venerdì 31 luglio 2015

Diario: "31 luglio"


"Stando con gli altri non si può essere se stessi. Ci si sottomette a un bisogno espresso in una identità autonoma della comunità"



Mi immergo in me stesso
per dare senso al mondo 
che da alba ad alba 
ormai con distacco osservo 
nel suo vibrante ed eponimo Spirito 
sofferente insanabilmente sano e ossesso
'si crogiola nell'ozio voluttuoso e indiscreto della comunità 
e si compiace al nulla più assoluto.

La ricerca della perfezione stessa
è una fuga dalla vita
per la vita, con la vita.

Essenza fuorviante di tutti i sentimenti 
Madre del tutto prima del tutto
compiaci anche me
nella malinconia addentratasi ed espressa in pensieri pesanti e vacui  
Tu che sei la causa di Te stessa 
solleva la pienezza 
dalle mie macerie
abissati cosa in tutte le cose.


Non studio perché mi si impone eticamente di farlo. Studio per sperimentare il passato sotto una mia veduta, per elaborare una mia personale visione (opinione) del mondo (dell'attuale), ed eventualmente, al fine di discernere il vantaggioso dall'avversa causa.

L'assenza di necessità, dunque la possibilità di scelta, è la libertà.
L'uomo ("odierno") è quindi libero poiché la sua vita è figlia dell'ozio, bramosa di un edonismo più o meno discreto, e satura d'insignificanti momenti ludici, di mondanità e conformismo. (considerando comunque che l'anticonformismo è la libertà di scegliere nel campo delle regole in minor misura accolte e conformi alla società)

Badate dunque - soggiunse " " - quando vi proporranno di essere liberi, giacché la libertà esiste già e solo nel profondo e nell'origine di ogni animale, ed essa, consiste nello sperimentare al fine di scegliere, non nello scegliere al fine di sperimentare.

"Ama il prossimo tuo come te stesso"; dalla scuola rabbinica farisaica, quindi presto in prestito e interpretato in senso più ampio dal cristianesimo, è la rappresentazione dell'imperativo categorico che, attraverso la parte terza della Legge, unisce, lega e accomuna tra loro più uomini di epoche diverse.

Il mio (dover) essere deve agire in base a ciò che io, tramite la sperimentazione, ho acquisito e ritengo - nella ragione e nella fallacia della conseguenza - di dover fare. Non in base a ciò che chi c'era prima di me ha imposto o mi vuole imporre con la sua etica, affinché io, intraprendendo il suo medesimo percorso, possa raggiungere la sua medesima libertà, in primo luogo costruita, e in secondo costituita da una identità fasulla e univoca a (in) tutti gli individui.
Sono io che devo decidere come fare e quale piano attuare per scoprire me stesso, non chi è venuto prima di me.

La filosofia è il linguaggio della metafisica della psiche che osserva i fenomeni senza tempo conciliando la loro dicotomia nella forma spiritica della "non-mente".
È allora dunque la filosofia quella fuga ragionata dal mondo. E lo sono tutte le analisi che la accompagnano in questo viaggio irto e dispendioso.
Entrando in un mondo superiore si diventa Sapienza, e a quel punto non vi è più il bisogno del "dio ascensore" che colleghi Ki (la terra) con l'infinito An (Cielo); perché io posso scegliere in quale dimensione stare, se in quella dei sensi dunque o se in quella della ragione che si arrende solo all'immensamente incomprensibile, indimostrabile o reso indimostrato dalla tecnica dell'uomo.

