Oggi è venerdì 1 maggio, un venerdì quasi estivo. Il paese è gremito di Piemontesi e Milanesi; qualcuno viaggia in bici per le strade del centro, forse proviene dalla pineta o da limitrofi centri abitati. Altri, ovvero la maggioranza, passeggiano in ozio raccontando la propria vita e palesando una soddisfacente tranquillità.
Il tempo è nuvoloso, una fine brezza tiepida proviene dalla foschia di un mare incerto e verdastro. Là dove le grandi navi caraibiche partono o arrivano dal porto della vicina Vado.
Qualche bambino gioca sulla spiaggia ora mai pressoché pronta ad accogliere la stagione. Ma dal mio terrazzo non vedo altro, e altro non voglio vedere.
Il sapore del rosmarino si mischia al festante cinguettio di qualche piccolo uccello. In lontananza, si ode il rombo di un treno merce passante per la ferrovia, che forse, da quanto ho potuto capire in queste settimane, verrà chiusa.
L'aroma grezzo ma sincero della mia terra di Liguria mi tiene compagnia come nessun altro uomo sa fare.
Mi è capitato, un paio di notti fa, di leggere un libro sulla storia del mio paesello: da contornante fazzoletto di contesa fra nobili e vescovi negli anni del Mille, a emancipato villaggio marittimo dedito alla raccolta di ciò che madre natura offriva, fino alla fine dell'Ottocento. Oggi, riflettendo, benché non abbia mai visto e vissuto qui in quella realtà fatta di semplici sogni e piccole cose, mi accorgo come il paese mio sia mutato abbastanza radicalmente.
Da discreta congregazione casolare fra i fichi, i verdeggianti uliveti e gli eleganti gelsi, a isola dell'ozio; dapprima per i ricchi inglesi e americani, quindi, del popolo delle valli e dell'estese pianure delle Alpi.
Un centro che un tempo era eremo di lavoratori di terre e campi e di qualche marinaio di passaggio; oggi è realtà di tutti, forse ancor più di chi qui, nell'apparente insipido inverno, non vi abita.
03 Maggio
Oggi è domenica 3 maggio; sono quasi le sette del mattino, il paese ha ancora l'oro in gola mentre io ho appena finito il mio consueto turno lavorativo domenicale al forno Raviolo. Ho lavorato due notti, quella di sabato e quella di oggi: tra poco andrò a dormire, e, appena sveglio viaggerò assieme ai miei genitori alla volta di Genova. Vado là per incontrare un maestro di pianoforte; non so bene cosa mi farà fare, quel che ho capito e che si tratta di un semplice colloquio sulla tematica del Conservatorio, che da settembre mi piacerebbe frequentare. Stranamente la mente in quest'alba è vuota d'idee, e le mani sono deboli e pesanti, dunque, per ora mi fermo qui.
04 Maggio
Oggi è lunedì 4 maggio: è sera, e mentre il sole inala nel cielo gli ultimi raggi del dì, il tempo è assai godibile. Questa mattina mi sono svegliato abbastanza tardi, in quanto sono rimasto a lungo sveglio la notte precedente per fare delle cose. Quest'oggi ho saputo che molto probabilmente non potrò frequentare il Conservatorio, e ciò mi rattrista. D'altro canto provo a farmi venire in mente una soluzione che, fino a questo momento, si è tradotta in semplice scrittura passiva. Ho iniziato infatti a scrivere uno dei millanta libri da me mai finiti: s'intitola "lo schiavo del desideri", e mi è stato ispirato da un'immagine da me vista sulla rete ritraente dei piccoli cilindri mesopotamici, molto probabilmente utili come prime lampade a olio (sono infatti datati e ricondotti al IX secolo a.C, durante dunque la dominazione assira.)
