lunedì 30 marzo 2015
"La città di Prelba" - Episodio 4 - La città di Ubar
30/03/15
"La città di Prelba"
- Episodio 4
La città di Ubar.
Più andavo indietro a ricercare il mio passato, più realizzavo che il mio passato era una funzione per il futuro, una via a tappe, come una scala musicale. Sentivo quindi il bisogno di cercare la mia origine nell'avvenire estremo -
Per fare questo libro ho usato tutte le figure archetipiche che avevo in mente: mi sono anche informato, certo, ma la parte più massiccia del lavoro è stato il frutto della fantasia e della coscienza.
Pensate che sto scrivendo ciò, sebbene nell'istante nel quale sto battendo sulla tastiera, il libro non esista ancora. Sono appena arrivato al quarto episodio infatti. Ma è come se lo avessi già finito.
E' necessario un parziale distacco dalla realtà. Comprendere che quella realtà è un'illusione, un'interpretazione meramente mentale. Vivere in sé, in qualcosa di più grande, per qualcosa di più grande. E a quel punto, nulla là fuori condiziona la personalità e l'essere, tutto si può felicemente contemplare nella sua nuda essenza.
Ho imparato che non puoi tornare indietro; puoi viaggiare nel tempo ma la tua coscienza segue un preciso divenire.
Essa è dunque ciò che è, e non può tornare in alcun modo ad essere ciò che era. Poiché il viaggio temporale implica un avvio e un arrivo. La coscienza non ha tempo, non ha spazio, dunque non parte, e non arriva.
Non puoi tornare indietro per cambiare ciò che sei, in quanto cambieresti solamente ciò che eri; e ciò che eri è nel passato; ciò che sei e non sei più; il non-essere.
Non vi è alcun tempo. La distanza del movimento (archetipico) crea la mappatura del tempo sul tuo territorio mentale.
Dovremmo smettere di radicare le nostre paure e il nostro terrore in quella che è la razionalità. Razionale è un concetto antitetico, culturale, individuale. Io ho la ragione perché studio, ma cosa studio? Ciò che ho e sperimento all'ordine del giorno. E' una somma: io ho dati di memorie, ovvero dei fenomeni, consulto i dati, sovrappongo le due scale: se combaciano è ragione, altrimenti è fandonia.Eppure, tutte le grandi scoperte sono giunte dall'osservazione dell'oggetto e dall'immedesimazione di questi sullo stesso tramite un risveglio di coscienza, rappresentato da un frammento immaginario e simbolico.
Per Newton fu una mela, per Bohr un atomo, Hubble una galassia, Tesla un movimento.
Fu così che nacque tutto. La razionalità è la catalogazione archetipica e strumentale del tutto. Ma mentre tu ti fermi a studiare, il tutto, non è che si ferma con te. Il tutto va per la sua strada; come ogni singolo essere portatore e interprete di storie.
Un giorno, in una biblioteca, notai un libro che nel suo prologo di presentazione osservava come fosse vantaggioso credere in Dio, poiché se fosse esistito, avrebbe salvato. Se non fosse esistito, ci si avrebbe comunque tentato con speranza, senza che nulla fosse successo.
NULLA SI MUOVE
TUTTO OCCUPA UNO SPAZIO
A ------> B
Ciò non è un movimento da (A) a (B), ma un'occupazione di e nello spazio della freccia; in questo caso di spazi progressivi dall'oggetto movente stesso.
Viaggiare nel tempo, dunque, consiste per me viaggiare occupando lo spazio in modo "alternativo".
La prima volta che compresi il non-tempo e il non-spazio fu da bambino, forse andavo in terza elementare oppure in quarta, giocando al gioco "Un, due, tre: stella!" Lì compresi, e più avanti (ora) elaborai con maggiore completezza e consapevolezza di causa, che il movimento era una percezione del passato, quindi un archetipo simbolico.
Se io infatti non so di essere partito da (A) per arrivare a (B), oppure me lo sono dimenticato; mi ritrovo nel mezzo e dico: Bah, e ora, dove mi trovo? chi sono? da dove vengo? dove sto andando? perché sono qui?
Quindi viaggio; in ogni senso, è concepito, dunque costruito dalla mente, e, successivamente realizzato dalla stessa solo se la percezione tocca tre fasi: 1) Da dove sono partito, 2) dove mi trovo, 3) verso dove sto andando.
Realizzando la prima e l'ultima, la seconda, il presente; si realizza ed acquisisce un senso.
