Guardando per la stanza, cercai di trovare qualcosa che mi trasmettesse conforto; rovistai tra le pile di carta accatastata negli anni della dolce gioventù, che, mai toccata nel limbo della disgrazia, feci tempo a riordinare qualche volta; nelle sere fredde, umide e fresche dell'inverno, dove il grigiore delle nuvole sembra rinchiudere ermeticamente ogni speranza e ogni desiderio di nemesi a uscire dal mondo. Ma non trovai nulla d'interessante. Guardai perciò in alto, sull'eterno soffitto bianco latte riflettente le ombre del mio letto; chiusi gli occhi, girai quindi il capo verso sinistra, laddove da ore e ore un ventilatore continuava meccanicamente la sua assidua mansione di portare un po' di vento alla pelle e alla fronte oleosa e sudata, di un uomo troppo uomo per esser uomo e di un ragazzo troppo ragazzo per esser ragazzo. Egli accennò a un sospiro; uno di quegli aneliti sommessi e gettati fuori dai polmoni per fiacchezza o per inerzia. Pensai allorché quella semplice pala fosse il mio unico vero conforto, la mia sola fonte di calore. Già, quel calore che nelle istanze dell'estate del 2015, sembrava voler dilagare imperterrito come nei tempi di una dozzina di estati prima: la più calda, afosa e insopportabile che tutti qui si ricordano.
Spotorno è una località di mare, e quindi, di villeggiatura. Dagli artistici caruggi del centro, dove si respira un'aria di antico e famigliare, alle gialle dune di sabbia, ora ricoperte di sdraio, sulle quali i bagnanti vaneggiano la vita, il mondo, la parola e l'arte per emulare un più sensuale ritorno cutaneo alla Madre Africa; in un caotico disegno che, nella sua eclettica staticità e nella sua mobile monotonia, manifesta quanto di più sincero possa rappresentare nella sua imbarazzante valenza, senza macchia di ambiguità, l'ideale e al tempo stesso lo stereotipo interiorizzato dell'italiano borghese. Rozzo, ignorante e angusto contemplatore del frivolo
Vi sono molti periodi dove veramente ogni cosa passa in fretta; le situazioni che si susseguono paiono talmente ingestibili ed esterne alla volontà da sembrare piaghe del destino. È in quei momenti che la coscienza, se stimolata con qualcosa, riesce a trovare e a esprimere il meglio di sé. "La solitudine ti accompagnerà sempre" - lessi molte volte su qualche prosaico muro di periferia. E, dopo aver riflettuto su questa frase tanto ovvia quanto astrusa e dalla gargantuesca messa in pratica, alzavo lo sguardo, e in quel mare scarlatto che era il cielo al vespro, trovavo nel riflesso delle mie lacrime ogni risposta dapprima muta alla sorda realtà.
Alla notte, nel silenzio, nel sonno, la vita era un'amenità. Il tedioso ronzio dell'uomo era quieto e indifeso; solo una casa, da una sola finestra, presentava la lumiera sempre accesa.
Sono le sei, mi piace raccontare, osservare, sperimentare il sonno e la veglia, in un tutt'uno. Non ho l'aspettativa di pensare che quanto da me fatto possa venire bene. Non è nemmeno la mia intenzione.
Scappando dalle vergogne ataviche che attanagliano la mia serrata mentalità visionaria, balzo celermente in una dimensione di forte ambivalenza: la discreta fecondia ortografica suggella, come il ricamo pittoresco di un frate amanuense, l'onirica e vuota storia che vi ho voluto tra i righi raccontare.
Narrare sulle aspettative è da sempre uno dei miei obiettivi; anticipare un finale, enfatizzandolo e poi rimandandolo eternamente, è senz'altro la più difficile parte del viaggio. Ma sia chiaro, il mio intento non è abbacinare; ho solo rappresentato in un'ipostasi di due minuti l'inconscio ideale di perfezione dell'uomo moderno; quella perfezione del conforto, che ora, come le tessere di un puzzle, agli occhi dei più arguti ed eruditi apparirà sorprendentemente chiara: l'immensa esegesi tautologica, è stata, per tutti noi, almeno una volta, il senso più profondo della vita. Per due minuti almeno, prima di andare a dormire sorseggiando, s'un tavolino, una tazza di caffè.
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