domenica 28 giugno 2015
Diario: "28 giugno"
Oggi è domenica 28 giugno; il paese è caldo e occupato il giusto. Il gatto mangia molto, tiene compagnia e sta crescendo. In questi ultimi giorni lo abbiamo fatto girovagare per il terrazzo al terzo piano, e, tra i vasi delle piante e le lampade a elio, si diverte molto. Ha anche avuto modo di conoscere Striscia, la gatta adulta dei miei zii, e tra i due, com'è per gli animali territoriali quali il gatto, non corre buon sangue. Abbiamo dunque messo una rete nello spazio che collega il nostro terrazzo al loro, affinché, per il momento, i due felini non si possano incontrare e azzuffarsi in uno scontro che, sulla carta, avrebbe un pronostico avverso per il nostro più piccolo Silvestro.
Due giorni fa, venerdì mattina, lo abbiamo portato dal veterinario per fare il primo vaccino della sua vita. In macchina ha patito un po' - gli è uscita la bava come capitò nel primo viaggio dallo studio veterinario a casa nostra - ma durante la visita è stato molto dolce e mansueto.
Il girino anch'egli è cresciuto, molto più di quanto non lo abbia fatto il gatto. La sua metamorfosi si prospetta sempre più interessante: gli sono infatti cresciute quasi per intero le zampette posteriori; la testa è tozza e ovale, gli occhi sono sempre più grandi, e dalle branchie si iniziano a intravedere quelle minuscole protuberanze trasparenti che andranno a costituire le zampe anteriori che lo renderanno un rospo, della specie "bufo bufo" per l'esattezza. Rospo comune.
La sua dieta è ancora vegetariana; mangia difatti briciole di lattuga, pane o di riso. Quando le cellule della coda morranno, egli, le mangerà, e da lì il suo metabolismo svilupperà un sistema di nutrimento esclusivamente carnivoro. Dovrò dunque dargli piccoli insetti, come le formiche che sul nostro terrazzo abbondano. Ciò, riscontra in me una lieve ma incisiva dicotomia; io amo gli animali, sono vegetariano ora mai da due anni e mezzo, ed essere colluso in una azione di morte non è una idea che mi stimola particolarmente nel positivo. Rispetto la natura e per cui penso che il rospo per vivere debba necessariamente mangiare le sue prede, ma il fatto che per il periodo nel quale sarà con me sarò io a dargliele non mi piace molto. Preferirei non farlo insomma. Però, d'altro canto, se voglio vedere la trasformazione completa dell'animale e la sua più sicura sopravvivenza nel futuro habitat che costituirà il campo di vita sono in qualche modo costretto a farlo. Anche e soprattutto per un'etica naturale delle cose.
Al momento, per quel che concerne il progetto di lavorazione dei miei libri, sono abbastanza fermo. Non perché mi manchi ispirazione, ma poiché ho preferito per un poco fermarmi e quietare.
Il contadino non finirà mai di amare la sua terra finché su di essa pagherà il pegno delle tasse.
Oggi è domenica 5 luglio, è l'una di notte, e a distanza di una settimana torno a riscrivere sul mio diario. Questo mio intervento, però, va ricondotto a quattro giorni fa, mercoledì 1 luglio. Sera. Ed ecco quanto dopo cena ho scritto su un foglio a mano:
La morte sempre spiazza, specie per un animale stato con noi per quasi un mese e che abbiamo visto crescere da piccolo girino in rospetto. Giorno per giorno andavo a guardarlo e lo stimolavo a muoversi. Egli, pimpante, ha sempre reagito.
Questa sera, finito di mangiare, ho preso delicatamente in mano "Luigi" e l'ho messo sulla pietra sistemata di modo che possa affiorare fuori dall'acqua, affinché potesse prendere la prima boccata di ossigeno.
Poco fa ho sentito mio padre bisbigliare da solo, poi con mia madre; tra ieri e oggi, il girino, mi era apparso effettivamente un po' inerme nel suo modo di muoversi, ma forse - ho pensato, è il naturale atteggiamento fisiologico del suo radicale mutamento da girino in rana.
Ma non è stato così, "Luigi" è morto questa sera, molto probabilmente di fame. Proprio io che pochi giorni fa mi domandavo intensamente se fosse lecito o meno propinargli qualche insetto da consumare come pasto.
Pensavo che la sua coda gli potesse bastare per i primi giorni con sostentamento, ma così non fu. E' un grande fallimento per me quest'oggi. Domani lo avrei portato allo stagno e lo avrei riconsegnato alla sua natura; e, così come mi ero prefissato, farò.
giovedì 11 giugno 2015
romanzo: "Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà"
<< Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà >>
Episodio numero: 1
Episodio numero: 1
<< Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà >>
Episodio numero: 1
E' una mite mattina primaverile del 1797 e nella campagna inglese del Kent, a qualche chilometro dalla periferia di Canterbury, Joel, un bambino di nobile famiglia, è appena uscito per andare a passeggio con il padre. A un tratto, i due si fermano a un laghetto melmoso accarezzato dai canneti e dal giunco, e ammirano quasi fluttuante sulla sua superficie un maestoso cigno bianco.
Il bambino è eccitato, non ha mai visto un animale così bello. Il padre, vedendo il figlio così infervorato, sorride e prende per mano il giovane, onde evitare che si avvicini troppo all'uccello, dimenticandosi che esso sia in acqua.