Ma il passato e il futuro non esistono. Uno è il presente che è stato, l'altro è il presente che sarà. Ciò, ATTENZIONE, non preclude che non si possa viaggiare nel tempo andando "in avanti" o "indietro". Ma che non si può essere "qui" e "là" se per quella che è la concezione percettiva e consapevole, "qui" e "là" sono due realtà diverse.
Allora: o "qui", ora, e "là", ieri o domani, sono la stessa cosa che esiste in un unico istante ripetuto, o non esistono tutte e tre. In sostanza nascono e muoiono assieme, non che una vive e l'altra no.
Mentre riordinavo questi frammenti d'immagini cantanti e narranti come una nobil dama coglie al sabato il suo gelsomino, comparse all'orizzonte la città di Ubar, là dove le carovane per l'incenso, la frutta e i chiodi di garofano partivano per l'Europa, l'Africa e le Indie.
Giunsi non so come verso l'ultima distesa, e l'Occhio di Horus si allontanò gradualmente dalla mia presenza, sostando in aria a un centinaio di metri dalla quella sagoma, che come formica nel deserto procedeva dritta e schiva verso la sua meta.
Presi dunque la via verso una stella. Era una struttura ottagonale con una fessura disposta sulla cupola della parte superiore; da essa, l'Occhio uscì nel medesimo istante nel quale io, tornando beduino, raggiunsi i primi centri abitati della città. Entrambi avevano svolto il loro percorso senza essersi mai realmente mossi e incontrati.
martedì 24 marzo 2015
"24/03/15"
Ah quanto dir qual è 'l difficil pensare
tramuta in fuoco il placido oro
che or più in terrà non vive.
E l'acqua e il fuoco
così lampanti e 'sì distanti
così freddi, 's'insensati.
Cùpido letto
in dolce attesa,
nel pianto della morte
l'attesa mia per te
chissà in che contenitore
chissà in ché terra - dico -
or tu sei e sei diretto?
La decomposizione scarlatta nuoce;
ma perché cercar in morto
se morte non esiste?
E' tempo d'andar fuori...
dove il punto messo a fuoco
verte in tutte le direzioni
come una croce congiunta
cangiante di melodia:
è tempo d'andar fuori...
martedì 17 marzo 2015
"La città di Prelba" - Episodio 3
Lunedì,
16/03/15
"La città di Prelba"
- Episodio 3
Non sarebbero bastati 10 templi in granito puro fatti costruire dalla mia regina Hatshepsùt; avrei comunque fatto il bagno nel limoso tramonto del Nilo, in compagnia dei coccodrilli e dei sornioni avvoltoi, fintantoché i sovrani della Terra non avessero tremato al cospetto dalle fondamenta del principio della loro ilare menzogna.
Sovrapposto all'occhio di Horus, io e Ara Ura vagavamo nel deserto verso sud come beduini solitari, decisi a donare una parte della loro sapienza in cambio di un'oasi che potesse fornire un tetto per placare la sete.
Non era la mia prima fallita impresa per uscire dal mio insipido tempo, ma una piacevole realtà arcaica: una carovana che si trasformò in una fugace ma intensa odissea verso l'archetipico: la città di Perelba.
Pianti e risa di bambini s'avvicinavano, erano le prime ore del mattino. Il primo vento tiepido e famelico, infatti, svegliò le nostre ossa dal placido torpore della notte stellata.
Era un piccolo accampamento sedentario, nel quale si praticava un grezzo ma ordinato allevamento di ortaggi e mammiferi da latte.
Ogni volto portava con sé era una storia. E ogni storia, affinché la trama non si adempisse secondo tragiche sensazioni di vuoto e dispersione provenienti dal torrido nulla desertico, era accompagnata da una lotta e da una ricerca che connotava a questa gente unita fra loro un'inconsueta e stimolante dignità.
Virammo a nord, verso la terra dell'incenso di Ubar. Sulla strada del cammin vagante incontrammo una serie di genti, la quali viaggiavano verso i territori da noi lasciati alle spalle. Uno di essi, il primo dell'ingente banda, si fermò a parlare con Ara. Io e il suo popolo assistevamo in disparte, come sagome all'ombra dei mentori anfitrioni. Essi, partirono dal cuore nero e selvaggio dell'Africa migrando verso il mare del nord, quindi, siccome le terre e le case del faraone Ramesse erano ostili, decisero di proseguire verso l'oriente. Ad un momento, giunti in un deserto trovarono un altro popolo e vi si unirono. Proseguirono assieme fintantoché non videro all'orizzonte il Corno dell'Africa. Da lì, si staccarono dall'altro popolo che, come disse il capo loro ad Ara, era formato da due etnie predominanti, seguendo dunque la striscia del mare e fu così che noi, andando a nord per attraversare lo stretto per la penisola Arabica, li incontrammo.