La legge deve giudicare i fatti non le intenzioni, ed essa, deve auto imporsi una tacita flessibilità nei confronti della poliedricità che l'uomo manifesta per mezzo delle culture e delle religioni veicolate dalla tradizione.

sabato 18 luglio 2015

Diario: "19 luglio"


Da meno di un'ora è domenica 19 luglio; la festa del paese è finita, in terra, solo qualche ragazzo gira per le vie, e io sto scrivendo dalla tastiera dell'ufficio con il ritmo danzante e liberatorio di Don't let me be misunderstood dei Santa Esmeralda in sottofondo.
Il tempo è sempre caldo e umido; una flebile nube di latta sta sorvolando i paesaggi del nostro golfo, e nella sua disinvolta e fumante curvatura, tipica del cirro di luglio, pronuncia forme prive di significato che ci impediscono di osservare le stelle.
Alla sera, dopo aver mangiato e prima che il paese si svuotasse dal sonno, sono andato in Piazza della Vittoria assieme ai miei genitori per assistere a un concerto di musica medioevale. Il gruppo che ha suonato era un quartetto, composto da due uomini e da due donne; uno degli uomini, vale a dire colui che ha suonato la chitarra, è il mio maestro di solfeggio alla scuola musicale di Vado di Ligure.
Il repertorio espresso mi è piaciuto e mi ha coinvolto; come un bambino ho chiuso gli occhi, e ho immaginato di essere in un altro tempo, in un'altra epoca. Mi sono allorché soffermato, mentre udivo la musica, a guardare uno dei pini nel giardino laterale alla passeggiata mare e alla via Aurelia, e nei suoi oliati profumi ho rivissuto vite precedenti. Ho riscoperto il mio commino di quando un giorno, assieme al mio asinello e a qualche provvista buttata in un sacco dai lacci in cuoio, visitai la Liguria come pellegrino; entusiasmato dal nulla e guidato dal caso.
Mi sono ricordato di quando percorsi irti sentieri di montagna, e che quando finalmente da un promontorio roccioso vidi la grande pianura blu, un brivido struggente mi salì dietro la schiena, e, gridando al mare, corsi giù per la rupe finché non trovai la locanda di pescatori più vicina.
A un certo punto è finita, e con essa il mio sogno. Sono tornato per la strada, chiusa per l'evento, e mi sono incamminato allegramente verso casa.

Quanto ora voglio scrivere è una riflessione appuntata un paio di giorni fa su di un foglio di carta. Il tema in questione è una semplice veduta sull'architettura del Novecento; e in particolare su quella di Le Corbusier.  Ecco la mia analisi:

Osservando talune opere di Le Corbusier, ho notato un canone riscontrabile pressoché in ognuna di queste.
Quella di Le Corbusier è una forma di arte grezza, non lavorata dal genio, ma espressa così come la Mente di quel tempo la concepisce o la deve concepire. 
Il pragmatismo diviene dunque un'arte; libera, esistenzialista, laica, non veicolante o subordinata al sacro. 
Una espressione terrena dunque, dove la voluminosità slanciata verso un principio statico, che porge le sue basi sul più ampio complesso del movimento futurista, definisce quei contorni essenzialmente orizzontali all'esterno e ondulati all'interno. 
Il senso della sua estetica non acquisisce dunque significato tramite il fine che è dedito a svolgere, ma nell'estetica minimalista in sé, vuota e povera di significato, di figure e verticalismi. L'ispirazione non proviene dal immaginario dell'uomo per un dio ma dalla macchina per l'uomo.




La luce accarezzava i contorni coloriti 
di un uomo troppo all'oscuro 
di tutto per potersene accorgere

concatenazione 
porzioni d'incompletezza 
adempimento della secchezza 
che si manifesta nel giuoco della vita. 

Non ho un soggetto 
al quale dedicare la mia opera 
non è una notte che
può giganteggiare una piccola orma 
strozzata in gola 

Se avessi anche potuto un solo secondo
scegliere tra la vita o la morte 
avrei scelto il rimpianto 
di non essere un mostro...

La montagna del Bufalo
sarà sempre il primo e l'ultimo paesaggio
quando ci rincontreremo 
uomo mio, e 
tu mi dirai ancora
uomo mio
ché molto più facile 
raccontare l'irrealtà.   







venerdì 17 luglio 2015

Diario:"sabato 18 luglio".