Joshua Greaser, padre di Joel, è il capostipite della nutrita famiglia Greaser: essa è composta oltre che dal piccolo Joel, avuto dalla moglie Magdelaine; dagli altri figli Jeffery di ventuno anni, Oscar di diciannove, Adelaide di diciassette, Francis di quattordici, Jane di undici e Oliver di nove. Senza contare gli amanti, sia donne che uomini, che il barone Greaser ha in città e per la regione.
Joel Greaser è un bambino timido, riservato e viziato. Fin da piccolissimo ha manifestato una notevole intelligenza e uno spiccato talento di osservazione. Ha i capelli biondi e spettinati, gli occhi azzurri e lo diverte indossare la per lui larga tuba inglese del padre.
Passa la maggior parte del tempo in casa, accudito da una domestica di fiducia. Alcune volte invece, come questa di oggi, esce col padre per fare una passeggiata e respirare un po' di aria fresca nel verde, tra i faggi, i querceti e le betulle.
Gli altri fratelli lo trascurano: Jeffery studia teologia nei seminari dell'università di Cambridge; Oscar sta per finire l'ultimo anno di scuola; Adelaide, presa dai fervori ormonali, non lo considera più come quando era un poppante; Francis, il più intellettuale della combriccola, è troppo impegnato a leggere, a studiare a perdersi in se stesso; Jane e Oliver, essendo quelli a lui più vicini in età, sono anche coloro coi quali ha maggiormente a ché fare. Ciononostante, però, il rapporto con essi è abbastanza freddo.
Verso sera, all'imbrunire, il signor Greaser e Joel rincasano. Sono passate da pochi minuti le sette; il fanciullo va in camera sua a giocare coi pupazzetti. Il padre invece si siede su una poltrona in sala, e, dopo essersi versato in un bicchiere del porto prende un libro da leggere dalla attigua libreria. Prima di accomodarsi, però, vede che il suo posto preferito, difronte al caminetto, è occupato da Francis che sta leggendo un libro.
<< Oh ciao Fran, non ti avevo visto, sei in penombra >>
<< Salve padre, ora mi avete visto >> risponde Francis assorto nella lettura.
- "Ciro il grande e il gelido zefiro della Solitudine" - recita l'intaglio in oro sullo sfondo scarlatto della copertina rivestita in pelle.
Avvicinandosi al figlio e allungando il mento, il signor Greaser riesce a legge il trafiletto di una pagina, la numero 9:
< ... La Persia fu una grande regione geografica, piena di popoli e diverse culture; un bacino circoscritto di pensieri, di idee e di cose. All'alba del nuovo giorno egizio in India si iniziava a banchettare alle stelle; dalle floride regioni della Mesopotamia si passava alle desertiche aree della Cappadocia. In ogni angolo remoto dell'impero, però, non vi era nessuno che non conoscesse o che non avesse mai sentito nominare il nome di Ciro. Il soffio perenne del suo zefiro era una gelida sentenza per i nemici...>
Si materializzava all'orizzonte della mente di Francis un pensiero intellettualmente sempre più complesso. E questo, riscuoteva nel padre un bramoso desiderio di psicologica attrazione.
12. Giugno.
<< Canterbury e le Sessanta giornate di Omertà >>
Episodio numero: 2
- "Ho troppi concetti in mente, troppe forme di ispirazione; ho troppi pensieri in testa.
Il raggiante piacere della nudità del corpo mi assale in tentazione, e io, remo perennemente controcorrente. In questo mare di tempesta, di intemperie e creature spietate." -
Così scrive a appunta su un foglio personale la mano gialla e incallita del barone Greaser, che continua:
- "Odio gli uomini, temo gli uomini, evito il confronto. Il mondo è troppo vasto per dedicarmi alla vita e alle loro attività: devo lentamente consumare la mia mole nell'inattività assoluta dell'essere."
Posata sommessamente la penna e chiuso il libro, la voce della governante lo invita quindi a scendere in cucina per prendere la colazione. Uova, bacon, fagioli, pomodori cotti e latte sono gli ingredienti per iniziare la sua giornata; nella quale, dovrà andare a incontrare altri nobili per questioni legate ai terreni e ai contadini che li curano.
L'abitazione della famiglia Greaser è una villa a tre piani in stile georgiano: tra i piccoli mattoni rossi si aprono in sequenza delle finestre rettangolari simili a vetrate; all'estremità del tetto spiovente marrone foglia si ergono due camini quadrati dal beccuccio ovale; i rampicanti come l'edera assiepano e ornano la facciata sostituendosi ai carenti fregi, mentre un giardino di rose e siepi ben curate separa con un vialetto la struttura dalla strada che collega la campagna alla città.
Ed è proprio in quella polverosa e accidentata strada che lo attende in una goffa vettura nera dal tetto in telaio spento scarlatto, infreddolito dalla brina mattutina, il suo autista personale.
Messo di fretta il capello e ingerito dunque l'ultimo boccone, Joshua, afferra dal tavolo l'orologio in oro, se lo mette nel taschino del panciotto; quindi prende da un mobile del corridoio un paio di sigari, e, ringraziata la domestica per avergli portato il bastone in legno dall'impugnatura argentata e la bombetta, esce, passando per il giardino e dirigendosi verso la vettura che lo porterà a Canterbury in meno di un'ora.
Diario "11 giugno"
Oggi è giovedì 11 giugno, e un'aria afosa e di conifere si issa da un livido mare contornato da nuvole rosa.
