Oggi è lunedì 1 giugno, sono le 17:37 e il tempo è discreto. Mi sono svegliato verso le 15, in quanto sono arrivato dalla seconda giornata al forno. Forno nel quale tornerò questa notte, per concludere la mia terza, consecutiva e ultima giornata lavorativa del ponte vacanziero del 2 giugno. Il paese mio è infatti rigonfio di genti: tutte persone paiono colorate e rilassate; con gli occhiali da sole, i bermuda, le ciabatte infradito, e, i più senili portano un cappello di panama.
Sono un po' di giorni che non appunto più nulla sul mio diario perché ho preferito portare avanti la stesura e la rielaborazione di altri materiali. La mia idea primitiva era quella di formare un diario nel quale appuntare quotidianamente un'argomentazione inerente all'argomento più a me interessante del giorno; affinché potessi in un secondo momento riguardare quali fossero state le mie pulsioni espressive del momento. Ma, mi sono reso conto di non poter rappresentarmi ogni giorno, poiché non avendo in casa mia il computer, dovrei scendere quotidianamente nell'ufficio dal quale ora sto scrivendo, e ciò mi pare inopportuno. E' pur sempre un ufficio.
La scrittura è arrugginita e poco fluida. Sono fiacco. L'ambiente che mi circonda non è in grado di trasmettermi riflessioni: i passanti fuori dalla vetrina sono tutti uguali. Tutti terribilmente uguali. E' monotonia pura. Allorché vi racconterò la giornata iniziata ieri notte al panificio.

Alla 1:50, dopo essermi lavato i denti, le mani e le unghie, sono uscito dal bagno e sono andato nel corridoio per spegnere le luci. Mia mamma dormiva in sala, sul divano, avvolta nella sua copertina rosso azzurra. Ho dunque preso i sacchi del pattume - uno contenente sola plastica, l'altro organica - per ultim'e seconde le chiavi e sono uscito accompagnando il portone in legno.
Ho percorso come sempre la via della passeggiata, rasente l'edera, le palme, il mare e il Villino Costanza, sul quale portone all'entrata, in alto sulla sinistra, vi è inciso in modo ormai sbiadito: "la mia casa è aperta a tutti; agli amici, agli animali e al vento".
In questa villa sul mare; tra lo spiano di canne, panchine e rossi muretti dinnanzi all'albergo Premuda, dove un tempo lontano si coltivava il gelso - tant'è che per i vecchi della generazione di mio nonno quel posto è il "Pian dei Gelsi" - e la pensione Villa Ombrosa - chiamata così perché circondata da una fitta vegetazione che ne dà un colorito sempre fresco e bruno - vi abitava una volta un tale Gianni Aonzo. Un personaggio particolare. Morto ormai una decina di anni fa, ma che io ricordo come in una foto appostato in piedi a un tavolino del bar Excelsior, in centro; con una zucchetta bianca in testa dalla quale scendono lunghi e capelli bianchi. Il viso scuro e paffuto con due grandi occhi neri e una camicia che, aperta, mostra un'abbronzata saracena rigonfiarsi in una titanica pancia con un grosso ombelico che attira l'attenzione di un bambino passante in bicicletta.
Gianni Aonzo, nonostante non lo abbia mai conosciuto, mi è sempre sembrato uno spirito libero; una persona avulsa da ogni contesto non perché anacoreta ma perché radicata in un sistema con una precisa e forte identità individuale. E' stato l'ultimo di una serie di personaggi apolidi nell'anima, che anni addietro hanno dimorato in Spotorno. Anche il gabbiano Jonathan Livingstone oggi è divenuto un freddo e cinico calcolare del nulla, e ha spianato il suo finale e felice volo verso la osteggiata libertà.
Alle 2:00 sono arrivato in forno: come di consueto Gianmario - il padrone - mi ha domandato se ci fosse gente in giro, e io, come sempre, gli ho risposto di no e che i pochi che ho visto passando per il lungomare erano come sempre accade al bar Nelson o sulle panchine di Piazza della Vittoria, davanti al monumento ai caduti, dalla parte dei giardini.
Abbiamo quindi immediatamente iniziato a lavorare - quello dell'indomani, dunque oggi, sarebbe stato un giorno di vendita promiscua - e, alla pasta da lui già precedentemente preparata, abbiamo dato la forma del flauto, per un totale di quattro teglie. Quindi si è proceduto alla prima porzione di focacce, erano 16: 8 normali, 2 farcite, 1 di Recco, 2 con le olive verdi, 1 con l'impasto di olive taggiasche, e 2 pizze.