Quando la discussione finì, ognuno proseguì per la sua strada, secondo il suo volere, dovere ed esigenza. Ebbi comunque l'istante di incrociare qualche loro sguardo. Essi guardarono Aara, alcuni addirittura accennarono un saluto o uno sguardo meno gotico e più solare. Ma forse era solo una primordiale e lieve sindrome di Tourette data dalla stanchezza del viaggio.
Era tardo pomeriggio quando ammirammo alla sponda opposta a noi la pregiata terra dell'incenso, che era anche la terra della nostra prima meta.
Trovammo sulla spiaggia delle palme seccate dal sole e umidificate da sporadici avventi d'acqua dal cielo. Ci mettemmo due giorni per costruire una rozza imbarcazione che ci potesse traghettare dall'altra sponda grazie alla forza delle correnti. A dire la verità, ci misi, in quanto il mio compare non è che fosse un granché portato per le parti pratiche; egli preferiva studiare la vita, capire i suoi misteri: chi siamo, da dove veniamo, chi ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, perché esiste l'universo, coma mai questo universo un giorno è bello e l'altro è brutto, come mai esiste il male e il bene, il giorno e la notte, il maschio e la femmina, il sole e la luna? Io, invece, con molto più pragmatismo mi domandavo: cosa ci faccio su questa spiaggia?
Tre tronchi legati fra loro, lo feci per quattro volte, cosicché ricavai un quadrato vuoto che riempimmo con lacci di foglie di palma secche ma resistenti.
Eravamo pronti; due temerari viaggiatori nel mare, giunti dal nulla, diretti verso il dubbio.
In me trasudava una nuova forma di entusiasmo , quello di un bimbo che può sfogare le sue oppressioni diventando ciò che immagina, una barca. In egli, invece, l'esperienza di un esperto marinaio che osserva la sua nave in movimento, crogiolandosi pacatamente nella finta brezza del viaggio.
A questo punto sentii un gran caldo sulla testa eppoi in tutto il corpo, ebbi un mancamento, e, prima che potessi aromatizzare con gli occhi la mia letizia, svenni.
Da lì non ricordo più nulla, e tornai così da mia mamma e mio papà.
Solo qualche giorno dopo, Ara, di notte venne in camera e mi consegnò un figlio di carta. A dire la verità era una di quelle foglie che avevo legato per formare il telaio della barca. Su di esso vi erano spalmate delle linee fangose, sembravano tufo, fango o inchiostro di seppia sparso con un dito medio. Si potevano intravvedere infatti i segni bianchi delle falangi.
Ara la portò sul mio comodino e disse - Tieni, questi direi proprio che appartengono a te.
- Cos'è? - chiesi.
Non saprei, rispose- l'ho trovato in tasca, e dalle impronte digitali risulta tuo.
- Ma io non ci capisco nulla! cosa rappresenta?
- Sii il dubbio e sarai risposta. Quando sei, non puoi più creare. Così disse, e così si congedò.
Rimasi tutta la notte ad osservare e tenere quel viscido papiro tra le mani. All'indomani avrei avuto a scuola un compito di matematica. Così, stufo e seccato, sbuffai senza volere sul foglio. A questo punto le chiazze nere si muovettero e comparirono delle lettere; parevano intelligenti! E in pochi battiti, forse tre, e dovete comprendere che ero nervoso dalla sorpresa del momento, si materializzò alla mia vista tale scritta:
Arriverà la forma, la forma da mostrare
ad ogni immagine un respiro, un nido di farfalle mai crisalidi
si fondono nell'ombra ricavando metalli pregiati.
Venne la guerra, rozzi tuoni del mare
eppoi le introspezioni; la raccolta dei frammenti fissi
un crinale, nella mia pupilla:
vedo mondi ambivalenti, di diversi pesi e realtà.

16/03/15
"La città di Prelba"
- Episodio 3
Non sarebbero bastati 10 templi in granito puro fatti costruire dalla mia regina Hatshepsùt; avrei comunque fatto il bagno nel limoso tramonto del Nilo, in compagnia dei coccodrilli e dei sornioni avvoltoi, fintantoché i sovrani della Terra non avessero tremato al cospetto dalle fondamenta del principio della loro ilare menzogna.
Sovrapposto all'occhio di Horus, io e Ara Ura vagavamo nel deserto verso sud come beduini solitari, decisi a donare una parte della loro sapienza in cambio di un'oasi che potesse fornire un tetto per placare la sete.