Svegliatomi, ho giocato un poco col gatto. Sono due giorni che è con noi. Martedì pomeriggio, dopo la lezione di pianoforte, mi sono recato con mia mamma allo studio veterinario di Vado Ligure. Aspettato il nostro turno, siamo entrati nel locale della dottoressa. Nella stanzetta accanto, in una gabbia, ho visto il piccolo gattino grigio miagolare spaventato. Nelle prime ore di convivenza a casa ha mostrato una naturale e istintiva diffidenza verso di noi; per lui è cambiato tutto e di conseguenza ha dovuto studiare chi avesse attorno, prima di poter scoprire il tutto con una maggiore tranquillità. Nonostante lo spavento iniziale, però, già dalla tarda sera ha accennato a farsi accarezzare. Oggi, a distanza di tre dì e due notti, è pressoché adattato a noi. E' molto attivo, curioso e giocoso il giusto. E' grigio scuro e nero il manto; il suo musetto triangolare e gli occhi verdognoli. E' assai simpatico, lo ho convenzionalmente chiamato "Silvestro", come il gatto del cartone, perché essendo un trovatello proviene dalla "selva", da bosco, dalla selvaggia e spietata natura.
L'altro animale che ospito in questi mesi, ovverosia il girino Luigi II, detto Luois II, è cresciuto abbastanza. Appena preso non era più grande di un chicco di riso e mezzo. Ora, ha raggiunta una certa massa, tale da poter affermare che si trova ad affrontare la seconda parte del suo stato larvale, prima di divenire poi rospo o rana, chissà.
Entro la prossima settimana dovrebbero spuntagli le zampette posteriori, e, tra un paio di settimane, perdendo la coda, inizierà a divenire anfibio.
14 giugno.
Che bello il mattino, quando gli umani dormono ancora; quando il vento, timidamente, si affaccia dal mare brulicando tra l'ombrosa chiazza blu abitata da pesci e abitata da sale. Solo gli uccelli; piccioni e gabbiani, mi tengono compagna mentre passo per i giardini adiacenti alla via Aurelia. Un'altra nottata al forno è stata eseguita, e io me ne ritorno a casa con il mio pegno di pane. Saranno quasi due chili.
Passando per la piazza della Vittoria, fianco all'hotel Ligure, mi sono imbattuto nel più grosso gabbiano che abbia mai visto, per lo meno da vicino. Pareva un'oca. Lo rincorso a bassa velocità per giocare, e lui, anziché volarsene via, ha iniziato a correre goffamente sulle sue lunghe zampe palmate arance.
Percorrendo la passeggiata fino al Villino Costanza, ho quindi imboccato vico Bentivegna, nella sommessa speranza di trovare sveglio il bianco e schivo gatto Simba. Non ci era. In compenso, ho incontrato un signore, certamente un bagnante, che in abito blu e munito di cappellino dal colore abbinato e scarpe da ginnastica, saltellava per andare a correre da dove io ne ero venuto.
Sono le 6:18 e tra poco mi appresto a salire in casa; poserò il pane, saluterò il gatto Silvestro e il girino Luigi II e andrò a dormire.
15 giugno.
Bambino ingenuo che crede ancora nelle falsità del mondo,
sveglia la tua mano della terra virulenta dalla braccia conserte
e spalanca i tuoi orizzonti verso un più alto cammino
Un rispecchiare nel mondo l'ideale del piacere collettivo
non sarà panacea della tua anima
o la salvezza dei tuoi riottosi peccati
La storia a parer mio è fatta dai "se" e dai "ma".
Senza questi è una mera narrazione di nozioni
verso la quale non si può provare piacere,
insegnamento o la minima opulenza.
Tra i pini e i gli oleandri di un mare millenario
vola ancestrale un cerino sempre acceso
dal becco verso Magellano e l'ala destra a Capo Horn
sparge in mare le ceneri infinite dei suoi avi
E dopo tutto,
nella mia penna,
è già mattino.
Il Fascismo è stato un cancro. Come lo sono stati tutti i regimi dittatoriali! Non dovrà mai più succedere un qualcosa del genere. Ognuno deve avere il diritto di esprimere la propria opinione in completa libertà, senza essere torturato perché diverso, straniero o contro il sistema.
Lavoravano tutti perché chi non lavorava veniva tolto di mezzo.
\17/06
Ieri sera all'imbrunirsi è giunta dall'isola d'Elba Doris, l'amica tedesca di mia mamma. Io l'ho ritrovata - a distanza di quasi un anno dal mio viaggetto di dieci giorni a Monaco di Baviera - in un crepuscolo dapprima plumbeo e poi trasformatosi in piccola tempesta con tanto di vortice e tuoni per via del vento di mare.
Questa sera, sempre all'imbrunire, siamo andati al Cantinone Mare di Cesare, sul lungomare del Merello, al confine col comune di Bergeggi e Torre del Mare. Difronte all'isola.
Io sono uscito prima, verso le otto meno venti, assieme a mio padre che mi ha aspettato in agenzia. Per le scale ho incontrato Striscia, il gatto che vive con i miei zii e mio cugino: l'ho trovato tremendamente ingrassato e goffo. Forse perché ora sono abituato a vedere da me il piccolo Silvestro.
Dopo una decina di minuti, mia mamma e la sua amica, sono partite in bicicletta; Doris ha problemi alla schiena e non riesce a camminare oltre un certo punto. Ci hanno superato al Secondo molo, dopo i bagni Torino Palace dalla caratteristica insegna sferica gialla e rossa che ne sottolinea il nome.
23 giugno 2015
Oggi è martedì
L'imbrunire si fa fioco, la maestà aumenta, le genti rincasano lentamente alle loro tenere dimore. Io, da solo, m'appropinquo a salutare il giorno, con la sua sete, con la sua fame.