Alle 3:00, sul trino rintocco del campanile della vicina Chiesa della Santissima Annunziata, - dalla facciata indolentemente tarocca - si è acceso il forno; Gian è andato quindi al suo tavolino per fare i conti per le dosi e le porzioni, fumando una sigaretta e sorseggiando di tanto in tanto da una tazzina un caffè, versato dal tèrmos, e rigorosamente senza zucchero. Io, nel mentre, ho bevuto una Coca-Cola.
Verso le 4:35 è uscita la prima focaccia, quella di Recco. Una decina di minuti più tardi la ho portata in negozio, dall'altra parte della Piazzetta Dante. Fuori era ancora buio. Le luci sommesse del paese simili a lampare, nel loro riflettere fioco e vago, mi sono parse accecanti lampi di macchine fotografiche -Nemmeno i muri della notte lasciano affilare i coltelli e le corde della riservatezza - ho pensato in quell'istante.
Una volta appoggiatala la focaccia nel ripiano e chiusa la dura porta della bottega, mi sono fermato un attimo a guardare le vie vuote, il centro sinusoidale con la case attaccate l'una all'altra, e ho pensato che quello del panettiere è davvero un lavoro mistico. Il periodo che va dalle 4 alle 6 è sicuramente il più bello: l'esperienza di vedere la fine della notte succedersi e passare il testimonio della realtà al dì, nel simbolo incompreso dell'aurora, conduce la coscienza a uno spazio profondo e atavico. Una sensazione di empatia diretta con l'inanimato che non ha tempo, spazio o costumi: così è stato, così è e così sempre sarà, fino alla fine dei tempi.
Ed è proprio nel picco dell'aurora; quando i primi piccioni si fanno vivi da chissà dove, e i gabbiani li seguono a distanza di mezz'ora provenendo dalla folta e nutrita colonia dell'isola; quando i primi spazzini passano con la faccia assonata a ripulire gli ozi - talvolta gli scempi - della notte passata augurandoti timidamente il "buon giorno"; senza sapere però che per te il giorno è quasi giunto alla sua conclusione.
Potrà giungere il primo uccello per piluccare qualche briciola, il primo spazzino per prendere l'immondizia, la prima donna portante a spasso il cane o il primo uomo svegliatosi per andare a correre - di lunedì è dinamica rara - ma il fornaro ci era già. Prima di tutti. Prima del primo. Prima del giorno: cogliente l'eredità del divenire.
Dopo, ho dunque portato tutte le altre focacce e quindi il pane, finché, verso le 6:20, non mi sono congedato dando l'appuntamento a questa sera, solita ora: sempre alle 2:00.
Arrivato a casa alle 6.30 - passando per la via centrale Garibaldi - sono stato un'oretta nel letto a leggere e a scrivere, quindi ho dormito.
- 2 giugno.
Accadde una notte, una come tante, che scrissi la miglior storia da me raccontata. Era la continuazione del romanzo storico e saggistico "la tomba a cielo aperto". L'ispirazione mi era stata data vedendo un documentario su Rai Storia, nel quale si faceva vedere una reggia reale francese del XVI secolo. Da lì attinsi lo slancio, e, posizionatomi alla scrivania iniziai a scrivere come spesso succedeva al computer.
La storia che ne uscì fu sbalorditiva. Al meno per me e per i miei canoni. Mi piacque in ogni suo rigo, in ogni sua forma estetica, in ogni suoi giudizio ermetico e in ogni sua metafora alchemica: era perfetta. Raccontava la vicende di Ctonio, uno dei due protagonisti, che, arricchitosi andava a visitare la corte del marchese estense alleato a Venezia. Faccio fatica a parlare e a esprimere il mio tremendo dolore nel realizzare che un collegamento saltato della rete informatica abbia cancellato un lavoro assiduamente svolto con sorprendente efficacia in un paio d'ore.
Avrei potuto rincominciare da capo, ma decisi di lasciare tutto così. Il capolavoro se ne era andato com'era arrivato: rigurgitato fugacemente dall'Eterno e altrettanto fugacemente digerito.
Fu un tocco, un contatto tra il Perfetto e l'Imperfetto; un'essenza e un aroma che mi porterò dentro nel cuore per molto tempo: nel dolce sapore di averla prodotta e assaggiata, e nel salato, salatissimo boccone di averla alla medesima maniera perduta.
La tecnologia, quella notte, per una notte, fu terribilmente offesa e messa a disagio dal manifesto superiore del genio umano. La mia migliore storia l'ho scritta oggi. Una parte intellettuale del mio essere è propensa ad accettare di aver svolto il suo senso su questo pianeta.