L'Eterna Ricerca del trascendente
(da "L'ipostasi del Mondo")




Ogni processo psichico verte alla ricerca del Piacere. Esso, è ricercato tramite la sintetizzazione di più fattori in uno solo. La mancata sintesi della poli(-=) porta allo stato di schizofrenia: ovvero, a una condizione mentale della coscienza - già in sé e di per sé costituente che riassume le poliedricità dei comportamenti dell'individuo - nella quale, tramite l'auto percezione della stessa, si realizza la presenza di un corpo estraneo. Tale corpo, diverso della coscienza, non necessariamente deve essere uno solo, infatti, ve ne possono essere moltissimi; quella di raggruppare la moltitudine nell'uno è, però, uno dei primi processi e complessi associativi dettati ed elaborati dalla coscienza inconscia stessa.
Quando si parla di inconscio, si tende a decontestualizzare l'uniformità di uno o più individui, portando la matrice della sua consapevolezza nel vivere - arcaicamente identificabile con la figura del "lògos" - a uno stato di immanente trascendenza intrinseca all'individuo che la sviluppa. L'inconscio invece, a parer mio, e, di conseguenza tratto questo tema basandomi solo ed esclusivamente su quella che è la mia esperienza diretta sul fatto e non sui libri, è parte integrante della personalità di un uomo; solamente che, non essendo "osservato" da una coscienza così per dire "naturale", esso, è egualmente composto da informazioni come quelle poi sintetizzate nell'Uno dalla coscienza, ma non essendo preso in causa rimane parte avulsa dalle coscienza. Ampliando il proprio stato di coscienza, dunque, si può accedere a maggiori informazioni. Questa parte oscura, come se fosse un pavimento ignorato da una lente d'ingrandimento che si preoccupata di osservare nel dettaglio e minuziosamente solo una parte di porzione del porfido, è quanto sperimentato dai vari mistici; i quali, forse poi influenzati da coloro che quanto detto non avevano sperimentato e si domandavano, idealizzarono le sensazioni di maggiore capacità mentale e diedero dunque a esse, imprimendole e trasmutandole in ipostasi concettualizzate tramite gli archetipi del comportamento e del desiderio umano, una connotazione e una veduta antropomorfa. Fu così che nacque il mito, tramandato scrupolosamente nella tradizione. E sul mito, come tutti ben sappiamo, si sono allorché costruiti interi sistemi; approfittando, forse, oppure semplicemente lasciandosi più comodamente cullare, dall'ignoranza dell'uomo, dalla solennità dell'arcaico e dal suo eterno processo di mistificazione.
Tutto ciò, è una ricerca al principio: quando l'uomo sapeva di non esser solo, non perché vi fosse un Dio, ma perché egli aveva capito chi era. O forse, chi non era...


