ogni speranza e ogni desiderio di nemesi a uscire dal mondo. Ma non trovai nulla d'interessante. Guardai perciò in alto, sull'eterno soffitto bianco latte riflettente le ombre del mio letto; chiusi gli occhi, girai quindi il capo verso sinistra, laddove da ore e ore un ventilatore continuava meccanicamente la sua assidua mansione di portare un po' di vento alla pelle e alla fronte oleosa e sudata, di un uomo troppo uomo per esser uomo e di un ragazzo troppo ragazzo per esser ragazzo. Egli accennò a un sospiro; uno di quegli aneliti sommessi e gettati fuori dai polmoni per fiacchezza o per inerzia. Pensai allorché quella semplice pala fosse il mio unico vero conforto, la mia sola fonte di calore. Già, quel calore che nelle istanze dell'estate del 2015, sembrava voler dilagare imperterrito come nei tempi di una dozzina di estati prima: la più calda, afosa e insopportabile che tutti qui si ricordano.
Spotorno è una località di mare, e quindi, di villeggiatura. Dagli artistici caruggi del centro, dove si respira un'aria di antico e famigliare, alle gialle dune di sabbia, ora ricoperte di sdraio, sulle quali i bagnanti vaneggiano la vita, il mondo, la parola e l'arte per emulare un più sensuale ritorno cutaneo alla Madre Africa; in un caotico disegno che, nella sua eclettica staticità e nella sua mobile monotonia, manifesta quanto di più sincero possa rappresentare nella sua imbarazzante valenza, senza macchia di ambiguità, l'ideale e al tempo stesso lo stereotipo interiorizzato dell'italiano borghese. Rozzo, ignorante e angusto contemplatore del frivolo
Vi sono molti periodi dove veramente ogni cosa passa in fretta; le situazioni che si susseguono paiono talmente ingestibili ed esterne alla volontà da sembrare piaghe del destino. È in quei momenti che la coscienza, se stimolata con qualcosa, riesce a trovare e a esprimere il meglio di sé. "La solitudine ti accompagnerà sempre" - lessi molte volte su qualche prosaico muro di periferia. E, dopo aver riflettuto su questa frase tanto ovvia quanto astrusa e dalla gargantuesca messa in pratica, alzavo lo sguardo, e in quel mare scarlatto che era il cielo al vespro, trovavo nel riflesso delle mie lacrime ogni risposta dapprima muta alla sorda realtà.
Alla notte, nel silenzio, nel sonno, la vita era un'amenità. Il tedioso ronzio dell'uomo era quieto e indifeso; solo una casa, da una sola finestra, presentava la lumiera sempre accesa.
Sono le sei, mi piace raccontare, osservare, sperimentare il sonno e la veglia, in un tutt'uno. Non ho l'aspettativa di pensare che quanto da me fatto possa venire bene. Non è nemmeno la mia intenzione.
Scappando dalle vergogne ataviche che attanagliano la mia serrata mentalità visionaria, balzo celermente in una dimensione di forte ambivalenza: la discreta fecondia ortografica suggella, come il ricamo pittoresco di un frate amanuense, l'onirica e vuota storia che vi ho voluto tra i righi raccontare.
Narrare sulle aspettative è da sempre uno dei miei obiettivi; anticipare un finale, enfatizzandolo e poi rimandandolo eternamente, è senz'altro la più difficile parte del viaggio. Ma sia chiaro, il mio intento non è abbacinare; ho solo rappresentato in un'ipostasi di due minuti l'inconscio ideale di perfezione dell'uomo moderno; quella perfezione del conforto, che ora, come le tessere di un puzzle, agli occhi dei più arguti ed eruditi apparirà sorprendentemente chiara: l'immensa esegesi tautologica, è stata, per tutti noi, almeno una volta, il senso più profondo della vita. Per due minuti almeno, prima di andare a dormire sorseggiando, s'un tavolino, una tazza di caffè.
lunedì 6 luglio 2015
Diario: "6 luglio 2016"
IO: UOMO, ANIMALE, MONDO
Sembravo venuto da mondi lontani; io, invaghito dalle sfaccettature lussuriosamente ricamate dei tecnici che, col sorriso sulle labbra, non perdevano occasione per dimostrarti in modo subliminale la loro convenzionale, faziosa, presunta e discutibile superiorità intellettuale. Vagavo costernato e al contempo incuriosito in un grande e austero abitato di città.