Non era la mia prima fallita impresa per uscire dal mio insipido tempo, ma una piacevole realtà arcaica: una carovana che si trasformò in una fugace ma intensa odissea verso l'archetipico: la città di Perelba.
Pianti e risa di bambini s'avvicinavano, erano le prime ore del mattino. Il primo vento tiepido e famelico, infatti, svegliò le nostre ossa dal placido torpore della notte stellata.
Era un piccolo accampamento sedentario, nel quale si praticava un grezzo ma ordinato allevamento di ortaggi e mammiferi da latte.
Ogni volto portava con sé era una storia. E ogni storia, affinché la trama non si adempisse secondo tragiche sensazioni di vuoto e dispersione provenienti dal torrido nulla desertico, era accompagnata da una lotta e da una ricerca che connotava a questa gente unita fra loro un'inconsueta e stimolante dignità.
Virammo a nord, verso la terra dell'incenso di Ubar. Sulla strada del cammin vagante incontrammo una serie di genti, la quali viaggiavano verso i territori da noi lasciati alle spalle. Uno di essi, il primo dell'ingente banda, si fermò a parlare con Ara. Io e il suo popolo assistevamo in disparte, come sagome all'ombra dei mentori anfitrioni. Essi, partirono dal cuore nero e selvaggio dell'Africa migrando verso il mare del nord, quindi, siccome le terre e le case del faraone Ramesse erano ostili, decisero di proseguire verso l'oriente. Ad un momento, giunti in un deserto trovarono un altro popolo e vi si unirono. Proseguirono assieme fintantoché non videro all'orizzonte il Corno dell'Africa. Da lì, si staccarono dall'altro popolo che, come disse il capo loro ad Ara, era formato da due etnie predominanti, seguendo dunque la striscia del mare e fu così che noi, andando a nord per attraversare lo stretto per la penisola Arabica, li incontrammo.
Quando la discussione finì, ognuno proseguì per la sua strada, secondo il suo volere, dovere ed esigenza. Ebbi comunque l'istante di incrociare qualche loro sguardo. Essi guardarono Aara, alcuni addirittura accennarono un saluto o uno sguardo meno gotico e più solare. Ma forse era solo una primordiale e lieve sindrome di Tourette data dalla stanchezza del viaggio.
Era tardo pomeriggio quando ammirammo alla sponda opposta a noi la pregiata terra dell'incenso, che era anche la terra della nostra prima meta.
Trovammo sulla spiaggia delle palme seccate dal sole e umidificate da sporadici avventi d'acqua dal cielo. Ci mettemmo due giorni per costruire una rozza imbarcazione che ci potesse traghettare dall'altra sponda grazie alla forza delle correnti. A dire la verità, ci misi, in quanto il mio compare non è che fosse un granché portato per le parti pratiche; egli preferiva studiare la vita, capire i suoi misteri: chi siamo, da dove veniamo, chi ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, perché esiste l'universo, coma mai questo universo un giorno è bello e l'altro è brutto, come mai esiste il male e il bene, il giorno e la notte, il maschio e la femmina, il sole e la luna? Io, invece, con molto più pragmatismo mi domandavo: cosa ci faccio su questa spiaggia?
Tre tronchi legati fra loro, lo feci per quattro volte, cosicché ricavai un quadrato vuoto che riempimmo con lacci di foglie di palma secche ma resistenti.
Eravamo pronti; due temerari viaggiatori nel mare, giunti dal nulla, diretti verso il dubbio.
In me trasudava una nuova forma di entusiasmo , quello di un bimbo che può sfogare le sue oppressioni diventando ciò che immagina, una barca. In egli, invece, l'esperienza di un esperto marinaio che osserva la sua nave in movimento, crogiolandosi pacatamente nella finta brezza del viaggio.
A questo punto sentii un gran caldo sulla testa eppoi in tutto il corpo, ebbi un mancamento, e, prima che potessi aromatizzare con gli occhi la mia letizia, svenni.
Da lì non ricordo più nulla, e tornai così da mia mamma e mio papà.
Solo qualche giorno dopo, Ara, di notte venne in camera e mi consegnò un figlio di carta. A dire la verità era una di quelle foglie che avevo legato per formare il telaio della barca. Su di esso vi erano spalmate delle linee fangose, sembravano tufo, fango o inchiostro di seppia sparso con un dito medio. Si potevano intravvedere infatti i segni bianchi delle falangi.
Ara la portò sul mio comodino e disse - Tieni, questi direi proprio che appartengono a te.