Ore 6:50
"Come solo i peccaminosi san Fare"
L'aureola di pini
secca addentra strane figure
dal membro spesso e penetrante
all'accogliente spazio della vita
tutto si districa solenne
in rimembrar di attimi:
catasti delle stelle
di seta i fregi dei suoi tessuti
a baldacchino il desiderio del suo letto
d'ostriche al forno il suo palato
nella reggia estense
con il grande torrione alle fonti
della fucina e dell'antica armeria
e la biblioteca dello studio
dei temi arcaici, esoterici e filosofici
la matematica delle stelle
nel soffitto della cupola toccante l'aurea sezione
E' un intreccio di grosse e dilatate pupille
che si rimembra all'ozio di un banchettar con vino
per sfuggire a ombre ataviche e indiscrete
si sorseggia la vita in dolci lame taglienti
con calma
come solo i peccaminosi san Fare.
05
Oggi è venerdì 5 giugno, venti minuti al nuovo giorno. In questo periodo mi sono impegnato a cercare un gatto. Vorrei che venisse a tenerci compagnia. Possibilmente rossiccio.
Ieri notte, nel mio benevolo stato insonne, ho fatto la conoscenza di un personaggio dapprima conosciuto sì, ma solamente di nome e d'immagine: dicasi Pier Paolo Pasolini. Come su un ramo ricurvo a una pozza di pianura, sono planato uccellino sulle idee sporche, immonde, altresì perverse e stereotipate dei lavori di quest'uomo. Un lavoro su tutti da lui fatto - che poi è l'unico da me davvero visto quest'oggi - è il film <<Salò o le 120 giornate di Sodoma>>. Un'opera da me vista in modo critico. Come essa a mio parere dev'essere vista.
Il film è del 1975 - postumo di qualche settimana alla morte di Pasolini; il quale fu ucciso nella notte tra il 1 e il 2 novembre sull'Idroscalo di Roma in circostante ancora oggi oscure - ed è l'ambientazione tra il 1944 e il 1945, nel nord Italia, del libro saggistico ed erotico <<Le 120 giornate di Sodoma>> del conte Donatién de Sade (1740-1814). Il momento storico è corrisponde agli ultimi anni del periodo fascista, dunque, come intende il titolo, durante la Repubblica di Salò.
Pellicola della metà degli anni Settanta, <<Salò o le 120 giornate di Sodoma>> è per me una sorta di passaggio di consegne auto assegnato; che trasmuta quanto fu Sodoma secondo il mito biblico e quanto fu la Sodomé francese di Luigi XVI, in quella che fu la Salò - quindi l'Italia - fascista. Lasciando però con l"o" una possibilità di scelta. Scelta che Pasolini ha sempre perseguito nei suoi ideali maturi strenuamente marxisti e anti borghesi.
Tale realizzazione, risulta ancora troppo avanti agli occhi di certe persone del 2015. Composta da una trama psicanalitica ed esasperante, che, sovente, è talmente intrisa di evidenza al punto da perdere la stessa valenza artistica del significante, acquisendola in compenso nel puro significato che rappresentano le scene.
Il tema cardine è un monologo espressivo del Potere sopra le parti che si manifesta sotto forma di un esercizio di totale svalutazione della persona; resa mero oggetto, succube del desiderio e triste protagonista di una vita vissuta all'insegna del piacere sessuale da comportare a chi comanda, perdendo così una qualsiasi identità personale o una qualsivoglia dignità.
L'umiliazione che i soggetti - tutti ragazzi adolescenti - subiscono per soddisfare i perversi e malati piaceri di quattro ripugnanti energumeni verso la fine della mezza età; rappresentanti dei nomi che li stessi portano: ovverosia, il Monsignore, il Presidente, il Duca e l'Eccellenza; è il viatico sollecitante del film più espressivo che io abbia mai visto.
L'uomo, guardando Pasolini, riscopre le sue fantasie. Per alcuni, le uniche vere fonti dell'esistenza.
Guardando il film, si prova un vero e proprio senso di colpa interiore. Un plico cartaceo d'immagini che rimane come drappo nello stomaco; un sasso pesante e devastante che però, una volta digerito nel suo complesso perché tremendamente semplice significato - io avendolo osservato solamente da un punto di vista artistico non ho dovuto digerire nulla, e tanto meno sentire drappi - diviene una sorta di anatema estetica sul profondo significato del passato e del Potere.
Ricordo poi, che quando questi viene pubblicato, siamo in Democrazia Cristiana; un'Italia molto diversa da quella di adesso. Nell'era del porno gratuito, delle donne immobili (mobili) in televisione e figli di una generazione molto più emancipata da certi dogmi e vincoli culturali; sono certo che siamo tutt'oggi scandalizzati da questa opera.
Provo a immaginare un prodotto del genere venduto quaranta anni fa cosa potesse scatenare.
Per il resto: non penso sia necessario commentare ulteriormente o dare una più zelante valenza al lavoro, poiché, come detto, esso è un viaggio psicanalitico nel quale i personaggi interpretano tutti gli aspetti del desiderio più basso e impuro dell'uomo. Per il resto ci sono le immagini.
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