Ero un frutto acerbo e indolente in una sacca di mele marce che, stanche da sempre della loro vita, altro non facevano se non cercare avannotti come il sottoscritto per fare abboccare loro all'amo della retorica e degli inconcludenti glossemi dell'alta borghesia che, crogiolata nei melliflui spiragli della dialettica fine a se stessa, pareva rigonfiarsi, così come fece la rana al cospetto del bue, per sopprimere quei vuoti spirituali imbolsiti da una ragione squisitamente aristocratica.
Essi presentavano in bella mostra sugli scaffali delle loro voluminose e nitenti biblioteche, vari trattati filosofici di Goethe, di Kant, di Nietzsche, di Platone; biografie di Giovanna d'Arco, di Rasputin, di Curchill, di Hitler, di Cicerone, e di tutti quei personaggi di prima linea che, nel coacervo del loro spessore psicologico, rispecchiavano nei confronti della campagnola onestà intellettuale, subordinata dai consensi generici e dai "sentito dire" della cosiddetta cultura popolare, un netto senso di inferiorità.
E' questo il biglietto da visita dei codardi, degli insicuri; di costoro che riuniscono nell'arrivismo tutte le gioie e tutti i dolori dell'effimero.
E fu così che dovetti aspettare mezz'ora prima di essere ricevuto alle istanze della maestà. Giunse pingue come la cupola di San Pietro l'uomo che attendevo per discutere: con gli occhiali spessi e densi, a passettini beoti, mi pregò di seguirlo.
Con un "d'accordo" deciso lo seguii. Ci sedemmo in una stanza attigua, col caminetto dal braciere fioccante e dai lampadari in cristallo. Il pavimento era coperto da un tappeto scarlatto ricamato con fregi e disegni d'ebano. I muri, bianchi un tempo, risultavano ingialliti e appassiti, colorati da alterni spruzzi di caligine.
Davanti a me sedeva l'uomo, dalle braccia giunte, dall'iride piccola e indiscreta. Per un attimo immaginai cosa potesse pensare di me, e leggendo i suoi occhi forse lo scopersi. Ai lati delle sue guance notai, e non potevo non notarli, due grandi nevi che come gromme di cantine rurali, segnavano in un empirico e simbolico marchio di fabbrica il disegno e la fisionomia di quella botte che quel buon uomo aveva come corpo.
Mi venne dunque come idea dominante della conversazione, mentre l'uomo dinnanzi a me si protraeva in un lungo monologo, quella di riprodurre e riproporre direttamente al borghese una storia finta mascherata con figure retoriche, affinché egli, non ne potesse cogliere il vero e unico significato.
La storia in questione fu quella di un fanatico religioso che visse in Russia durante la seconda metà dell'Ottocento. Egli fu persona mediocre in vita, nel senso bonario del termine. Ogni sua mansione, eseguita al di fuori del contesto religioso, portava sempre o quasi a un profondo e sincero senso di appartenenza alla terra dei cosacchi e dello zar che lo ospitava nella morigerata e chiusa vita di campagna.
I pleonastici desideri di protagonismo, però, portarono egli, e, susseguentemente la sua famiglia, a un lento declino verso cui non ci fu altra fine o voglia irrefrenabile oltre alla delirante pazzia.
Accadde una notte di ottobre, fredda e meschina come lo sono tutte quelle di Russia alle porte dell'inverno, nella quale se ne partì per i monti portandosi con sé i due figlioli e la moglie. Prima di andarsene, però, pensò fosse cosa buona e giusta incendiare la propria casa, e così, presa freneticamente della paglia, e, unita a questa pece, cera e fanghiglia stercoraria dei campi, appiccò un fuoco che, al mattino dopo, estesosi altri piccoli abitati, lasciò alcune famiglie senza dimora.
Al terzo giorno dalla transumanza, scannò con un coltello i due figli: tagliò con esso di netto la vena giugulare, così come avrebbero fatto i suoi deplorevoli antesignani ebrei al Kapparot, e mentre la moglie, con una Bibbia in mano recitava la preghiera della morte russa; simile a un eterno riposo ma ancora più pedestre e malinconico, egli invocava urlando allo Spirito Santo, reo di averlo servito e ispirato all'ascesi divina, e dunque all'Illuminazione dell'anima.