In questi giorni abbiamo ospitato in casa la cara amica della mamma; coi miei genitori essa ha fatto diversi viaggi. Io sono stato prevalentemente in casa a giocare col gatto e a esalare gli angusti spazi della mia parte più ambigua.
venerdì 5 giugno 2015
Diario: "5 giugno"
Oggi è venerdì 5 giugno, venti minuti al nuovo giorno. In questo periodo mi sono impegnato a cercare un gatto. Vorrei che venisse a tenerci compagnia. Possibilmente rossiccio.
Ieri notte, nel mio benevolo stato insonne, ho fatto la conoscenza di un personaggio dapprima conosciuto sì, ma solamente di nome e d'immagine: dicasi Pier Paolo Pasolini. Come su un ramo ricurvo a una pozza di pianura, sono planato uccellino sulle idee sporche, immonde, altresì perverse e stereotipate dei lavori di quest'uomo. Un lavoro su tutti da lui fatto - che poi è l'unico da me davvero visto quest'oggi - è il film <<Salò o le 120 giornate di Sodoma>>. Un'opera da me vista in modo critico. Come essa a mio parere dev'essere vista.
Il film è del 1975 - postumo di qualche settimana alla morte di Pasolini; il quale fu ucciso nella notte tra il 1 e il 2 novembre sull'Idroscalo di Roma in circostante ancora oggi oscure - ed è l'ambientazione tra il 1944 e il 1945, nel nord Italia, del libro saggistico ed erotico <<Le 120 giornate di Sodoma>> del conte Donatién de Sade (1740-1814). Il momento storico è corrisponde agli ultimi anni del periodo fascista, dunque, come intende il titolo, durante la Repubblica di Salò.
Pellicola della metà degli anni Settanta, <<Salò o le 120 giornate di Sodoma>> è per me una sorta di passaggio di consegne auto assegnato; che trasmuta quanto fu Sodoma secondo il mito biblico e quanto fu la Sodomé francese di Luigi XVI, in quella che fu la Salò - quindi l'Italia - fascista. Lasciando però con l"o" una possibilità di scelta. Scelta che Pasolini ha sempre perseguito nei suoi ideali maturi strenuamente marxisti e anti borghesi.
Tale realizzazione, risulta ancora troppo avanti agli occhi di certe persone del 2015. Composta da una trama psicanalitica ed esasperante, che, sovente, è talmente intrisa di evidenza al punto da perdere la stessa valenza artistica del significante, acquisendola in compenso nel puro significato che rappresentano le scene.
Il tema cardine è un monologo espressivo del Potere sopra le parti che si manifesta sotto forma di un esercizio di totale svalutazione della persona; resa mero oggetto, succube del desiderio e triste protagonista di una vita vissuta all'insegna del piacere sessuale da comportare a chi comanda, perdendo così una qualsiasi identità personale o una qualsivoglia dignità.
L'umiliazione che i soggetti - tutti ragazzi adolescenti - subiscono per soddisfare i perversi e malati piaceri di quattro ripugnanti energumeni verso la fine della mezza età; rappresentanti dei nomi che li stessi portano: ovverosia, il Monsignore, il Presidente, il Duca e l'Eccellenza; è il viatico sollecitante del film più espressivo che io abbia mai visto.
L'uomo, guardando Pasolini, riscopre le sue fantasie. Per alcuni, le uniche vere fonti dell'esistenza.
Guardando il film, si prova un vero e proprio senso di colpa interiore. Un plico cartaceo d'immagini che rimane come drappo nello stomaco; un sasso pesante e devastante che però, una volta digerito nel suo complesso perché tremendamente semplice significato - io avendolo osservato solamente da un punto di vista artistico non ho dovuto digerire nulla, e tanto meno sentire drappi - diviene una sorta di anatema estetica sul profondo significato del passato e del Potere. Una caricatura elevata al surreale disgusto per la consumistica civiltà moderna, raggiungente l'apice della sua incontrollata decadenza alla fine della prima metà del Novecento.
Ricordo poi, che quando questi viene pubblicato, siamo in Democrazia Cristiana; un'Italia molto diversa da quella di adesso. Nell'era del porno gratuito, delle donne immobili (mobili) in televisione e figli di una generazione molto più emancipata da certi dogmi e vincoli culturali; sono certo che siamo tutt'oggi scandalizzati da questa opera.
Provo a immaginare un prodotto del genere venduto quaranta anni fa cosa potesse scatenare.
Per il resto: non penso sia necessario commentare ulteriormente o dare una più zelante valenza al lavoro, poiché, come detto, esso è un viaggio psicanalitico nel quale i personaggi interpretano tutti gli aspetti del desiderio più basso e impuro dell'uomo. Per il resto ci sono le immagini.
06 Giugno
"Orgasmo psichico e nascosto di identità"
Si attende ad osservare il vuoto
che talvolta un orgasmo colma
nella sua voluttà d'intenti sovrapposti
Bassa altezza della mente
tu che voli al di sotto del mio potenziale
incarnati nel gioco e nell'ideale espresso dal Potere.
E quel tremore d'inferiorità
che si consuma mesto s'una spiaggia
spiovente all'immondo piacere
di annientar l'avversario tramite le pedine della mente.
Perché il calcio è così seguito dalle masse? perché esso rappresenta la società di oggi. Il calcio è un rituale, un'anatema, che concentra su di sé tutti gli aspetti primari della vita (il desiderio di protagonismo, il denaro, la fama, l'ordine, la congregazione, la suddivisione dei popoli - in questo caso in squadre).
Tramite la televisione, internet, e tutti gli apparati che appoggiano la grande industria del pallone; lo spettatore si sente in un certo qual modo estraneo a ciò che sta vedendo. E' una veduta empirica del successo, tangibile attraverso uno schieramento piuttosto che verso un altro. E' logico capire che io mi stia riferendo ai tifosi più assidui, passionali e informati.