Ore 18:45, sono in ufficio, il clima è afoso e mudido; la maglietta bianca del giorno prima rimane impregnata alla pelle sudata e leggermente abbronzata. Questa sera nel mio paese ci sarà una festa che richiamerà alle contrade medioevali; un ritorno a quando Chiesa - rappresentata dal vescovo di Savona o dalla curia di Albenga - e Potere, si contendevano gli spazi abitanti da umili, austeri, rozzi, per gran parte ignoranti, e morigerati pescatori o contadini.
M'immagino or dunque Spotorno in pieno Milletrecento; nel suo alone mite e tranquillo, talvolta disturbato da qualche altrettanto timida e non decisa invasione saracena. Ancora oggi, sull'isola, sul promontorio frontale che separa il nostro comune da quello di Bergeggi - chiamato per questo motivo Torre del Mare - e sulla rocca dell'entroterra, si possono osservare le torri di vedetta, utilizzate proprio per avvisare, tramite segnale di fuoco, l'arrivo del nemico arabo.
A onor del vero, l'unica veramente conservata è quella nell'interno del paese, vicino alla zona dell'odierno cimitero. Quella sull'isola è un rudere, sul quale vi è stata successivamente costruita una cappella in memoria del cartaginese Eugenio, santo e patrono di Noli che, secondo la leggenda popolare, dimorò sull'isolotto per un tempo imprecisato e, probabilmente, quivi lasciò il mondo.
La Torre del promontorio, invece, non esiste più: il massiccio urbanesimo attuato tra la fine degli anni Cinquanta e per poi tutti gli anni Sessanta e Settanta per soddisfare l'esigenze di un uomo italiano rinnovatosi nei costumi e nelle idee, ha probabilmente contribuito alla sua scomparsa. Ma su questo non sono ben informato.
So invece per certo,  che fino agli inizi del secolo scorso, nella radura sottostante verso il lungomare del Merello, dove ora sorgono degli appartamenti ricavati da una intermedia struttura utilizzata per ospitare i ragazzi delle colonie giungenti dal Piemonte e dalla Lombardia per respirare l'epurante aria fresca del mare estivo, si trovava in quel punto, tra il mare e la ferrovia, un piccolo complesso ospedaliero gestito dalla curia di Milano. Questi si chiamava Santa Corona.
L'ospedale di Santa Corona si trova ora a Pietra Ligure, paese a una ventina di chilometri da qua verso Ponente, ed è senz'altro l'organismo più ampio ed efficiente della provincia, e forse, dell'intera regione.
Altro edificio, ora scomparso ma sempre un tempo costituente l'abitato e parte dominante del paesaggio, era il bastione di difesa attuato per le invasioni musulmane. Esso si trovava nella zona del Terzo molo, tra gli attuali bagni Sirio e il Palace. Proprio durante l'edificazione della precedente costruzione, ovvero quella del Grand Hotel Palace, che ha dato dunque il nome al complesso ora ospitante la sala congressi comunale, la biblioteca dedicata al letterato Camillo Sbarbaro, e diversi appartamenti, il tutto in spontaneo stile Liberty, incline ai canoni dell'epoca, fu smantellato ciò che rimaneva del vecchio baluardo.


giovedì 9 luglio 2015

Diario: "9 luglio"


STORIA DI DUE MINUTI. 

Guardando per la stanza, cercai di trovare qualcosa che mi trasmettesse conforto; rovistai tra le pile di carta accatastata negli anni della dolce gioventù, che, mai toccata nel limbo della disgrazia, feci tempo a riordinare qualche volta; nelle sere fredde, umide e fresche dell'inverno, dove il grigiore delle nuvole sembra rinchiudere ermeticamente ogni speranza e ogni desiderio di nemesi a uscire dal mondo. Ma non trovai nulla d'interessante. Guardai perciò  in alto, sull'eterno soffitto bianco latte riflettente le ombre del mio letto; chiusi gli occhi, girai quindi il capo verso sinistra, laddove da ore e ore un ventilatore continuava meccanicamente la sua assidua mansione di portare un po' di vento alla pelle e alla fronte oleosa e sudata, di un uomo troppo uomo per esser uomo e di un ragazzo troppo ragazzo per esser ragazzo. Egli accennò a un sospiro; uno di quegli aneliti sommessi e gettati fuori dai polmoni per fiacchezza o per inerzia. Pensai allorché quella semplice pala fosse il mio unico vero conforto, la mia sola fonte di calore. Già, quel calore che nelle istanze dell'estate del 2015, sembrava voler dilagare imperterrito come nei tempi di una dozzina di estati prima: la più calda, afosa e insopportabile che tutti qui si ricordano.
Spotorno è una località di mare, e quindi, di villeggiatura. Dagli artistici caruggi del centro, dove si respira un'aria di antico e famigliare, alle gialle dune di sabbia, ora ricoperte di sdraio, sulle quali i bagnanti vaneggiano la vita, il mondo, la parola e l'arte per emulare un più sensuale ritorno cutaneo alla Madre Africa; in un caotico disegno che, nella sua eclettica staticità e nella sua mobile monotonia, manifesta quanto di più sincero possa rappresentare nella sua imbarazzante valenza, senza macchia di ambiguità, l'ideale e al tempo stesso lo stereotipo interiorizzato dell'italiano borghese. Rozzo, ignorante e angusto contemplatore del frivolo
Vi sono molti periodi dove veramente ogni cosa passa in fretta; le situazioni che si susseguono paiono talmente ingestibili ed esterne alla volontà da sembrare piaghe del destino. È in quei momenti che la coscienza, se stimolata con qualcosa, riesce a trovare e a esprimere il meglio di sé. "La solitudine ti accompagnerà sempre" - lessi molte volte su qualche prosaico muro di periferia. E, dopo aver riflettuto su questa frase tanto ovvia quanto astrusa e dalla gargantuesca messa in pratica, alzavo lo sguardo, e in quel mare scarlatto che era il cielo al vespro, trovavo nel riflesso delle mie lacrime ogni risposta dapprima muta alla sorda realtà. 
Alla notte, nel silenzio, nel sonno, la vita era un'amenità. Il tedioso ronzio dell'uomo era quieto e indifeso; solo una casa, da una sola finestra, presentava la lumiera sempre accesa. 
Sono le sei, mi piace raccontare, osservare, sperimentare il sonno e la veglia, in un tutt'uno. Non ho l'aspettativa di pensare che quanto da me fatto possa venire bene. Non è nemmeno la mia intenzione. 
Scappando dalle vergogne ataviche che attanagliano la mia serrata mentalità visionaria, balzo celermente in una dimensione di forte ambivalenza: la discreta fecondia ortografica suggella, come il ricamo pittoresco di un frate amanuense, l'onirica e vuota storia che vi ho voluto tra i righi raccontare. 
Narrare sulle aspettative è da sempre uno dei miei obiettivi; anticipare un finale, enfatizzandolo e poi rimandandolo eternamente, è senz'altro la più difficile parte del viaggio. Ma sia chiaro, il mio intento non è abbacinare; ho solo rappresentato in un'ipostasi di due minuti l'inconscio ideale di perfezione dell'uomo moderno; quella perfezione del conforto, che ora, come le tessere di un puzzle, agli occhi dei più arguti ed eruditi apparirà sorprendentemente chiara: l'immensa esegesi tautologica, è stata, per tutti noi, almeno una volta, il senso più profondo della vita. Per due minuti almeno, prima di andare a dormire sorseggiando, s'un tavolino, una tazza di caffè. 