Tale immondo e raccapricciante gesto, in un urlo di collera mista a godimento, trovò il senso della sua ragione psichica, nell'annientamento della dualità intrinseca; annientata questa dall'esaltato monoteismo relativista che, quest'uomo, idealizzava e realizzava nello Spirito Santo; contrapposto a una forma politeista, rappresentata, nella sua mente fanatica, dai due figlioli concepiti con la moglie.
E' dunque una sorta di trasfigurazione analitica della realtà, che, auto annullata da una figura distorta del proprio ego, porta lo stesso alla sublimazione del dolore tramite l'estasi suprema che, nell'istante dell'orgasmo, concilia la parte più pura dell'uomo col suo animale; l'eterna zavorra della vita materiale, ma fedele lacchè verso il labirinto dei sensi.

domenica 28 giugno 2015
Diario: "28 giugno"
Oggi è domenica 28 giugno; il paese è caldo e occupato il giusto. Il gatto mangia molto, tiene compagnia e sta crescendo. In questi ultimi giorni lo abbiamo fatto girovagare per il terrazzo al terzo piano, e, tra i vasi delle piante e le lampade a elio, si diverte molto. Ha anche avuto modo di conoscere Striscia, la gatta adulta dei miei zii, e tra i due, com'è per gli animali territoriali quali il gatto, non corre buon sangue. Abbiamo dunque messo una rete nello spazio che collega il nostro terrazzo al loro, affinché, per il momento, i due felini non si possano incontrare e azzuffarsi in uno scontro che, sulla carta, avrebbe un pronostico avverso per il nostro più piccolo Silvestro.
Due giorni fa, venerdì mattina, lo abbiamo portato dal veterinario per fare il primo vaccino della sua vita. In macchina ha patito un po' - gli è uscita la bava come capitò nel primo viaggio dallo studio veterinario a casa nostra - ma durante la visita è stato molto dolce e mansueto.
Il girino anch'egli è cresciuto, molto più di quanto non lo abbia fatto il gatto. La sua metamorfosi si prospetta sempre più interessante: gli sono infatti cresciute quasi per intero le zampette posteriori; la testa è tozza e ovale, gli occhi sono sempre più grandi, e dalle branchie si iniziano a intravedere quelle minuscole protuberanze trasparenti che andranno a costituire le zampe anteriori che lo renderanno un rospo, della specie "bufo bufo" per l'esattezza. Rospo comune.
La sua dieta è ancora vegetariana; mangia difatti briciole di lattuga, pane o di riso. Quando le cellule della coda morranno, egli, le mangerà, e da lì il suo metabolismo svilupperà un sistema di nutrimento esclusivamente carnivoro. Dovrò dunque dargli piccoli insetti, come le formiche che sul nostro terrazzo abbondano. Ciò, riscontra in me una lieve ma incisiva dicotomia; io amo gli animali, sono vegetariano ora mai da due anni e mezzo, ed essere colluso in una azione di morte non è una idea che mi stimola particolarmente nel positivo. Rispetto la natura e per cui penso che il rospo per vivere debba necessariamente mangiare le sue prede, ma il fatto che per il periodo nel quale sarà con me sarò io a dargliele non mi piace molto. Preferirei non farlo insomma. Però, d'altro canto, se voglio vedere la trasformazione completa dell'animale e la sua più sicura sopravvivenza nel futuro habitat che costituirà il campo di vita sono in qualche modo costretto a farlo. Anche e soprattutto per un'etica naturale delle cose.
Al momento, per quel che concerne il progetto di lavorazione dei miei libri, sono abbastanza fermo. Non perché mi manchi ispirazione, ma poiché ho preferito per un poco fermarmi e quietare.
Il contadino non finirà mai di amare la sua terra finché su di essa pagherà il pegno delle tasse.
Oggi è domenica 5 luglio, è l'una di notte, e a distanza di una settimana torno a riscrivere sul mio diario. Questo mio intervento, però, va ricondotto a quattro giorni fa, mercoledì 1 luglio. Sera. Ed ecco quanto dopo cena ho scritto su un foglio a mano:
La morte sempre spiazza, specie per un animale stato con noi per quasi un mese e che abbiamo visto crescere da piccolo girino in rospetto. Giorno per giorno andavo a guardarlo e lo stimolavo a muoversi. Egli, pimpante, ha sempre reagito.
Questa sera, finito di mangiare, ho preso delicatamente in mano "Luigi" e l'ho messo sulla pietra sistemata di modo che possa affiorare fuori dall'acqua, affinché potesse prendere la prima boccata di ossigeno.
