Da meno di un'ora è domenica 19 luglio; la festa del paese è finita, in terra, solo qualche ragazzo gira per le vie, e io sto scrivendo dalla tastiera dell'ufficio con il ritmo danzante e liberatorio di Don't let me be misunderstood dei Santa Esmeralda in sottofondo.
Il tempo è sempre caldo e umido; una flebile nube di latta sta sorvolando i paesaggi del nostro golfo, e nella sua disinvolta e fumante curvatura, tipica del cirro di luglio, pronuncia forme prive di significato che ci impediscono di osservare le stelle.
Alla sera, dopo aver mangiato e prima che il paese si svuotasse dal sonno, sono andato in Piazza della Vittoria assieme ai miei genitori per assistere a un concerto di musica medioevale. Il gruppo che ha suonato era un quartetto, composto da due uomini e da due donne; uno degli uomini, vale a dire colui che ha suonato la chitarra, è il mio maestro di solfeggio alla scuola musicale di Vado di Ligure.
Il repertorio espresso mi è piaciuto e mi ha coinvolto; come un bambino ho chiuso gli occhi, e ho immaginato di essere in un altro tempo, in un'altra epoca. Mi sono allorché soffermato, mentre udivo la musica, a guardare uno dei pini nel giardino laterale alla passeggiata mare e alla via Aurelia, e nei suoi oliati profumi ho rivissuto vite precedenti. Ho riscoperto il mio commino di quando un giorno, assieme al mio asinello e a qualche provvista buttata in un sacco dai lacci in cuoio, visitai la Liguria come pellegrino; entusiasmato dal nulla e guidato dal caso.
Mi sono ricordato di quando percorsi irti sentieri di montagna, e che quando finalmente da un promontorio roccioso vidi la grande pianura blu, un brivido struggente mi salì dietro la schiena, e, gridando al mare, corsi giù per la rupe finché non trovai la locanda di pescatori più vicina.
A un certo punto è finita, e con essa il mio sogno. Sono tornato per la strada, chiusa per l'evento, e mi sono incamminato allegramente verso casa.
Quanto ora voglio scrivere è una riflessione appuntata un paio di giorni fa su di un foglio di carta. Il tema in questione è una semplice veduta sull'architettura del Novecento; e in particolare su quella di Le Corbusier. Ecco la mia analisi:
Osservando talune opere di Le Corbusier, ho notato un canone riscontrabile pressoché in ognuna di queste.
Quella di Le Corbusier è una forma di arte grezza, non lavorata dal genio, ma espressa così come la Mente di quel tempo la concepisce o la deve concepire.
Il pragmatismo diviene dunque un'arte; libera, esistenzialista, laica, non veicolante o subordinata al sacro.
Una espressione terrena dunque, dove la voluminosità slanciata verso un principio statico, che porge le sue basi sul più ampio complesso del movimento futurista, definisce quei contorni essenzialmente orizzontali all'esterno e ondulati all'interno.
Il senso della sua estetica non acquisisce dunque significato tramite il fine che è dedito a svolgere, ma nell'estetica minimalista in sé, vuota e povera di significato, di figure e verticalismi. L'ispirazione non proviene dal immaginario dell'uomo per un dio ma dalla macchina per l'uomo.

La luce accarezzava i contorni coloriti
di un uomo troppo all'oscuro
di tutto per potersene accorgere
concatenazione
porzioni d'incompletezza
adempimento della secchezza
che si manifesta nel giuoco della vita.
Non ho un soggetto
al quale dedicare la mia opera
non è una notte che
può giganteggiare una piccola orma
strozzata in gola
Se avessi anche potuto un solo secondo
scegliere tra la vita o la morte
avrei scelto il rimpianto
di non essere un mostro...
La montagna del Bufalo
sarà sempre il primo e l'ultimo paesaggio
quando ci rincontreremo
uomo mio, e
tu mi dirai ancora
uomo mio
ché molto più facile
raccontare l'irrealtà.

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