Il gioco del calcio per conto suo ha una estetica certamente opulenta, ma come del resto la può avere un qualsiasi altro sport o disciplina non considerata nei confini come il nostro, solitamente limitato sotto l'aspetto sportivo, e per attenzioni, e per azioni.
Questa sera alle 20:45 avrà luogo allo stadio Olimpico di Berlino - ristrutturato per i mondiali calcistici tedeschi del 2006, e sorto sulle ceneri del vecchio impianto, edificato nel 1936 sotto il regime di Hitler - la finale della Champions League 2014/2015, con il Barcelona, contrapposto alla nostrana Juventus. Entrambe le squadre sono fresche campionesse del proprio Paese.
Mi piace il calcio. Un po' meno i suoi contorni, che tuttavia, penso, siano proprio il catalizzatore del consenso sfrenato che ha permesso a questo sport di divenire negli ultimi venti anni quello più seguito e amato dell'intero globo.
Proprio l'intero globo questa sera sarà sintonizzato a Berlino, per questo importante evento sportivo e mediatico.
Il Barcelona arriva con i favori del pronostico; la società catalana sono ormai anni che ha impregnato stabilmente il suo glifo tra le steli dell'alta nobiltà del calcio europeo e mondiale. Tutto, o quasi, iniziò con l'avvento di Rickard nei primi anni Duemila. L'allenatore, un tempo giocatore del Milan, portò i rossoblù alla vittoria della Champions League 2005/2006. Terminato il suo lavoro, passò la consegna all'emergente Guardiola, il quale riuscì nel primo anno a vincere tutti le competizioni e a divenire perciò il modello da seguire per tutti gli altri allenatori. Il Barcelona si è distinto per il suo possesso palla frenetico; caratterizzato da una fitta rete di passaggi palla a terra a mo di calcetto. Nel 2011, mi pare, arrivò la terza Champions League in sei anni: col Manchester United, sconfitto come nel 2009.
Queste vittorie hanno permesso alla squadra polisportiva della città di Gaudì, di usufruire di straordinarie entrate economiche, le quali, hanno consentito l'acquisto dei migliori giocatori sul mercato mondiale del momento.
La Juventus arriva di contrappunto con i sfavori del pronostico; la squadra più titolata di Italia ritorna dopo ben dodici anni a un appuntamento finale di una coppa internazionale. Risorta dalle ceneri che nel 2006 investirono il Bel Pese col cosiddetto scandalo "Calciopoli", che la portarono a giocare una stagione in Serie B; la squadra torinese è al momento nell'alta borghesia del calcio. Da quattro anni vincitrice del Campionato, i suoi successi - seguiti da una tetrarchia annuale magra di soddisfazioni e grassa di malcontenti - furono opera di Conte: un tempo giocatore juventino, nel 2011 sedutosi sulla panchina bianconera.
Proprio da quel periodo la Juventus poté usufruire del nuovo stadio, e grazie ai successi conseguiti, riuscì a costruire una compagine in grado, anno dopo anno, di prostrarsi sempre più fino ai massimi livelli europei. Fintantoché quest'anno - un po' a sorpresa - la squadra, presa dal licenziatosi Conte da Allegri; oltre a vincere il suo quarto campionato - pareggiando così le altrettante stagioni di insuccessi - è riuscita ad arrivare alla finale della Champions League.
Sarà una bella partita. E speriamo che vinca la Juventus.
07/06/2015
Per i portici e le vie del centro si ode poco o nulla. La Juventus ha perso, 1-3, e le genti camminano deluse a testa bassa ripensando magari alla partita prima di rincasare.
Quest'oggi ho ricevuto una lieta notizia e compiuto valida azione. Svegliatomi in tarda mattinata, mia mamma mia ha avvisato che hanno chiamato papà dallo studio veterinario per avvisare che hanno trovato venerdì pomeriggio un piccolo gatto abbandonato. E' grigio, non rossiccio come lo avrei voluto. Ma poco importa; mi pare che necessiti di un po' di amore. Lo andremo a prendere molto probabilmente martedì, dopo la lezione di pianoforte.
Al pomeriggio, su diretta ispirazione del tempo, ho scelto di andare alla Scuméa - il torrente spotornese attiguo a via Foce e lo spiano usato in estate per i gonfiabili e i giochi dei bambini - e prende un girino. Ho preso il più piccolo che c'era; l'ho messo dunque in un bicchiere portato da casa e ho preso dal terreno limitante lo stretto guado qualche pietra e qualche erbetta, affinché si possa trovare nell'acquario da me poi immesso, in un ambiente più simile al quale ha sperimentato le prime giornate di vita e al quale sperimenterà una volta divenuto rospo o rana, quando sarà liberato.
9 Giugno
E' scoccata da poco la mezzanotte. Il paese dorme e i suoi abitanti hanno rincasato da tempo. Io sono rimasto qua, nell'ufficio dei miei genitori, a fare alcunché di significativo.
Il girino chiamato convenzionalmente Luigi II - in quanto un girino Luigi lo ebbi già qualche anno fa - sta crescendo lentamente. Ora, se mi metto per traverso nell'acquario riesco a scrutare la minuta fisionomia della sua testa, dalla quale, spuntano lateralmente due piccoli occhi seriosi già da rana navigata.
Domani, dopo pianoforte, andrò con la mia mamma a prendere il gattino. Là è accudito poiché trovatello. Non vedo l'ora di offrigli un po' di amore e divertimento: mi piacerà poi, capire bene la sua psicologia e per questo tenterò di studiarlo.