Poco fa ho sentito mio padre bisbigliare da solo, poi con mia madre; tra ieri e oggi, il girino, mi era apparso effettivamente un po' inerme nel suo modo di muoversi, ma forse - ho pensato, è il naturale atteggiamento fisiologico del suo radicale mutamento da girino in rana.
Ma non è stato così, "Luigi" è morto questa sera, molto probabilmente di fame. Proprio io che pochi giorni fa mi domandavo intensamente se fosse lecito o meno propinargli qualche insetto da consumare come pasto.
Pensavo che la sua coda gli potesse bastare per i primi giorni con sostentamento, ma così non fu. E' un grande fallimento per me quest'oggi. Domani lo avrei portato allo stagno e lo avrei riconsegnato alla sua natura; e, così come mi ero prefissato, farò.
giovedì 11 giugno 2015
romanzo: "Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà"
<< Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà >>
Episodio numero: 1
Episodio numero: 1
<< Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà >>
Episodio numero: 1
E' una mite mattina primaverile del 1797 e nella campagna inglese del Kent, a qualche chilometro dalla periferia di Canterbury, Joel, un bambino di nobile famiglia, è appena uscito per andare a passeggio con il padre. A un tratto, i due si fermano a un laghetto melmoso accarezzato dai canneti e dal giunco, e ammirano quasi fluttuante sulla sua superficie un maestoso cigno bianco.
Il bambino è eccitato, non ha mai visto un animale così bello. Il padre, vedendo il figlio così infervorato, sorride e prende per mano il giovane, onde evitare che si avvicini troppo all'uccello, dimenticandosi che esso sia in acqua.
Joshua Greaser, padre di Joel, è il capostipite della nutrita famiglia Greaser: essa è composta oltre che dal piccolo Joel, avuto dalla moglie Magdelaine; dagli altri figli Jeffery di ventuno anni, Oscar di diciannove, Adelaide di diciassette, Francis di quattordici, Jane di undici e Oliver di nove. Senza contare gli amanti, sia donne che uomini, che il barone Greaser ha in città e per la regione.
Joel Greaser è un bambino timido, riservato e viziato. Fin da piccolissimo ha manifestato una notevole intelligenza e uno spiccato talento di osservazione. Ha i capelli biondi e spettinati, gli occhi azzurri e lo diverte indossare la per lui larga tuba inglese del padre.
Passa la maggior parte del tempo in casa, accudito da una domestica di fiducia. Alcune volte invece, come questa di oggi, esce col padre per fare una passeggiata e respirare un po' di aria fresca nel verde, tra i faggi, i querceti e le betulle.
Gli altri fratelli lo trascurano: Jeffery studia teologia nei seminari dell'università di Cambridge; Oscar sta per finire l'ultimo anno di scuola; Adelaide, presa dai fervori ormonali, non lo considera più come quando era un poppante; Francis, il più intellettuale della combriccola, è troppo impegnato a leggere, a studiare a perdersi in se stesso; Jane e Oliver, essendo quelli a lui più vicini in età, sono anche coloro coi quali ha maggiormente a ché fare. Ciononostante, però, il rapporto con essi è abbastanza freddo.
Verso sera, all'imbrunire, il signor Greaser e Joel rincasano. Sono passate da pochi minuti le sette; il fanciullo va in camera sua a giocare coi pupazzetti. Il padre invece si siede su una poltrona in sala, e, dopo essersi versato in un bicchiere del porto prende un libro da leggere dalla attigua libreria. Prima di accomodarsi, però, vede che il suo posto preferito, difronte al caminetto, è occupato da Francis che sta leggendo un libro.
<< Oh ciao Fran, non ti avevo visto, sei in penombra >>
<< Salve padre, ora mi avete visto >> risponde Francis assorto nella lettura.
- "Ciro il grande e il gelido zefiro della Solitudine" - recita l'intaglio in oro sullo sfondo scarlatto della copertina rivestita in pelle.
