Dalla patina corporativa di Partinico
Alla massoneria deviata di Calcutta
l'infamia dell'uomo prosegue di pari passo alla sua grandezza
e all'influenza che lo stesso s'imputa sul territorio.
Anni fa, coraggiosi scrittori e intellettuali narrarono del canto di una civetta che, misera e sommessa, annebbiò la sua vista notturna per risplendere nell'insolita ma opulenta luce del giorno.
Toccò un giorno allora a Giovanni, pastore in aspre e sperdute campagne, di andare a prendere il foraggio e l'acqua per le bestie così come sua madre e suo padre avevano a lui richiesto.
Nella via del ritorno, però, egli s'imbatté in una voce dolce e misteriosa. Era quella di una quercia. L'albero era enorme, la sua corteccia odorosa districava tra possenti rami una bruna ombra tra gli erbeggi e il vento tiepido della tarda estate agitava le sue verdi foglie palmate.
<<Salve Giovanni>> ha intonato la Quercia.
Giovanni ricambiò il saluto con vivace stupore. Egli non aveva studiato molto ma sapeva che gli alberi, quantomeno al suo paese, non potevano parlare.
Ad ogni modo se ne fece una ragione e preso atto di ciò domandò alla pianta come facesse a sapere il suo nome.
<<Oh ma io so tutti i nomi di tutte le cose>> rispose essa. <<Vieni con me>> - proseguì dopo una breve interruzione <<Vieni con me e non te ne pentirai>>
Il ragazzo concedette a se stesso il lusso di rilassarsi per qualche minuto alle pendici di quella empirica quercia, senza perdere però di vista la mansione che avrebbe dovuto portare a termine e per la quale egli si trovava lì in quell'istante.
È nella sottomissione a un padrone indefinito
Che l'uomo trova l'ordine e l'equilibrio di tutte le cose
Caduti nelle tenebre
Sconquassati () dal vento
Il musicista jazz vive la musica in modo attivo e cosciente
Si abbandonarono in un profondo sonno, e con loro, tutto ciò che viveva attorno e penetrava tra le fessure dell'ombra.
<<Chi sei? Cosa vuoi da me?>> G.
<<Sono la vita, e porto a te un monito>> Q.
<<Tu non mi devi insegnare nulla; tutto ciò che esiste già lo so.
So riconoscere il foraggio dall'erba appena rinsecchita, so mietere per un giorno intero sotto al sole un campo di pannocchie, so tramutare il latte svezzato ai capri in caglio e dunque assecondarlo in profumati formaggi.
So riconoscere l'arrivo della stagione delle piogge e so distinguere questa ancora da quella più arida e secca.
So quindi brandire un coltello per difende i nostri campi da indesiderati nemici; so riconoscere le mie 40 capre, le mie 30 vitelle, i miei 10 polli e il mio cane, benché nessuno di essi abbia un nome come lo abbiamo noi uomini e donne; so controllarmi nelle pulsioni dell'amore per le femmine e per le bevande inebrianti;
so quindi e infine riconoscere il culmine del giorno nell'aurora rossa di ogni mattina vedendo le stelle, il sole e la mia casa con gli occhi di due diversi mondi.>> G.
<<Sai davvero molte cose, mio caro Giovanni, lo riconosco.
Hai imparato ad amare la vita rispettando i compagni, conciliando le faccende più grevi e sgradevoli e lasciandoti abbandonare dagli ozi che da quest'ultime conseguono.
Tra l'amore per la terra, i campi, le fanciulle e le bestie, l'aurore e le stagioni, hai però dimenticato nel corso dei tuoi anni un'amore più profondo e sincero: un'amore che vien da te. >> Q.
<< Non posso amare me stesso, sarebbe contro la natura>> G.
<<Il narcisismo è natura. Devi partire dal presupposto che non si deve scindere la sfera naturale dal mondo degli uomini, andando a concepire dunque questi ultimi come parte integrante del tutto convenzionalmente denominato 'Natura'. Tu stesso, prima, hai scritto di vedere con gli occhi di entrambi i mondi.
La campagna, se vista con quest'ottica, come un ospedale psichiatrico, è un luogo interessante e ricco di fascino
<<Cosa ci hai trovato di bello in questa modesta e morigerata campagna?>> G.
<<Sono andata oltre alla semi fatiscenza e al degrado nel quale vivono rinchiuse le persone...ogni loro volto, infatti, racconta una storia, ed è una finestra s'un mondo che si stacca dal tempo e dallo spazio>> Q.
<<Questo è il mio mondo e il mondo di tutti. Qui tutti siamo poiché agiamo per un bene comune; chi non agisce è infatti peggio di una bestia, che dico, di una quercia!>> G.