- Cos'è? - chiesi.
Non saprei, rispose- l'ho trovato in tasca, e dalle impronte digitali risulta tuo.
- Ma io non ci capisco nulla! cosa rappresenta?
- Sii il dubbio e sarai risposta. Quando sei, non puoi più creare. Così disse, e così si congedò.
Rimasi tutta la notte ad osservare e tenere quel viscido papiro tra le mani. All'indomani avrei avuto a scuola un compito di matematica. Così, stufo e seccato, sbuffai senza volere sul foglio. A questo punto le chiazze nere si muovettero e comparirono delle lettere; parevano intelligenti! E in pochi battiti, forse tre, e dovete comprendere che ero nervoso dalla sorpresa del momento, si materializzò alla mia vista tale scritta:
Arriverà la forma, la forma da mostrare
ad ogni immagine un respiro, un nido di farfalle mai crisalidi
si fondono nell'ombra ricavando metalli pregiati.
Venne la guerra, rozzi tuoni del mare
eppoi le introspezioni; la raccolta dei frammenti fissi
un crinale, nella mia pupilla:
vedo mondi ambivalenti, di diversi pesi e realtà.
sabato 14 marzo 2015
"La città di Prelba" - Episodio 2
14/03/15
"La città di Prelba"
- Episodio 2
Benché a Prelba vigesse un'effettiva anarchia di potere, la gente della Città si autogestiva. Tutti si producevano il cibo auto approvvigionandosi le razioni.
Ricordo ancora oggi il giorno quando Aahra Ahura mi portò nel suo orto botanico. Era meraviglioso! poiché in esso cresceva frutto, ortaggio e verdura d'ogni genere a qualità. In modo incessante, intensivo, ma controllato. Quando la mela marcia cedeva al suolo, una matura era pronta per essere colta.
Parlai alla mia mamma e al mio papà di questa sorprendente novità, ma loro non mi accondiscendevano mai, e io ci rimanevo un poco male.
Cosicché una volta, appena il mio amico venne, gli domandai: Perché non mi capiscono, e soprattutto non mi credono? E' normale - rispuose - gli umani credono e considerano solo ciò che per loro e'. - E cos'è che è, e cos'è che non è, Aahra? L'essere è il primo errore commesso, ciò che si sbaglia per la prima volta: è. E questo (è) rimane radicato nel recondito dell'individuo, senza che egli possa effettivamente riconoscerlo, influenzandolo in modo archetipico.
-Cos'è l'archetipico?
Archetipico è ciò che stai vivendo tu ora. Mentre parli con me, osservando il cielo scarlatto della Città, le case, i suoi mezzi, i suoi abitanti. Questo è l'archétìpico: ciò che sei stato, ma che non ricordi se non associando e sovrapponendo in maniera complementare a quegli impulsi una natura fantastica, quindi mentale, oppure futuristica. Solo in ciò che loro chiamano e non chiamano non-essere, puoi comprendere Prelpa, l'archetipico. Solo unendo i tuoi non-essere puoi davvero considerarti un essere!
HHHAHRHHAH UHHRHHAH
Se a un italiano dell''800 o della prima parte del '900 aveste fatto leggere questi due nomi, egli vi avrebbe semplicemente risposto: (ara ura).
Non si sarebbe neppure sforzato di mettere a fuoco le "H" per unirle quindi a un corretto contesto armonico e di suoni con le altre vocali e consonanti. In quanto l'"h" in italiano è muta.
Voi, noi, uomini del III millennio e dell'avvenire, invece, ci sforziamo a codificare due parole che di primo impatto sembrano subito complesse, estranee, non italiane.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che abbiamo perso un'identità filologico-psicologica attraverso l' inculcamento della lingua inglese? una lingua che aspira l'"h". Lontana da quella che è l'"h" addolcente della "c", o dalla temporeggiatrice e collante "א" ebraica.
Che piaccia o no, questo è vero. Ma come l'uomo in questi ultimi decenni è stato ed è influenzato da altre culture, egli, ha anche imparato a riconoscere ciò che non è suo dando ad esso una valenza, e non una semplice estraneità frutto dell'ignoranza.
Nel suo inconscio contempla anche ciò che non fa parte di lui, nonostante magari il concetto non sia mai stato integramente sperimentato.
L'uomo di oggi è dunque più aperto, consapevole del e verso il prossimo. Gettato o giunto di proposito in una coscienza madre collettiva di auto celebrazione ed auto compiacimento. Gli antichi ebrei la chiamavano Torre di Babele, i popoli accadici la definivano "complesso dell'unione fra cielo e Terra". Noi del XXI secolo, la chiamiamo internet.