So già come sviluppare la storia; il protagonista è lo "schiavo dei desideri": un individuo consapevole di essere succube degli dèi, che per questo decide di intraprendere un viaggio (tutti miei racconti si sviluppano col viaggio, contrapposto alla staticità, come prototipo della "liberazione"). Durante il suo cammino incontrerà diverse persone apparentemente - in aspetto - come lui, ma molto differenti nel loro essere e nell'approccio interpretativo alla vita. Essi ignorano l'esistenza degli dèi, e anzi, o non li considerano proprio, oppure addirittura ne hanno uno solo che soddisfa tutte le loro esigenze (solo se essi si fanno da egli sottomettere).
"Tra la massa obnubilata dai piaceri della vita" - così scriverò - il saggio, finirà - in questo caso scriverò "finì" - per diventare schiavo in una realtà troppo diversa dalla sua, dove solo il molo (circolo d'apertura delle prime scene) e la solitudine saranno a lui compagne nella dicotomia che lo separa dal paese e dalla realtà degli uomini.
La volontà è un desiderio, il quale va per pochi istanti rimosso. A quel punto, l'uomo, è un semplice individuo; inerme e incapace di volere o di sognare: senza alcun obiettivo prefissato. Vive e basta, consumato come un braciere nel falò rovente delle sue attitudini.
Per attitudini dicasi "abitudini", e, quelle abitudini sono il trampolino di lancio verso il sogno dell'auto celebrazione...è questo il processo. Se ci si fa caso poi, lo schiavo, non è schiavo in quanto tale, anzi; è schiavo in quanto è persona avulsa dalla realtà che lo circonda. Dunque non può esprimere la sua volontà, benché possa essere egli infinitamente migliore di tutti gli altri.
Ora il dovere mi richiama a casa. Domani sarà un giorno: oscillante tra l'"altro" e il "nuovo".
05/05/14
Oggi è martedì 5 maggio: l'abulia e la noia si sono impossessate di me, mentre il mio volere si ripercuote nel desolante stoicismo atavico che la sua essenza impone; sviando la sua luce in immagini migliori. Il cielo è nuvoloso, l'aria e secca, quasi arida, e dalla mia pelle esce molto sudore.
La tecnica naìf degli indigeni americani - si dice che - non fu in grado di contrattaccare la marcia della più esigua ma efficacie avanzata europea. Così accade in ogni istante nella mente delle vita di ogni uomo: due parti, o meglio; due realtà, in quanto ognuna di essere presenta e rappresenta fattori e sottogeneri: uno più esiguo ma qualitativamente migliore, l'altro, maggiore in volume ma modesto di livello.
Spesso mi accorgo di non avere questo equilibrio interiore tra le parti psichiche, animiche ed energetiche, tant'è, che fin da piccolo il sogno più ricorrente che faccio è quello di due forze - rappresentate come due corpi materiali solidi - per l'appunto impari nella loro massa, che si scontrano schiacciandomi.
Questo è il Principio di Dominazione che domina l'uomo e i delicati rapporti tra egli e tutto l'esterno.
06 Maggio
Oggi è mercoledì 6 maggio, e la frescura sguazza in venticello tra i rurali casati della vie del centro. Questa notte ho guardato alcuni video: su tutti, un documentario sulla vita di Andy Warhol (1928-1987), il celebre esponente della "pop art". E dopo avere esaminato quanto da egli svolto nella sua produzione, sono giunto a una conclusione.
Aspetto da un paio d'ore in ufficio, in quanto mia madre non voleva accendermi il computer dal quale sto scrivendo. Mio padre, che da sangue mediterraneo anziché germanico, è meno ferreo e più compassionevole, me lo ha acceso; ed ora posso così esporre quanto appuntato in cinque fogli di carta.
Gli anni Sessanta del secolo scorso furono periodi di spinta e desiderio al cambiamento; c'è chi idealizzava un mondo migliore, e chi invece spingeva per un ritorno estetico all'arte della realtà.
