16/03/15
"La città di Prelba"
- Episodio 3
Non sarebbero bastati 10 templi in granito puro fatti costruire dalla mia regina Hatshepsùt; avrei comunque fatto il bagno nel limoso tramonto del Nilo, in compagnia dei coccodrilli e dei sornioni avvoltoi, fintantoché i sovrani della Terra non avessero tremato al cospetto dalle fondamenta del principio della loro ilare menzogna.
Sovrapposto all'occhio di Horus, io e Ara Ura vagavamo nel deserto verso sud come beduini solitari, decisi a donare una parte della loro sapienza in cambio di un'oasi che potesse fornire un tetto per placare la sete.
Non era la mia prima fallita impresa per uscire dal mio insipido tempo, ma una piacevole realtà arcaica: una carovana che si trasformò in una fugace ma intensa odissea verso l'archetipico: la città di Perelba.
Pianti e risa di bambini s'avvicinavano, erano le prime ore del mattino. Il primo vento tiepido e famelico, infatti, svegliò le nostre ossa dal placido torpore della notte stellata.
Era un piccolo accampamento sedentario, nel quale si praticava un grezzo ma ordinato allevamento di ortaggi e mammiferi da latte.
Ogni volto portava con sé era una storia. E ogni storia, affinché la trama non si adempisse secondo tragiche sensazioni di vuoto e dispersione provenienti dal torrido nulla desertico, era accompagnata da una lotta e da una ricerca che connotava a questa gente unita fra loro un'inconsueta e stimolante dignità.
Virammo a nord, verso la terra dell'incenso di Ubar. Sulla strada del cammin vagante incontrammo una serie di genti, la quali viaggiavano verso i territori da noi lasciati alle spalle. Uno di essi, il primo dell'ingente banda, si fermò a parlare con Ara. Io e il suo popolo assistevamo in disparte, come sagome all'ombra dei mentori anfitrioni. Essi, partirono dal cuore nero e selvaggio dell'Africa migrando verso il mare del nord, quindi, siccome le terre e le case del faraone Ramesse erano ostili, decisero di proseguire verso l'oriente. Ad un momento, giunti in un deserto trovarono un altro popolo e vi si unirono. Proseguirono assieme fintantoché non videro all'orizzonte il Corno dell'Africa. Da lì, si staccarono dall'altro popolo che, come disse il capo loro ad Ara, era formato da due etnie predominanti, seguendo dunque la striscia del mare e fu così che noi, andando a nord per attraversare lo stretto per la penisola Arabica, li incontrammo.
Quando la discussione finì, ognuno proseguì per la sua strada, secondo il suo volere, dovere ed esigenza. Ebbi comunque l'istante di incrociare qualche loro sguardo. Essi guardarono Aara, alcuni addirittura accennarono un saluto o uno sguardo meno gotico e più solare. Ma forse era solo una primordiale e lieve sindrome di Tourette data dalla stanchezza del viaggio.
Era tardo pomeriggio quando ammirammo alla sponda opposta a noi la pregiata terra dell'incenso, che era anche la terra della nostra prima meta.
Trovammo sulla spiaggia delle palme seccate dal sole e umidificate da sporadici avventi d'acqua dal cielo. Ci mettemmo due giorni per costruire una rozza imbarcazione che ci potesse traghettare dall'altra sponda grazie alla forza delle correnti. A dire la verità, ci misi, in quanto il mio compare non è che fosse un granché portato per le parti pratiche; egli preferiva studiare la vita, capire i suoi misteri: chi siamo, da dove veniamo, chi ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, perché esiste l'universo, coma mai questo universo un giorno è bello e l'altro è brutto, come mai esiste il male e il bene, il giorno e la notte, il maschio e la femmina, il sole e la luna? Io, invece, con molto più pragmatismo mi domandavo: cosa ci faccio su questa spiaggia?
Tre tronchi legati fra loro, lo feci per quattro volte, cosicché ricavai un quadrato vuoto che riempimmo con lacci di foglie di palma secche ma resistenti.
Eravamo pronti; due temerari viaggiatori nel mare, giunti dal nulla, diretti verso il dubbio.
In me trasudava una nuova forma di entusiasmo , quello di un bimbo che può sfogare le sue oppressioni diventando ciò che immagina, una barca. In egli, invece, l'esperienza di un esperto marinaio che osserva la sua nave in movimento, crogiolandosi pacatamente nella finta brezza del viaggio.
A questo punto sentii un gran caldo sulla testa eppoi in tutto il corpo, ebbi un mancamento, e, prima che potessi aromatizzare con gli occhi la mia letizia, svenni.
Da lì non ricordo più nulla, e tornai così da mia mamma e mio papà.
Solo qualche giorno dopo, Ara, di notte venne in camera e mi consegnò un figlio di carta. A dire la verità era una di quelle foglie che avevo legato per formare il telaio della barca. Su di esso vi erano spalmate delle linee fangose, sembravano tufo, fango o inchiostro di seppia sparso con un dito medio. Si potevano intravvedere infatti i segni bianchi delle falangi.
Ara la portò sul mio comodino e disse - Tieni, questi direi proprio che appartengono a te.
- Cos'è? - chiesi.
Non saprei, rispose- l'ho trovato in tasca, e dalle impronte digitali risulta tuo.
- Ma io non ci capisco nulla! cosa rappresenta?
- Sii il dubbio e sarai risposta. Quando sei, non puoi più creare. Così disse, e così si congedò.
Rimasi tutta la notte ad osservare e tenere quel viscido papiro tra le mani. All'indomani avrei avuto a scuola un compito di matematica. Così, stufo e seccato, sbuffai senza volere sul foglio. A questo punto le chiazze nere si muovettero e comparirono delle lettere; parevano intelligenti! E in pochi battiti, forse tre, e dovete comprendere che ero nervoso dalla sorpresa del momento, si materializzò alla mia vista tale scritta:
Arriverà la forma, la forma da mostrare
ad ogni immagine un respiro, un nido di farfalle mai crisalidi
si fondono nell'ombra ricavando metalli pregiati.
Venne la guerra, rozzi tuoni del mare
eppoi le introspezioni; la raccolta dei frammenti fissi
un crinale, nella mia pupilla:
vedo mondi ambivalenti, di diversi pesi e realtà.
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