IO: UOMO, ANIMALE, MONDO
Sembravo venuto da mondi lontani; io, invaghito dalle sfaccettature lussuriosamente ricamate dei tecnici che, col sorriso sulle labbra, non perdevano occasione per dimostrarti in modo subliminale la loro convenzionale, faziosa, presunta e discutibile superiorità intellettuale. Vagavo costernato e al contempo incuriosito in un grande e austero abitato di città.
Ero un frutto acerbo e indolente in una sacca di mele marce che, stanche da sempre della loro vita, altro non facevano se non cercare avannotti come il sottoscritto per fare abboccare loro all'amo della retorica e degli inconcludenti glossemi dell'alta borghesia che, crogiolata nei melliflui spiragli della dialettica fine a se stessa, pareva rigonfiarsi, così come fece la rana al cospetto del bue, per sopprimere quei vuoti spirituali imbolsiti da una ragione squisitamente aristocratica.
Essi presentavano in bella mostra sugli scaffali delle loro voluminose e nitenti biblioteche, vari trattati filosofici di Goethe, di Kant, di Nietzsche, di Platone; biografie di Giovanna d'Arco, di Rasputin, di Curchill, di Hitler, di Cicerone, e di tutti quei personaggi di prima linea che, nel coacervo del loro spessore psicologico, rispecchiavano nei confronti della campagnola onestà intellettuale, subordinata dai consensi generici e dai "sentito dire" della cosiddetta cultura popolare, un netto senso di inferiorità.
E' questo il biglietto da visita dei codardi, degli insicuri; di costoro che riuniscono nell'arrivismo tutte le gioie e tutti i dolori dell'effimero.
E fu così che dovetti aspettare mezz'ora prima di essere ricevuto alle istanze della maestà. Giunse pingue come la cupola di San Pietro l'uomo che attendevo per discutere: con gli occhiali spessi e densi, a passettini beoti, mi pregò di seguirlo.
Con un "d'accordo" deciso lo seguii. Ci sedemmo in una stanza attigua, col caminetto dal braciere fioccante e dai lampadari in cristallo. Il pavimento era coperto da un tappeto scarlatto ricamato con fregi e disegni d'ebano. I muri, bianchi un tempo, risultavano ingialliti e appassiti, colorati da alterni spruzzi di caligine.
Davanti a me sedeva l'uomo, dalle braccia giunte, dall'iride piccola e indiscreta. Per un attimo immaginai cosa potesse pensare di me, e leggendo i suoi occhi forse lo scopersi. Ai lati delle sue guance notai, e non potevo non notarli, due grandi nevi che come gromme di cantine rurali, segnavano in un empirico e simbolico marchio di fabbrica il disegno e la fisionomia di quella botte che quel buon uomo aveva come corpo.
Mi venne dunque come idea dominante della conversazione, mentre l'uomo dinnanzi a me si protraeva in un lungo monologo, quella di riprodurre e riproporre direttamente al borghese una storia finta mascherata con figure retoriche, affinché egli, non ne potesse cogliere il vero e unico significato.
La storia in questione fu quella di un fanatico religioso che visse in Russia durante la seconda metà dell'Ottocento. Egli fu persona mediocre in vita, nel senso bonario del termine. Ogni sua mansione, eseguita al di fuori del contesto religioso, portava sempre o quasi a un profondo e sincero senso di appartenenza alla terra dei cosacchi e dello zar che lo ospitava nella morigerata e chiusa vita di campagna.
I pleonastici desideri di protagonismo, però, portarono egli, e, susseguentemente la sua famiglia, a un lento declino verso cui non ci fu altra fine o voglia irrefrenabile oltre alla delirante pazzia.
Accadde una notte di ottobre, fredda e meschina come lo sono tutte quelle di Russia alle porte dell'inverno, nella quale se ne partì per i monti portandosi con sé i due figlioli e la moglie. Prima di andarsene, però, pensò fosse cosa buona e giusta incendiare la propria casa, e così, presa freneticamente della paglia, e, unita a questa pece, cera e fanghiglia stercoraria dei campi, appiccò un fuoco che, al mattino dopo, estesosi altri piccoli abitati, lasciò alcune famiglie senza dimora.
Al terzo giorno dalla transumanza, scannò con un coltello i due figli: tagliò con esso di netto la vena giugulare, così come avrebbero fatto i suoi deplorevoli antesignani ebrei al Kapparot, e mentre la moglie, con una Bibbia in mano recitava la preghiera della morte russa; simile a un eterno riposo ma ancora più pedestre e malinconico, egli invocava urlando allo Spirito Santo, reo di averlo servito e ispirato all'ascesi divina, e dunque all'Illuminazione dell'anima.
Tale immondo e raccapricciante gesto, in un urlo di collera mista a godimento, trovò il senso della sua ragione psichica, nell'annientamento della dualità intrinseca; annientata questa dall'esaltato monoteismo relativista che, quest'uomo, idealizzava e realizzava nello Spirito Santo; contrapposto a una forma politeista, rappresentata, nella sua mente fanatica, dai due figlioli concepiti con la moglie.
E' dunque una sorta di trasfigurazione analitica della realtà, che, auto annullata da una figura distorta del proprio ego, porta lo stesso alla sublimazione del dolore tramite l'estasi suprema che, nell'istante dell'orgasmo, concilia la parte più pura dell'uomo col suo animale; l'eterna zavorra della vita materiale, ma fedele lacchè verso il labirinto dei sensi.


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