L'Eterna Ricerca del trascendente
(da "L'ipostasi del Mondo")
Ogni processo psichico verte alla ricerca del Piacere. Esso, è ricercato tramite la sintetizzazione di più fattori in uno solo. La mancata sintesi della poli(-=) porta allo stato di schizofrenia: ovvero, a una condizione mentale della coscienza - già in sé e di per sé costituente che riassume le poliedricità dei comportamenti dell'individuo - nella quale, tramite l'auto percezione della stessa, si realizza la presenza di un corpo estraneo. Tale corpo, diverso della coscienza, non necessariamente deve essere uno solo, infatti, ve ne possono essere moltissimi; quella di raggruppare la moltitudine nell'uno è, però, uno dei primi processi e complessi associativi dettati ed elaborati dalla coscienza inconscia stessa.
Quando si parla di inconscio, si tende a decontestualizzare l'uniformità di uno o più individui, portando la matrice della sua consapevolezza nel vivere - arcaicamente identificabile con la figura del "lògos" - a uno stato di immanente trascendenza intrinseca all'individuo che la sviluppa. L'inconscio invece, a parer mio, e, di conseguenza tratto questo tema basandomi solo ed esclusivamente su quella che è la mia esperienza diretta sul fatto e non sui libri, è parte integrante della personalità di un uomo; solamente che, non essendo "osservato" da una coscienza così per dire "naturale", esso, è egualmente composto da informazioni come quelle poi sintetizzate nell'Uno dalla coscienza, ma non essendo preso in causa rimane parte avulsa dalle coscienza. Ampliando il proprio stato di coscienza, dunque, si può accedere a maggiori informazioni. Questa parte oscura, come se fosse un pavimento ignorato da una lente d'ingrandimento che si preoccupata di osservare nel dettaglio e minuziosamente solo una parte di porzione del porfido, è quanto sperimentato dai vari mistici; i quali, forse poi influenzati da coloro che quanto detto non avevano sperimentato e si domandavano, idealizzarono le sensazioni di maggiore capacità mentale e diedero dunque a esse, imprimendole e trasmutandole in ipostasi concettualizzate tramite gli archetipi del comportamento e del desiderio umano, una connotazione e una veduta antropomorfa. Fu così che nacque il mito, tramandato scrupolosamente nella tradizione. E sul mito, come tutti ben sappiamo, si sono allorché costruiti interi sistemi; approfittando, forse, oppure semplicemente lasciandosi più comodamente cullare, dall'ignoranza dell'uomo, dalla solennità dell'arcaico e dal suo eterno processo di mistificazione.
Tutto ciò, è una ricerca al principio: quando l'uomo sapeva di non esser solo, non perché vi fosse un Dio, ma perché egli aveva capito chi era. O forse, chi non era...
Ore 18:45, sono in ufficio, il clima è afoso e mudido; la maglietta bianca del giorno prima rimane impregnata alla pelle sudata e leggermente abbronzata. Questa sera nel mio paese ci sarà una festa che richiamerà alle contrade medioevali; un ritorno a quando Chiesa - rappresentata dal vescovo di Savona o dalla curia di Albenga - e Potere, si contendevano gli spazi abitanti da umili, austeri, rozzi, per gran parte ignoranti, e morigerati pescatori o contadini.
M'immagino or dunque Spotorno in pieno Milletrecento; nel suo alone mite e tranquillo, talvolta disturbato da qualche altrettanto timida e non decisa invasione saracena. Ancora oggi, sull'isola, sul promontorio frontale che separa il nostro comune da quello di Bergeggi - chiamato per questo motivo Torre del Mare - e sulla rocca dell'entroterra, si possono osservare le torri di vedetta, utilizzate proprio per avvisare, tramite segnale di fuoco, l'arrivo del nemico arabo.
A onor del vero, l'unica veramente conservata è quella nell'interno del paese, vicino alla zona dell'odierno cimitero. Quella sull'isola è un rudere, sul quale vi è stata successivamente costruita una cappella in memoria del cartaginese Eugenio, santo e patrono di Noli che, secondo la leggenda popolare, dimorò sull'isolotto per un tempo imprecisato e, probabilmente, quivi lasciò il mondo.
La Torre del promontorio, invece, non esiste più: il massiccio urbanesimo attuato tra la fine degli anni Cinquanta e per poi tutti gli anni Sessanta e Settanta per soddisfare l'esigenze di un uomo italiano rinnovatosi nei costumi e nelle idee, ha probabilmente contribuito alla sua scomparsa. Ma su questo non sono ben informato.
So invece per certo, che fino agli inizi del secolo scorso, nella radura sottostante verso il lungomare del Merello, dove ora sorgono degli appartamenti ricavati da una intermedia struttura utilizzata per ospitare i ragazzi delle colonie giungenti dal Piemonte e dalla Lombardia per respirare l'epurante aria fresca del mare estivo, si trovava in quel punto, tra il mare e la ferrovia, un piccolo complesso ospedaliero gestito dalla curia di Milano. Questi si chiamava Santa Corona.
L'ospedale di Santa Corona si trova ora a Pietra Ligure, paese a una ventina di chilometri da qua verso Ponente, ed è senz'altro l'organismo più ampio ed efficiente della provincia, e forse, dell'intera regione.
Altro edificio, ora scomparso ma sempre un tempo costituente l'abitato e parte dominante del paesaggio, era il bastione di difesa attuato per le invasioni musulmane. Esso si trovava nella zona del Terzo molo, tra gli attuali bagni Sirio e il Palace. Proprio durante l'edificazione della precedente costruzione, ovvero quella del Grand Hotel Palace, che ha dato dunque il nome al complesso ora ospitante la sala congressi comunale, la biblioteca dedicata al letterato Camillo Sbarbaro, e diversi appartamenti, il tutto in spontaneo stile Liberty, incline ai canoni dell'epoca, fu smantellato ciò che rimaneva del vecchio baluardo.


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