lunedì 6 luglio 2015

Diario: "6 luglio 2016"


IO: UOMO, ANIMALE, MONDO

Sembravo venuto da mondi lontani; io, invaghito dalle sfaccettature lussuriosamente ricamate dei tecnici che, col sorriso sulle labbra, non perdevano occasione per dimostrarti in modo subliminale la loro convenzionale, faziosa, presunta e discutibile superiorità intellettuale. Vagavo costernato e al contempo incuriosito in un grande e austero abitato di città.
Ero un frutto acerbo e indolente in una sacca di mele marce che, stanche da sempre della loro vita, altro non facevano se non cercare avannotti come il sottoscritto per fare abboccare loro all'amo della retorica e degli inconcludenti glossemi dell'alta borghesia che, crogiolata nei melliflui spiragli della dialettica fine a se stessa, pareva rigonfiarsi, così come fece la rana al cospetto del bue, per sopprimere quei vuoti spirituali imbolsiti da una ragione squisitamente aristocratica. 
Essi presentavano in bella mostra sugli scaffali delle loro voluminose e nitenti biblioteche, vari trattati filosofici di Goethe, di Kant, di Nietzsche, di Platone; biografie di Giovanna d'Arco, di Rasputin, di Curchill, di Hitler, di Cicerone, e di tutti quei personaggi di prima linea che, nel coacervo del loro spessore psicologico, rispecchiavano nei confronti della campagnola onestà intellettuale, subordinata dai consensi generici e dai "sentito dire" della cosiddetta cultura popolare, un netto senso di inferiorità. 
E' questo il biglietto da visita dei codardi, degli insicuri; di costoro che riuniscono nell'arrivismo tutte le gioie e tutti i dolori dell'effimero. 
E fu così che dovetti aspettare mezz'ora prima di essere ricevuto alle istanze della maestà. Giunse pingue come la cupola di San Pietro l'uomo che attendevo per discutere: con gli occhiali spessi e densi, a passettini beoti, mi pregò di seguirlo. 
Con un "d'accordo" deciso lo seguii. Ci sedemmo in una stanza attigua, col caminetto dal braciere fioccante e dai lampadari in cristallo. Il pavimento era coperto da un tappeto scarlatto ricamato con fregi e disegni d'ebano. I muri, bianchi un tempo, risultavano ingialliti e appassiti, colorati da alterni spruzzi di caligine. 
Davanti a me sedeva l'uomo, dalle braccia giunte, dall'iride piccola e indiscreta. Per un attimo immaginai cosa potesse pensare di me, e leggendo i suoi occhi forse lo scopersi. Ai lati delle sue guance notai, e non potevo non notarli, due grandi nevi che come gromme di cantine rurali, segnavano in un empirico e simbolico marchio di fabbrica il disegno e la fisionomia di quella botte che quel buon uomo aveva come corpo. 