Ora vado a dormire.
giovedì 4 giugno 2015
"Coacervo dell'amor"
"Coacervo d'amor"
-Letteratura sperimentale.
Iavè e il mito della Cremazione
Il mio dio è Iavè e io riverisco alla sua clemenza. Lungi da cospicui arsenali da ballo e promiscue cospirazioni letterali assai alla moda; congedo la mia ragione all'Odio e alla Morte, per rallegrare sommessamente il mio animo irrequieto, di pani, di dolci e di follia.
Nauseabonda fu la lotta impari tra i Buoni, che giungevano da sud per portare a nord la parola del nostro amico Iavè, e l'esercito dei Cattivi, che, giungente d'ogni parte del mondo, portava alla radice già secca della pianta, l'ardente bruciar de la sua acquosa linfa sposa, dal dono operai dell'intelletto.
Parteggio io per il simbolo solenne, rendente me figlio di padre e padre di figlio. Chi ché sia per ognùn de noi; il porfido mantecato dei nostri brami e della nostra esistenza, ripercuote il sordo e illuminante (luminare) Coacervo dell'amòr.
Maioliche nemiche attendono noi all'imperturbabile Orizzonte; sempre eteree nella loro arcaica forma. Sempre inscalfibili con le loro corazze. Sempre lontane dai nostri desideri di Libertà.
Languide son le stelle della cupa ragione; bieco è il vento che le spinge a valle; forestiere a noi sonò le nostre figlie, amanti del nemico. A noi più nulla cosicch' è rimasto. Se non solo il nulla stesso.
Entrammo perciò tutti in un tormentante vuoto di pienezza. Le colli a valle eran coltri irraggiungibili. Nulla più degnava l'attenzione della vita; solo lo scorrere lento e senza tempo di un vecchio campanaccio, mal incastrato tra le fessure d'una sinagoga, riecheggiava i segnali ordinati della vita nostra (della storia).
Il Re del Mondo espropriò la nostra identità dalle nostre terre. Pezzi di carne e cose fummo in quei giorni; cose mai viste e mai razionalizzate. La Sentenza in un barlume lumeggiante si prostrò scossa, nell'avida liturgia senza tempo, aldilà dei Cieli. Né la fatica al vento castra la razione; ché del pentimento arcigno elucubra l'intenti più solenni della Vita, dell'Eterno e della Cremazione.
lunedì 1 giugno 2015
Diario: "1 giugno"
Oggi è lunedì 1 giugno, sono le 17:37 e il tempo è discreto. Mi sono svegliato verso le 15, in quanto sono arrivato dalla seconda giornata al forno. Forno nel quale tornerò questa notte, per concludere la mia terza, consecutiva e ultima giornata lavorativa del ponte vacanziero del 2 giugno. Il paese mio è infatti rigonfio di genti: tutte persone paiono colorate e rilassate; con gli occhiali da sole, i bermuda, le ciabatte infradito, e, i più senili portano un cappello di panama.
Sono un po' di giorni che non appunto più nulla sul mio diario perché ho preferito portare avanti la stesura e la rielaborazione di altri materiali. La mia idea primitiva era quella di formare un diario nel quale appuntare quotidianamente un'argomentazione inerente all'argomento più a me interessante del giorno; affinché potessi in un secondo momento riguardare quali fossero state le mie pulsioni espressive del momento. Ma, mi sono reso conto di non poter rappresentarmi ogni giorno, poiché non avendo in casa mia il computer, dovrei scendere quotidianamente nell'ufficio dal quale ora sto scrivendo, e ciò mi pare inopportuno. E' pur sempre un ufficio.
La scrittura è arrugginita e poco fluida. Sono fiacco. L'ambiente che mi circonda non è in grado di trasmettermi riflessioni: i passanti fuori dalla vetrina sono tutti uguali. Tutti terribilmente uguali. E' monotonia pura. Allorché vi racconterò la giornata iniziata ieri notte al panificio.

Alla 1:50, dopo essermi lavato i denti, le mani e le unghie, sono uscito dal bagno e sono andato nel corridoio per spegnere le luci. Mia mamma dormiva in sala, sul divano, avvolta nella sua copertina rosso azzurra. Ho dunque preso i sacchi del pattume - uno contenente sola plastica, l'altro organica - per ultim'e seconde le chiavi e sono uscito accompagnando il portone in legno.
Ho percorso come sempre la via della passeggiata, rasente l'edera, le palme, il mare e il Villino Costanza, sul quale portone all'entrata, in alto sulla sinistra, vi è inciso in modo ormai sbiadito: "la mia casa è aperta a tutti; agli amici, agli animali e al vento".
In questa villa sul mare; tra lo spiano di canne, panchine e rossi muretti dinnanzi all'albergo Premuda, dove un tempo lontano si coltivava il gelso - tant'è che per i vecchi della generazione di mio nonno quel posto è il "Pian dei Gelsi" - e la pensione Villa Ombrosa - chiamata così perché circondata da una fitta vegetazione che ne dà un colorito sempre fresco e bruno - vi abitava una volta un tale Gianni Aonzo. Un personaggio particolare. Morto ormai una decina di anni fa, ma che io ricordo come in una foto appostato in piedi a un tavolino del bar Excelsior, in centro; con una zucchetta bianca in testa dalla quale scendono lunghi e capelli bianchi. Il viso scuro e paffuto con due grandi occhi neri e una camicia che, aperta, mostra un'abbronzata saracena rigonfiarsi in una titanica pancia con un grosso ombelico che attira l'attenzione di un bambino passante in bicicletta.