<<Sei come il pescatore che anziché pescare aspetta sulla riva del fiume guardando lo scorrere delle acque e della corrente, caro Giovanni>> Q.
<<Mi piace guardare lo scorrere delle acque.>> G.
<< Anche a me piace. Pensa che proprio sotto alle mie antiche radici scorre un fiume nascosto che nessuno ha mai visto, eccetto gli uomini e le bestie di tempi lontani. Per vivere dovrai però mangiare, e per mangiare dovrai pescare uno di quei pesci del fiume.
Preferiresti morire?>> Quercia
<< Chi ama la propria vita la perderà, chi disprezza la propria esistenza in questo mondo, la conserverà in eterno. Tu stessa, oh Quercia che ti disprezzi vivendo radicata al medesimo terreno da eoni, sei testimone dell'assidua monotonia che ti ha condotto a una longevità estrema. Nessuna delle altre piante di questo mondo, impegnata a disperdere il prezioso seme della vita, dura quanto te.>> G.
<<Agli occhi degli umani il mio è un eterno nulla. Un consumarsi e basta, vivendo la vita in modo passivo. Ma, come tu stesso oggi hai avuto il privilegio e l'onere di constatare, con gli occhi di un altro mondo cambiano le prospettive, e con esse anche le cose.>> Q.
<<Non sempre bisogna mostrarsi per mangiare.>> G.
<<Mai bisogna mai mostrarsi! Semmai si deve agire.
Il predatore, in Natura, se si mostra prima di agire non potrà mai cacciare la preda e sarà perciò destinato a perire dalla fame.>> Q.
<<Hai pianamente ragione.>> G.
<<Impara allora a mostrarti con gli occhi delle cose e non attraverso quelli degli uomini e delle donne. Uscirai così dal vecchio mondo per trovarne uno decisamente più vecchio ma al momento stesso immensamente più nuovo.
Tutto s'interruppe qualche istante. Dopo, Tutto proseguì seguendo la natura delle cose:
Hai sempre amici in città?>> Q
<<Sono anche aumentati.>> G.
<<Loro non li reputi borghesi?>> Q.
<<No, affatto.
Hanno ottime potenzialità.>> G.
<<A me non sembra>> Q.
<<Alcuni sono cresciuti col tempo...>> G.
<<Ah si? Chi per esempio>> Q.
<< Rosy ha abbandonato il satanismo per dedicarsi alle speculazioni ontologiche.
Francesco sta allargando i propri orizzonti e abbandonando l'aridità scientifica.
Will inizia a studiare filosofia greca.>> G.
<<Sapete davvero molte cose, miei cari, lo riconosco. L'ultima volta che vi lasciai eravate tesi verso un qualcosa d'indefinito. Ora, quell'indefinito ha preso una forma: e si muove!
Non intendo però bene il nesso tra ontologia e speculazione.>> Q.
<<Perché?>> G.
<<Perché sull'essere non si può speculare. Si può speculare sulla metafisica, come fa per esempio da anni la Santa romana, ma non sull'essere.
Quindi, cosa sono le speculazioni ontologiche?>> Q.
<<Quelle ontologiche sono degli studi, delle analisi che riguardano la struttura dell'essere in quanto tale.>> G.
<<Sì, so cosa significa ontologia. Non intendo anzi bene, come ti ho detto, il nesso con la speculazione>> Q.
<<Perché sull'essere non si può speculare. Si può speculare sulla metafisica, come fa per esempio da anni la Santa romana, ma non sull'essere>> Q.
<<Perché no? Parmenide lo ha fatto.>> G.
<< Quella di Parmenide di Elea non è una speculazione sull'essere>> Q.
<<E su cos'era?>> G.
<<È una negazione delle vie che conducono all'analisi dell'essere. Conosci 4'33'' di John Cage? Ecco, quella è la negazione in musica della musica stessa. Quello che faceva il tuo amico Parmenide>> Q.
<<Non la conosco 4'33". Quindi stai dicendo che si tratta di una negazione fino ad arrivare alla pura qualità dell'essere?>> G.
<<Sì: rapportandolo alla tua mentalità si può dire che a furia di negare il mio essere e l'essere degli altri, raggiungo il non-essere che, alla fine, è l'essere di tutti (o di tutte le cose)>> Q.
<<Le tue teorie sono superate e obsolete, e te lo dimostro.>> G.
<<Davvero vorresti mostrare qualcosa a colei che in epoche passate, quando non eri cittadino del mondo ma umile bracciante di terre e capre, curò la tua cecità?>> Q.
