sabato 14 marzo 2015

"La città di Prelba" - Episodio 1

11/03/15

"La città di Prelba"
Episodio 1

Quando nulla v'è e nulla vi si trova
altro non vi è che auto celebrarsi

Cos'è la modernità? la fuga alla successiva realtà di un nuovo movimento estetico?
è la codificazione di un demonio? un parto per le stelle, un monito celeste per racimolare conforto al cospetto dell'ingente e nutrice spada di Damocle della nullità?
Eppure da ogni cosa si può enucleare ed estendere tesi o sentenza; non vi è nulla, baciato dal raggiante sole, scosso dal forte vento o accarezzato dai raggi della luna, che non consenta codificazioni del cervello. Nulla. Neppure ciò che si reputa feccia, agli occhi dell'Uno risulta tale, giacché l'Uno non è così incompleto di bramare una verità sullo sfondo contrapposto di una dualità. All'Uno non serve trovare un senso per esistere, l'Uno esiste. Basta.
Cosicché non vede se qualcosa sia bello o qualcosa sia brutto, non vede la diversità: non vede la felicità o l'avversità. Vede ciò che vede.

Mi sono trovato a dover raccontare da zero la storia della mia città. Tutto è stato perduto in una notte, né buia né luminosa; una notte.
Lo scalatore delle montagne della mente si è così dovuto trovare faccia a faccia col suo talento. Egli non ha più potuto fare conto sulle memorie catalogate e disperse in qualche angolo di un'altra macchina. Ha smesso di contemplare il riflesso dell'ombra della sua carne ed ha inciso nella storia l'essenza della sua immagine eterna.

Questo è quanto racconto, quanto racchiudo nell'abisso della mia coscienza fin da quando ero piccolo...
Ricordo ancora i lunghi pomeriggi passati sul terrazzo a parlare con quel buffo omino alto pressapoco come me. Io ero un bambino allora, per cui doveva risultare molto basso.
Ricordo che era avvolto in una tunica blu scura, quasi nera. Indossava un colletto di pizzo pregiato che scendeva fino all'addome a modo di cravatta.
Aveva un volto empirico ed erudita, ma allo stesso tempo dolce e spaesato. La barba era bianca e ben curata, tant'è che si univa ai capelli, i quali, del medesimo colore, gli donavano una fisionomia benevola. Ora che ricordo bene, talvolta portava gli occhiali e quando li portava i suoi occhi diventavano così grandi e sproporzionati rispetto alla faccia al punto che sovente credevo di trovarmi davanti a un altro personaggio. Era davvero buffo quando veniva con gli occhiali. E la cosa ancora più buffa, forse congiuntamente inquietamente, è che io non lo vidi mai all'epoca cosi. Solo ora, ricordando quei momenti, me lo ricordo con gli occhiali.

Egli mi si presentò sul lato destro del terrazzo un pomeriggio dopo scuola, fu come una sorta di vocazione per me. Eri li, in piedi, e mi fissava. Io mi avvicinai e gli chiesi - chi sei? e in me sentii una voce che di me parlava e rispose - come chi sono, non ti ricordi di me? Sono Hara Ahura.
Da quel momento era come se ci conoscessimo da sempre, ci conoscevamo talmente bene che non dovevo parlare per offrirgli il mio pensiero, poiché noi anche nell'avvenire ci eravamo già incontrati.

Mentre interloquivo tranquillamente, mia madre venne sul terrazzo. Aprì la porta e fu sorpresa dal fatto che io parlassi col braciere. Io subito non capii, ma col passare dei battiti realizzai tutto. Mi sentivo privilegiato, perché, dicevo io - la mamma non lo può vedere, mentre io sì! - era importante per me, come per tutti i bambini. La mamma è una figura completa e complementare nella mente degli infanti.

Era così un angolo tutto per me; un giardino nel quale piantare i miei fiori e fargli germogliare senza alcun intervento esterno. Mi sentivo libero, autoritario, e, parlando col mio amico, sempre più sapiente.
Egli era Hara Ahura, il signore di Prelba. Ma non signore in quanto padrone. Egli era un semplice abitante. E tutte le volte mi invitava a sorseggiare il nostro tè, nella macchia del tempo che ci portava avanti, che ci portava a Prelba: la città perfetta.


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