Gianni Aonzo, nonostante non lo abbia mai conosciuto, mi è sempre sembrato uno spirito libero; una persona avulsa da ogni contesto non perché anacoreta ma perché radicata in un sistema con una precisa e forte identità individuale. E' stato l'ultimo di una serie di personaggi apolidi nell'anima, che anni addietro hanno dimorato in Spotorno. Anche il gabbiano Jonathan Livingstone oggi è divenuto un freddo e cinico calcolare del nulla, e ha spianato il suo finale e felice volo verso la osteggiata libertà.
Alle 2:00 sono arrivato in forno: come di consueto Gianmario - il padrone - mi ha domandato se ci fosse gente in giro, e io, come sempre, gli ho risposto di no e che i pochi che ho visto passando per il lungomare erano come sempre accade al bar Nelson o sulle panchine di Piazza della Vittoria, davanti al monumento ai caduti, dalla parte dei giardini.
Abbiamo quindi immediatamente iniziato a lavorare - quello dell'indomani, dunque oggi, sarebbe stato un giorno di vendita promiscua - e, alla pasta da lui già precedentemente preparata, abbiamo dato la forma del flauto, per un totale di quattro teglie. Quindi si è proceduto alla prima porzione di focacce, erano 16: 8 normali, 2 farcite, 1 di Recco, 2 con le olive verdi, 1 con l'impasto di olive taggiasche, e 2 pizze.
Alle 3:00, sul trino rintocco del campanile della vicina Chiesa della Santissima Annunziata, - dalla facciata indolentemente tarocca - si è acceso il forno; Gian è andato quindi al suo tavolino per fare i conti per le dosi e le porzioni, fumando una sigaretta e sorseggiando di tanto in tanto da una tazzina un caffè, versato dal tèrmos, e rigorosamente senza zucchero. Io, nel mentre, ho bevuto una Coca-Cola.
Verso le 4:35 è uscita la prima focaccia, quella di Recco. Una decina di minuti più tardi la ho portata in negozio, dall'altra parte della Piazzetta Dante. Fuori era ancora buio. Le luci sommesse del paese simili a lampare, nel loro riflettere fioco e vago, mi sono parse accecanti lampi di macchine fotografiche -Nemmeno i muri della notte lasciano affilare i coltelli e le corde della riservatezza - ho pensato in quell'istante.
Una volta appoggiatala la focaccia nel ripiano e chiusa la dura porta della bottega, mi sono fermato un attimo a guardare le vie vuote, il centro sinusoidale con la case attaccate l'una all'altra, e ho pensato che quello del panettiere è davvero un lavoro mistico. Il periodo che va dalle 4 alle 6 è sicuramente il più bello: l'esperienza di vedere la fine della notte succedersi e passare il testimonio della realtà al dì, nel simbolo incompreso dell'aurora, conduce la coscienza a uno spazio profondo e atavico. Una sensazione di empatia diretta con l'inanimato che non ha tempo, spazio o costumi: così è stato, così è e così sempre sarà, fino alla fine dei tempi.
Ed è proprio nel picco dell'aurora; quando i primi piccioni si fanno vivi da chissà dove, e i gabbiani li seguono a distanza di mezz'ora provenendo dalla folta e nutrita colonia dell'isola; quando i primi spazzini passano con la faccia assonata a ripulire gli ozi - talvolta gli scempi - della notte passata augurandoti timidamente il "buon giorno"; senza sapere però che per te il giorno è quasi giunto alla sua conclusione.
Potrà giungere il primo uccello per piluccare qualche briciola, il primo spazzino per prendere l'immondizia, la prima donna portante a spasso il cane o il primo uomo svegliatosi per andare a correre - di lunedì è dinamica rara - ma il fornaro ci era già. Prima di tutti. Prima del primo. Prima del giorno: cogliente l'eredità del divenire.
Dopo, ho dunque portato tutte le altre focacce e quindi il pane, finché, verso le 6:20, non mi sono congedato dando l'appuntamento a questa sera, solita ora: sempre alle 2:00.
Arrivato a casa alle 6.30 - passando per la via centrale Garibaldi - sono stato un'oretta nel letto a leggere e a scrivere, quindi ho dormito.
- 2 giugno.
Accadde una notte, una come tante, che scrissi la miglior storia da me raccontata. Era la continuazione del romanzo storico e saggistico "la tomba a cielo aperto". L'ispirazione mi era stata data vedendo un documentario su Rai Storia, nel quale si faceva vedere una reggia reale francese del XVI secolo. Da lì attinsi lo slancio, e, posizionatomi alla scrivania iniziai a scrivere come spesso succedeva al computer.
La storia che ne uscì fu sbalorditiva. Al meno per me e per i miei canoni. Mi piacque in ogni suo rigo, in ogni sua forma estetica, in ogni suoi giudizio ermetico e in ogni sua metafora alchemica: era perfetta. Raccontava la vicende di Ctonio, uno dei due protagonisti, che, arricchitosi andava a visitare la corte del marchese estense alleato a Venezia. Faccio fatica a parlare e a esprimere il mio tremendo dolore nel realizzare che un collegamento saltato della rete informatica abbia cancellato un lavoro assiduamente svolto con sorprendente efficacia in un paio d'ore.
Avrei potuto rincominciare da capo, ma decisi di lasciare tutto così. Il capolavoro se ne era andato com'era arrivato: rigurgitato fugacemente dall'Eterno e altrettanto fugacemente digerito.