Avvicinandosi al figlio e allungando il mento, il signor Greaser riesce a legge il trafiletto di una pagina, la numero 9:
< ... La Persia fu una grande regione geografica, piena di popoli e diverse culture; un bacino circoscritto di pensieri, di idee e di cose. All'alba del nuovo giorno egizio in India si iniziava a banchettare alle stelle; dalle floride regioni della Mesopotamia si passava alle desertiche aree della Cappadocia. In ogni angolo remoto dell'impero, però, non vi era nessuno che non conoscesse o che non avesse mai sentito nominare il nome di Ciro. Il soffio perenne del suo zefiro era una gelida sentenza per i nemici...>
Si materializzava all'orizzonte della mente di Francis un pensiero intellettualmente sempre più complesso. E questo, riscuoteva nel padre un bramoso desiderio di psicologica attrazione.
12. Giugno.
<< Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà >>
Episodio numero: 2
- "Ho troppi concetti in mente, troppe forme di ispirazione; ho troppi pensieri in testa.
Il raggiante piacere della nudità del corpo mi assale in tentazione, e io, remo perennemente controcorrente. In questo mare di tempesta, di intemperie e creature spietate." -
Così scrive a appunta su un foglio personale la mano gialla e incallita del barone Greaser, che continua:
- "Odio gli uomini, temo gli uomini, evito il confronto. Il mondo è troppo vasto per dedicarmi alla vita e alle loro attività: devo lentamente consumare la mia mole nell'inattività assoluta dell'essere."
Posata sommessamente la penna e chiuso il libro, la voce della governante lo invita quindi a scendere in cucina per prendere la colazione. Uova, bacon, fagioli, pomodori cotti e latte sono gli ingredienti per iniziare la sua giornata; nella quale, dovrà andare a incontrare altri nobili per questioni legate ai terreni e ai contadini che li curano.
L'abitazione della famiglia Greaser è una villa a tre piani in stile georgiano: tra i piccoli mattoni rossi si aprono in sequenza delle finestre rettangolari simili a vetrate; all'estremità del tetto spiovente marrone foglia si ergono due camini quadrati dal beccuccio ovale; i rampicanti come l'edera assiepano e ornano la facciata sostituendosi ai carenti fregi, mentre un giardino di rose e siepi ben curate separa con un vialetto la struttura dalla strada che collega la campagna alla città.
Ed è proprio in quella polverosa e accidentata strada che lo attende in una goffa vettura nera dal tetto in telaio spento scarlatto, infreddolito dalla brina mattutina, il suo autista personale.
Messo di fretta il capello e ingerito dunque l'ultimo boccone, Joshua, afferra dal tavolo l'orologio in oro, se lo mette nel taschino del panciotto; quindi prende da un mobile del corridoio un paio di sigari, e, ringraziata la domestica per avergli portato il bastone in legno dall'impugnatura argentata e la bombetta, esce, passando per il giardino e dirigendosi verso la vettura che lo porterà a Canterbury in meno di un'ora.
Diario "11 giugno"
Oggi è giovedì 11 giugno, e un'aria afosa e di conifere si issa da un livido mare contornato da nuvole rosa.
Svegliatomi, ho giocato un poco col gatto. Sono due giorni che è con noi. Martedì pomeriggio, dopo la lezione di pianoforte, mi sono recato con mia mamma allo studio veterinario di Vado Ligure. Aspettato il nostro turno, siamo entrati nel locale della dottoressa. Nella stanzetta accanto, in una gabbia, ho visto il piccolo gattino grigio miagolare spaventato. Nelle prime ore di convivenza a casa ha mostrato una naturale e istintiva diffidenza verso di noi; per lui è cambiato tutto e di conseguenza ha dovuto studiare chi avesse attorno, prima di poter scoprire il tutto con una maggiore tranquillità. Nonostante lo spavento iniziale, però, già dalla tarda sera ha accennato a farsi accarezzare. Oggi, a distanza di tre dì e due notti, è pressoché adattato a noi. E' molto attivo, curioso e giocoso il giusto. E' grigio scuro e nero il manto; il suo musetto triangolare e gli occhi verdognoli. E' assai simpatico, lo ho convenzionalmente chiamato "Silvestro", come il gatto del cartone, perché essendo un trovatello proviene dalla "selva", da bosco, dalla selvaggia e spietata natura.
L'altro animale che ospito in questi mesi, ovverosia il girino Luigi II, detto Luois II, è cresciuto abbastanza. Appena preso non era più grande di un chicco di riso e mezzo. Ora, ha raggiunta una certa massa, tale da poter affermare che si trova ad affrontare la seconda parte del suo stato larvale, prima di divenire poi rospo o rana, chissà.
Entro la prossima settimana dovrebbero spuntagli le zampette posteriori, e, tra un paio di settimane, perdendo la coda, inizierà a divenire anfibio.