Anche le stelle sono state in piccola parte conquistate, eppure, qualcosa in noi che fa bramare e sognare permane: ed è quel qualcosa che ci ha permesso di giungere fino lassù. Là dove solo gli dèi un tempo potevano arrivare. Quella cosa che anticipa la natura e dissolve il tempo: la creatività.
Chiudete gli occhi, trascendete voi stessi fino alla fonte del Principio. Ora apriteli: benvenuti fra noi, benvenuti a Prelba!
"La città di Prelba"
- Episodio 2
Benché a Prelba vigesse un'effettiva anarchia di potere, la gente della Città si autogestiva. Tutti si producevano il cibo auto approvvigionandosi le razioni.
Ricordo ancora oggi il giorno quando Aahra Ahura mi portò nel suo orto botanico. Era meraviglioso! poiché in esso cresceva frutto, ortaggio e verdura d'ogni genere a qualità. In modo incessante, intensivo, ma controllato. Quando la mela marcia cedeva al suolo, una matura era pronta per essere colta.
Parlai alla mia mamma e al mio papà di questa sorprendente novità, ma loro non mi accondiscendevano mai, e io ci rimanevo un poco male.
Cosicché una volta, appena il mio amico venne, gli domandai: Perché non mi capiscono, e soprattutto non mi credono? E' normale - rispuose - gli umani credono e considerano solo ciò che per loro e'. - E cos'è che è, e cos'è che non è, Aahra? L'essere è il primo errore commesso, ciò che si sbaglia per la prima volta: è. E questo (è) rimane radicato nel recondito dell'individuo, senza che egli possa effettivamente riconoscerlo, influenzandolo in modo archetipico.
-Cos'è l'archetipico?
Archetipico è ciò che stai vivendo tu ora. Mentre parli con me, osservando il cielo scarlatto della Città, le case, i suoi mezzi, i suoi abitanti. Questo è l'archétìpico: ciò che sei stato, ma che non ricordi se non associando e sovrapponendo in maniera complementare a quegli impulsi una natura fantastica, quindi mentale, oppure futuristica. Solo in ciò che loro chiamano e non chiamano non-essere, puoi comprendere Prelpa, l'archetipico. Solo unendo i tuoi non-essere puoi davvero considerarti un essere!
HHHAHRHHAH UHHRHHAH
Se a un italiano dell''800 o della prima parte del '900 aveste fatto leggere questi due nomi, egli vi avrebbe semplicemente risposto: (ara ura).
Non si sarebbe neppure sforzato di mettere a fuoco le "H" per unirle quindi a un corretto contesto armonico e di suoni con le altre vocali e consonanti. In quanto l'"h" in italiano è muta.
Voi, noi, uomini del III millennio e dell'avvenire, invece, ci sforziamo a codificare due parole che di primo impatto sembrano subito complesse, estranee, non italiane.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che abbiamo perso un'identità filologico-psicologica attraverso l' inculcamento della lingua inglese? una lingua che aspira l'"h". Lontana da quella che è l'"h" addolcente della "c", o dalla temporeggiatrice e collante "א" ebraica.
Che piaccia o no, questo è vero. Ma come l'uomo in questi ultimi decenni è stato ed è influenzato da altre culture, egli, ha anche imparato a riconoscere ciò che non è suo dando ad esso una valenza, e non una semplice estraneità frutto dell'ignoranza.
Nel suo inconscio contempla anche ciò che non fa parte di lui, nonostante magari il concetto non sia mai stato integramente sperimentato.
L'uomo di oggi è dunque più aperto, consapevole del e verso il prossimo. Gettato o giunto di proposito in una coscienza madre collettiva di auto celebrazione ed auto compiacimento. Gli antichi ebrei la chiamavano Torre di Babele, i popoli accadici la definivano "complesso dell'unione fra cielo e Terra". Noi del XXI secolo, la chiamiamo internet.
Anche le stelle sono state in piccola parte conquistate, eppure, qualcosa in noi che fa bramare e sognare permane: ed è quel qualcosa che ci ha permesso di giungere fino lassù. Là dove solo gli dèi un tempo potevano arrivare. Quella cosa che anticipa la natura e dissolve il tempo: la creatività.
Chiudete gli occhi, trascendete voi stessi fino alla fonte del Principio. Ora apriteli: benvenuti fra noi, benvenuti a Prelba!
"La città di Prelba" - Episodio 1
11/03/15
"La città di Prelba"
Episodio 1
Quando nulla v'è e nulla vi si trova
altro non vi è che auto celebrarsi
Cos'è la modernità? la fuga alla successiva realtà di un nuovo movimento estetico?