Nell'ardore che questa dicotomia, dall'omuncolo fin da subito rimarcata in modo lapalissiano e recondito al tempo stesso; la mia parte intellettualmente più evoluta riuscì a dominare quella più animale che da sempre in me e in ognuno di noi alberga. Presi perciò coscienza del fatto che quell'incontro sarebbe servito a me per capire quanto l'uomo fosse caduto in basso. Così facendo, riuscii a tastare, in modo analitico, determinati comportamenti umani generalmente ripugnati dalla mente.
Mi venne dunque come idea dominante della conversazione, mentre l'uomo dinnanzi a me si protraeva in un lungo monologo, quella di riprodurre e riproporre direttamente al borghese una storia finta mascherata con figure retoriche, affinché egli, non ne potesse cogliere il vero e unico significato.
La storia in questione fu quella di un fanatico religioso che visse in Russia durante la seconda metà dell'Ottocento. Egli fu persona mediocre in vita, nel senso bonario del termine. Ogni sua mansione, eseguita al di fuori del contesto religioso, portava sempre o quasi a un profondo e sincero senso di appartenenza alla terra dei cosacchi e dello zar che lo ospitava nella morigerata e chiusa vita di campagna.
I pleonastici desideri di protagonismo, però, portarono egli, e, susseguentemente la sua famiglia, a un lento declino verso cui non ci fu altra fine o voglia irrefrenabile oltre alla delirante pazzia.
Accadde una notte di ottobre, fredda e meschina come lo sono tutte quelle di Russia alle porte dell'inverno, nella quale se ne partì per i monti portandosi con sé i due figlioli e la moglie. Prima di andarsene, però, pensò fosse cosa buona e giusta incendiare la propria casa, e così, presa freneticamente della paglia, e, unita a questa pece, cera e fanghiglia stercoraria dei campi, appiccò un fuoco che, al mattino dopo, estesosi altri piccoli abitati, lasciò alcune famiglie senza dimora.
Al terzo giorno dalla transumanza, scannò con un coltello i due figli: tagliò con esso di netto la vena giugulare, così come avrebbero fatto i suoi deplorevoli antesignani ebrei al Kapparot, e mentre la moglie, con una Bibbia in mano recitava la preghiera della morte russa; simile a un eterno riposo ma ancora più pedestre e malinconico, egli invocava urlando allo Spirito Santo, reo di averlo servito e ispirato all'ascesi divina, e dunque all'Illuminazione dell'anima.
Tale immondo e raccapricciante gesto, in un urlo di collera mista a godimento, trovò il senso della sua ragione psichica, nell'annientamento della dualità intrinseca; annientata questa dall'esaltato monoteismo relativista che, quest'uomo, idealizzava e realizzava nello Spirito Santo; contrapposto a una forma politeista, rappresentata, nella sua mente fanatica, dai due figlioli concepiti con la moglie.
  E' dunque una sorta di trasfigurazione analitica della realtà, che, auto annullata da una figura distorta del proprio ego, porta lo stesso alla sublimazione del dolore tramite l'estasi suprema che, nell'istante dell'orgasmo,  concilia la parte più pura dell'uomo col suo animale; l'eterna zavorra della vita materiale, ma fedele lacchè verso il labirinto dei sensi.