<<Sì, con l'ausilio di uno mio scritto sulla filosofia decostruzionista di Jacques Derrida.
Ecco, tieni, leggilo.>> G.
Tutto per un momento s'interruppe. Il vento smise di frusciare tra le foglie della quercia che sparì. Passato quest'attimo, Tutto si ricompose secondo la natura delle cose. E la Quercia riprese:
<<Questo Derrida è una sorta di neoempirista proteso verso qualcosa, dunque, Mi ricorda voi contadini ai campi protesi verso un sogno sgargiante e utopico chiamato civilizzazione.>> Q.
<<Diciamo che non è un neoempirista, il suo approccio non considera più di tanto l'esperienza.
Il decostruzionismo derridiano è più una sorta di auto esame.>> G.
<<Alla fine del tuo scritto parli di etica. Ecco, a me pare che l'approccio di questa corrente filosofica vada in parallelo coi costumi della tua epoca, e, in particolar modo col periodo cosiddetto d'Avanguardia che l'ha preceduta in ogni cosa.
Il minimalismo, la fuga dalla civiltà per mezzo della fotografia e dell'l'arte figurativa e decorativa: queste sono tutte forme distinte di un periodo che rappresentano la legge naturale delle cose.>> Q.
Sì, Derrida parla anche di etica..
Ma ho voluto presentare l'intera corrente filosofica in tutti i suoi passi, dato che l'etica derridiana prevede prima che vengano esposti i suoi capisaldi.
Questo è un disperato tentativo di ritrovare una filosofia autentica dopo il fallimento di tutte le altre.>> G.
Sa davvero molte cose questo Derrida, lo riconosco. L'ultima volta che vi lasciai eravate alla ricerca di una verità indissolubile ed eterna. Ora, fate di tutto per demolirla.>>
<<Questa filosofia così goticamente slanciata verso il futuro, forse, è già stata anch'essa superata, sai?
Oggi vi siete rassegnati e, come anime prave trasportate da Caronte, vi fate accompagnare verso un mondo dove le macchine decidano al posto vostro e scelgano il vostro destino. Forse il vostro destino sarà sempre quello di creare, e il mio di dissolvere, chissà>> Q.
<<Io non mi sono rassegnato, sono qui per forgiare una nuova era dell'umanità.>> G.
Ho un piano molto preciso.
<<Vorresti conquistare il mondo?>> Q.
<<Distruggerlo, è diverso.>> G.
<< Sarebbe una vittoria di Pirro però>> Q.
<<No, perché>> G.
<<Perché è anche bello e nobile crogiolarsi nelle proprie conquiste>> Q.
<< Il mio fine non è la conquista, ma la demolizione di ogni cosa.>> G.
<<La demolizione è anche una conquista. E poi, comunque, prima di demolire dovrai conquistare>> Q.
<<La conquista sarà la vera ricostruzione.>> G.
<<Quello è un ciclo.
Se non lo fai tu, ci penserò io.
Io sono la Natura, no?
la Natura opera attraverso te.>> Q.
Giovanni, come se nulla fosse accaduto, ritornò a casa col carico di erba secca sorretto nella mano destra e una giara ricolma d'acqua nella sinistra.
<<Sai, Quercia, ho ascoltato quella vecchia canzone...>> G.
<<4'33'' di John Cage?>> Q.
<<Sì. Nonostante realmente non esista, e non sia dunque mai esistita, riesco comunque a udire in essa una sinfonia bellissima.>> G.
<<Sì, certo, anche io la sento, in quanto in quell'istante viene la realtà viene istituzionalizzata per mezzo della musica. Tu sei lì in quella sala, ma sei anche da un'altra parte. Se non fosse un'esibizione non riusciresti a cogliere la bellezza nel non essere delle cose.>> Q.
<<Hai ragione, oh Quercia. Per quale motivo non ti ho dato subito ascolto? Per quale motivo ho pensato di saperne più di te cercando di fuggirti per migliorare il mondo? Sono stato uno stolto e me ne pento. >> G.
<<Oh caro Giovanni, non ti devi pentire di nulla. Ricordi quando fosti contadino, poi padre e cittadino del mondo? In ogni fase hai sempre seguito con Consapevolezza, avendo me al tuo fianco, la natura delle cose.
Adesso vai, vai! E arrivederci nei paesi del domani!>> Q.
Giovanni, come se nulla fosse accaduto, ritornò a casa col carico di erba secca sorretto nella mano destra e una giara ricolma d'acqua nella sinistra in attesa di un nuovo compito e dei paesi del domani. La tradizione vuole che i suoi genitori di ieri lo stiano ancora aspettando.
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