è la codificazione di un demonio? un parto per le stelle, un monito celeste per racimolare conforto al cospetto dell'ingente e nutrice spada di Damocle della nullità?
Eppure da ogni cosa si può enucleare ed estendere tesi o sentenza; non vi è nulla, baciato dal raggiante sole, scosso dal forte vento o accarezzato dai raggi della luna, che non consenta codificazioni del cervello. Nulla. Neppure ciò che si reputa feccia, agli occhi dell'Uno risulta tale, giacché l'Uno non è così incompleto di bramare una verità sullo sfondo contrapposto di una dualità. All'Uno non serve trovare un senso per esistere, l'Uno esiste. Basta.
Cosicché non vede se qualcosa sia bello o qualcosa sia brutto, non vede la diversità: non vede la felicità o l'avversità. Vede ciò che vede.
Mi sono trovato a dover raccontare da zero la storia della mia città. Tutto è stato perduto in una notte, né buia né luminosa; una notte.
Lo scalatore delle montagne della mente si è così dovuto trovare faccia a faccia col suo talento. Egli non ha più potuto fare conto sulle memorie catalogate e disperse in qualche angolo di un'altra macchina. Ha smesso di contemplare il riflesso dell'ombra della sua carne ed ha inciso nella storia l'essenza della sua immagine eterna.
Questo è quanto racconto, quanto racchiudo nell'abisso della mia coscienza fin da quando ero piccolo...
Ricordo ancora i lunghi pomeriggi passati sul terrazzo a parlare con quel buffo omino alto pressapoco come me. Io ero un bambino allora, per cui doveva risultare molto basso.
Ricordo che era avvolto in una tunica blu scura, quasi nera. Indossava un colletto di pizzo pregiato che scendeva fino all'addome a modo di cravatta.
Aveva un volto empirico ed erudita, ma allo stesso tempo dolce e spaesato. La barba era bianca e ben curata, tant'è che si univa ai capelli, i quali, del medesimo colore, gli donavano una fisionomia benevola. Ora che ricordo bene, talvolta portava gli occhiali e quando li portava i suoi occhi diventavano così grandi e sproporzionati rispetto alla faccia al punto che sovente credevo di trovarmi davanti a un altro personaggio. Era davvero buffo quando veniva con gli occhiali. E la cosa ancora più buffa, forse congiuntamente inquietamente, è che io non lo vidi mai all'epoca cosi. Solo ora, ricordando quei momenti, me lo ricordo con gli occhiali.
Egli mi si presentò sul lato destro del terrazzo un pomeriggio dopo scuola, fu come una sorta di vocazione per me. Eri li, in piedi, e mi fissava. Io mi avvicinai e gli chiesi - chi sei? e in me sentii una voce che di me parlava e rispose - come chi sono, non ti ricordi di me? Sono Hara Ahura.
Da quel momento era come se ci conoscessimo da sempre, ci conoscevamo talmente bene che non dovevo parlare per offrirgli il mio pensiero, poiché noi anche nell'avvenire ci eravamo già incontrati.
Mentre interloquivo tranquillamente, mia madre venne sul terrazzo. Aprì la porta e fu sorpresa dal fatto che io parlassi col braciere. Io subito non capii, ma col passare dei battiti realizzai tutto. Mi sentivo privilegiato, perché, dicevo io - la mamma non lo può vedere, mentre io sì! - era importante per me, come per tutti i bambini. La mamma è una figura completa e complementare nella mente degli infanti.
Era così un angolo tutto per me; un giardino nel quale piantare i miei fiori e fargli germogliare senza alcun intervento esterno. Mi sentivo libero, autoritario, e, parlando col mio amico, sempre più sapiente.
Egli era Hara Ahura, il signore di Prelba. Ma non signore in quanto padrone. Egli era un semplice abitante. E tutte le volte mi invitava a sorseggiare il nostro tè, nella macchia del tempo che ci portava avanti, che ci portava a Prelba: la città perfetta.
"La città di Prelba"
Episodio 1
Quando nulla v'è e nulla vi si trova
altro non vi è che auto celebrarsi
Cos'è la modernità? la fuga alla successiva realtà di un nuovo movimento estetico?
è la codificazione di un demonio? un parto per le stelle, un monito celeste per racimolare conforto al cospetto dell'ingente e nutrice spada di Damocle della nullità?