14 giugno.
Che bello il mattino, quando gli umani dormono ancora; quando il vento, timidamente, si affaccia dal mare brulicando tra l'ombrosa chiazza blu abitata da pesci e abitata da sale. Solo gli uccelli; piccioni e gabbiani, mi tengono compagna mentre passo per i giardini adiacenti alla via Aurelia. Un'altra nottata al forno è stata eseguita, e io me ne ritorno a casa con il mio pegno di pane. Saranno quasi due chili.
Passando per la piazza della Vittoria, fianco all'hotel Ligure, mi sono imbattuto nel più grosso gabbiano che abbia mai visto, per lo meno da vicino. Pareva un'oca. Lo rincorso a bassa velocità per giocare, e lui, anziché volarsene via, ha iniziato a correre goffamente sulle sue lunghe zampe palmate arance.
Percorrendo la passeggiata fino al Villino Costanza, ho quindi imboccato vico Bentivegna, nella sommessa speranza di trovare sveglio il bianco e schivo gatto Simba. Non ci era. In compenso, ho incontrato un signore, certamente un bagnante, che in abito blu e munito di cappellino dal colore abbinato e scarpe da ginnastica, saltellava per andare a correre da dove io ne ero venuto.
Sono le 6:18 e tra poco mi appresto a salire in casa; poserò il pane, saluterò il gatto Silvestro e il girino Luigi II e andrò a dormire.
15 giugno.
Bambino ingenuo che crede ancora nelle falsità del mondo,
sveglia la tua mano della terra virulenta dalla braccia conserte
e spalanca i tuoi orizzonti verso un più alto cammino
Un rispecchiare nel mondo l'ideale del piacere collettivo
non sarà panacea della tua anima
o la salvezza dei tuoi riottosi peccati
La storia a parer mio è fatta dai "se" e dai "ma".
Senza questi è una mera narrazione di nozioni
verso la quale non si può provare piacere,
insegnamento o la minima opulenza.
Tra i pini e i gli oleandri di un mare millenario
vola ancestrale un cerino sempre acceso
dal becco verso Magellano e l'ala destra a Capo Horn
sparge in mare le ceneri infinite dei suoi avi
E dopo tutto,
nella mia penna,
è già mattino.
Il Fascismo è stato un cancro. Come lo sono stati tutti i regimi dittatoriali! Non dovrà mai più succedere un qualcosa del genere. Ognuno deve avere il diritto di esprimere la propria opinione in completa libertà, senza essere torturato perché diverso, straniero o contro il sistema.
Lavoravano tutti perché chi non lavorava veniva tolto di mezzo.
\17/06
Ieri sera all'imbrunirsi è giunta dall'isola d'Elba Doris, l'amica tedesca di mia mamma. Io l'ho ritrovata - a distanza di quasi un anno dal mio viaggetto di dieci giorni a Monaco di Baviera - in un crepuscolo dapprima plumbeo e poi trasformatosi in piccola tempesta con tanto di vortice e tuoni per via del vento di mare.
Questa sera, sempre all'imbrunire, siamo andati al Cantinone Mare di Cesare, sul lungomare del Merello, al confine col comune di Bergeggi e Torre del Mare. Difronte all'isola.
Io sono uscito prima, verso le otto meno venti, assieme a mio padre che mi ha aspettato in agenzia. Per le scale ho incontrato Striscia, il gatto che vive con i miei zii e mio cugino: l'ho trovato tremendamente ingrassato e goffo. Forse perché ora sono abituato a vedere da me il piccolo Silvestro.
Dopo una decina di minuti, mia mamma e la sua amica, sono partite in bicicletta; Doris ha problemi alla schiena e non riesce a camminare oltre un certo punto. Ci hanno superato al Secondo molo, dopo i bagni Torino Palace dalla caratteristica insegna sferica gialla e rossa che ne sottolinea il nome.
23 giugno 2015
Oggi è martedì
L'imbrunire si fa fioco, la maestà aumenta, le genti rincasano lentamente alle loro tenere dimore. Io, da solo, m'appropinquo a salutare il giorno, con la sua sete, con la sua fame.
In questi giorni abbiamo ospitato in casa la cara amica della mamma; coi miei genitori essa ha fatto diversi viaggi. Io sono stato prevalentemente in casa a giocare col gatto e a esalare gli angusti spazi della mia parte più ambigua.
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