Fu un tocco, un contatto tra il Perfetto e l'Imperfetto; un'essenza e un aroma che mi porterò dentro nel cuore per molto tempo: nel dolce sapore di averla prodotta e assaggiata, e nel salato, salatissimo boccone di averla alla medesima maniera perduta.
La tecnologia, quella notte, per una notte, fu terribilmente offesa e messa a disagio dal manifesto superiore del genio umano. La mia migliore storia l'ho scritta oggi. Una parte intellettuale del mio essere è propensa ad accettare di aver svolto il suo senso su questo pianeta.
Ore 6:50
"Come solo i peccaminosi san Fare"
L'aureola di pini
secca addentra strane figure
dal membro spesso e penetrante
all'accogliente spazio della vita
tutto si districa solenne
in rimembrar di attimi:
catasti delle stelle
di seta i fregi dei suoi tessuti
a baldacchino il desiderio del suo letto
d'ostriche al forno il suo palato
nella reggia estense
con il grande torrione alle fonti
della fucina e dell'antica armeria
e la biblioteca dello studio
dei temi arcaici, esoterici e filosofici
la matematica delle stelle
nel soffitto della cupola toccante l'aurea sezione
E' un intreccio di grosse e dilatate pupille
che si rimembra all'ozio di un banchettar con vino
per sfuggire a ombre ataviche e indiscrete
si sorseggia la vita in dolci lame taglienti
con calma
come solo i peccaminosi san Fare.
05
Oggi è venerdì 5 giugno, venti minuti al nuovo giorno. In questo periodo mi sono impegnato a cercare un gatto. Vorrei che venisse a tenerci compagnia. Possibilmente rossiccio.
Ieri notte, nel mio benevolo stato insonne, ho fatto la conoscenza di un personaggio dapprima conosciuto sì, ma solamente di nome e d'immagine: dicasi Pier Paolo Pasolini. Come su un ramo ricurvo a una pozza di pianura, sono planato uccellino sulle idee sporche, immonde, altresì perverse e stereotipate dei lavori di quest'uomo. Un lavoro su tutti da lui fatto - che poi è l'unico da me davvero visto quest'oggi - è il film <<Salò o le 120 giornate di Sodoma>>. Un'opera da me vista in modo critico. Come essa a mio parere dev'essere vista.
Il film è del 1975 - postumo di qualche settimana alla morte di Pasolini; il quale fu ucciso nella notte tra il 1 e il 2 novembre sull'Idroscalo di Roma in circostante ancora oggi oscure - ed è l'ambientazione tra il 1944 e il 1945, nel nord Italia, del libro saggistico ed erotico <<Le 120 giornate di Sodoma>> del conte Donatién de Sade (1740-1814). Il momento storico è corrisponde agli ultimi anni del periodo fascista, dunque, come intende il titolo, durante la Repubblica di Salò.
Pellicola della metà degli anni Settanta, <<Salò o le 120 giornate di Sodoma>> è per me una sorta di passaggio di consegne auto assegnato; che trasmuta quanto fu Sodoma secondo il mito biblico e quanto fu la Sodomé francese di Luigi XVI, in quella che fu la Salò - quindi l'Italia - fascista. Lasciando però con l"o" una possibilità di scelta. Scelta che Pasolini ha sempre perseguito nei suoi ideali maturi strenuamente marxisti e anti borghesi.
Tale realizzazione, risulta ancora troppo avanti agli occhi di certe persone del 2015. Composta da una trama psicanalitica ed esasperante, che, sovente, è talmente intrisa di evidenza al punto da perdere la stessa valenza artistica del significante, acquisendola in compenso nel puro significato che rappresentano le scene.
Il tema cardine è un monologo espressivo del Potere sopra le parti che si manifesta sotto forma di un esercizio di totale svalutazione della persona; resa mero oggetto, succube del desiderio e triste protagonista di una vita vissuta all'insegna del piacere sessuale da comportare a chi comanda, perdendo così una qualsiasi identità personale o una qualsivoglia dignità.
L'umiliazione che i soggetti - tutti ragazzi adolescenti - subiscono per soddisfare i perversi e malati piaceri di quattro ripugnanti energumeni verso la fine della mezza età; rappresentanti dei nomi che li stessi portano: ovverosia, il Monsignore, il Presidente, il Duca e l'Eccellenza; è il viatico sollecitante del film più espressivo che io abbia mai visto.
L'uomo, guardando Pasolini, riscopre le sue fantasie. Per alcuni, le uniche vere fonti dell'esistenza.
Guardando il film, si prova un vero e proprio senso di colpa interiore. Un plico cartaceo d'immagini che rimane come drappo nello stomaco; un sasso pesante e devastante che però, una volta digerito nel suo complesso perché tremendamente semplice significato - io avendolo osservato solamente da un punto di vista artistico non ho dovuto digerire nulla, e tanto meno sentire drappi - diviene una sorta di anatema estetica sul profondo significato del passato e del Potere.
Ricordo poi, che quando questi viene pubblicato, siamo in Democrazia Cristiana; un'Italia molto diversa da quella di adesso. Nell'era del porno gratuito, delle donne immobili (mobili) in televisione e figli di una generazione molto più emancipata da certi dogmi e vincoli culturali; sono certo che siamo tutt'oggi scandalizzati da questa opera.
Provo a immaginare un prodotto del genere venduto quaranta anni fa cosa potesse scatenare.
Per il resto: non penso sia necessario commentare ulteriormente o dare una più zelante valenza al lavoro, poiché, come detto, esso è un viaggio psicanalitico nel quale i personaggi interpretano tutti gli aspetti del desiderio più basso e impuro dell'uomo. Per il resto ci sono le immagini.
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