Eppure da ogni cosa si può enucleare ed estendere tesi o sentenza; non vi è nulla, baciato dal raggiante sole, scosso dal forte vento o accarezzato dai raggi della luna, che non consenta codificazioni del cervello. Nulla. Neppure ciò che si reputa feccia, agli occhi dell'Uno risulta tale, giacché l'Uno non è così incompleto di bramare una verità sullo sfondo contrapposto di una dualità. All'Uno non serve trovare un senso per esistere, l'Uno esiste. Basta.
Cosicché non vede se qualcosa sia bello o qualcosa sia brutto, non vede la diversità: non vede la felicità o l'avversità. Vede ciò che vede.
Mi sono trovato a dover raccontare da zero la storia della mia città. Tutto è stato perduto in una notte, né buia né luminosa; una notte.
Lo scalatore delle montagne della mente si è così dovuto trovare faccia a faccia col suo talento. Egli non ha più potuto fare conto sulle memorie catalogate e disperse in qualche angolo di un'altra macchina. Ha smesso di contemplare il riflesso dell'ombra della sua carne ed ha inciso nella storia l'essenza della sua immagine eterna.
Questo è quanto racconto, quanto racchiudo nell'abisso della mia coscienza fin da quando ero piccolo...
Ricordo ancora i lunghi pomeriggi passati sul terrazzo a parlare con quel buffo omino alto pressapoco come me. Io ero un bambino allora, per cui doveva risultare molto basso.
Ricordo che era avvolto in una tunica blu scura, quasi nera. Indossava un colletto di pizzo pregiato che scendeva fino all'addome a modo di cravatta.
Aveva un volto empirico ed erudita, ma allo stesso tempo dolce e spaesato. La barba era bianca e ben curata, tant'è che si univa ai capelli, i quali, del medesimo colore, gli donavano una fisionomia benevola. Ora che ricordo bene, talvolta portava gli occhiali e quando li portava i suoi occhi diventavano così grandi e sproporzionati rispetto alla faccia al punto che sovente credevo di trovarmi davanti a un altro personaggio. Era davvero buffo quando veniva con gli occhiali. E la cosa ancora più buffa, forse congiuntamente inquietamente, è che io non lo vidi mai all'epoca cosi. Solo ora, ricordando quei momenti, me lo ricordo con gli occhiali.
Egli mi si presentò sul lato destro del terrazzo un pomeriggio dopo scuola, fu come una sorta di vocazione per me. Eri li, in piedi, e mi fissava. Io mi avvicinai e gli chiesi - chi sei? e in me sentii una voce che di me parlava e rispose - come chi sono, non ti ricordi di me? Sono Hara Ahura.
Da quel momento era come se ci conoscessimo da sempre, ci conoscevamo talmente bene che non dovevo parlare per offrirgli il mio pensiero, poiché noi anche nell'avvenire ci eravamo già incontrati.
Mentre interloquivo tranquillamente, mia madre venne sul terrazzo. Aprì la porta e fu sorpresa dal fatto che io parlassi col braciere. Io subito non capii, ma col passare dei battiti realizzai tutto. Mi sentivo privilegiato, perché, dicevo io - la mamma non lo può vedere, mentre io sì! - era importante per me, come per tutti i bambini. La mamma è una figura completa e complementare nella mente degli infanti.
Era così un angolo tutto per me; un giardino nel quale piantare i miei fiori e fargli germogliare senza alcun intervento esterno. Mi sentivo libero, autoritario, e, parlando col mio amico, sempre più sapiente.
Egli era Hara Ahura, il signore di Prelba. Ma non signore in quanto padrone. Egli era un semplice abitante. E tutte le volte mi invitava a sorseggiare il nostro tè, nella macchia del tempo che ci portava avanti, che ci portava a Prelba: la città perfetta.
martedì 3 marzo 2015
La via del consenso e la via della ricerca
Vi sono a grandi linee due vie che un uomo, specie se nelle sue integre capacità intellettuale, può intraprendere: la via del consenso, e la via della ricerca.
La prima "colora" l'esterno coi colori del dentro, la seconda "colora" il dentro coi colori del fuori. Potete ben pensare dunque come esse siano pressoché identiche, in quanto hanno il medesimo osservatore come unico comune denominatore. Ma,la prima attinge dai limiti dell'illusione, l'altra dall'illusione senza limiti.
La prima "colora" l'esterno coi colori del dentro, la seconda "colora" il dentro coi colori del fuori. Potete ben pensare dunque come esse siano pressoché identiche, in quanto hanno il medesimo osservatore come unico comune denominatore. Ma,la prima attinge dai limiti dell'illusione, l'altra dall'illusione senza limiti.
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