Dopo gli anni della filosofia sperimentale e dell'analisi dell'interiorità profonda, l'uomo occidentalizzato, nutriva il desiderio ossessivo e condiviso di ritornare alla realtà: nacque così l'arte di tutti, quella del consumo, dell'usa eppoi getta, dal cavalcavia; l'arte del popolo.
L'idea non è più l'archetipo di ciò che è stato (l'arcaico) ma è l'archetipo di ciò che è; rappresentato in tutte le sue forme statiche e di espressione artistica, estetica, culturale e antropologica.
L'artista nella nuova era non esprime più quello che è, ma è quello che esprime: incarna su di sé una una falsa personalità oltre la flemma, come immagine archetipica del superuomo. L'ente di successo nella società.
La stessa parola, "il successo" in quanto participio passato, rievoca a questa continua esternata ricerca all'arcaico; alla fuga dalla realtà presente.
Gli artisti del movimento astratto provavano disgusto e distacco apatico per la pubblicità e l'arte pubblicitaria, e, ancora oggi, molte genti che visitano i musei di Warhol o di qualsiasi altro interprete del contemporaneo, si trovano dinnanzi al disagio del nulla: esternano "ma cos'è questa schifezza?!" oppure il più classico "Questo lo saprei fare anch'io". Ecco, proprio questa frase può essere enucleata dal suo contesto antitetico e appiccicata - tanto per rimanere in tema - nello stendardo del Novecento: secolo che, assieme agli odierni Duemila, rappresenta il popolo e tutti come raggio d'azione dell'intelletto individuale e dell'inconscio collettivo. La genialità di Warhol, come di altri, è stata quella proprio di rendere l'arte di tutti e accessibile in tutti i campi. Per essere un musicista non più necessario avere un talento innato o studiare quindici anni la materia; basta rappresentare l'attuale in forma semplice. Basta apparire un secondo in modo distopico, per essere attori. Queste sono le rivoluzioni cavalcate in quel periodo: dalle monarchie, ai regimi, e dai regimi al comunismo del consumo.
Tutto ciò, lo riproduce l'immagine delle zuppe Campbell; dove il pasto - in questo caso una banale zuppa al pomodoro - rappresenta la libertà del desiderio di ciò che l'uomo attraverso la tecnica non può o non può più esprimere; e allora, egli, lo prende direttamente dalla realtà, dalla sua realtà. Non vi è bisogno di rappresentare l'ignoto, il proprio dio, oppure il cielo; finisce il desiderio dell'osservare in silenzio e non pensare. Qui, tutto è un'immagine, un simbolo che suggella e leviga un cambiamento: l'arte non è più un mezzo contemplativo, ma uno specchio diretto di riflessioni filosofiche sulla finestra della vita.
Di Warhol mi piace il menefreghismo, la tracotanza del volere essere protagonista attraverso il passare in secondo piano.
10 maggio
Oggi è domenica 10 maggio, e il caldo scirocco egiziano investe il paese, risvegliandolo di primo mattino dal tepore della notte, smuovendo i rosa palloncini appesi alle botteghe per accogliere il Giro d'Italia, che passerà oggi, di primo pomeriggio, lungo la via Aurelia appena riasfaltata per il fugace evento. Ora sono le 6:38 della mattina; fra mezz'ora andrò a dormire, e quando mi sveglierò mi recherò al ristorante Cantinone Mare, nel rettilineo del Merello, per festeggiare il mio 18esimo compleanno: consequenziale formalità della matura età.
Come sempre, di prima mattina sono abbastanza lucido e discretamente pimpante - non che in altri momenti non lo sia, dipende sempre - Ciononostante, però, come di mia abitudine domenicale di rientranza dal forno, preferisco non dileguarmi troppo nella cronaca e in più sottili sillogismi, giacché vorrei nutrirmi di ciò che penso. Come una prima colazione, accompagnata dal cinguettio degli uccelli, e da Brunetto, che nella sua pescheria sta scaricando la merce.
Sono le 15:56 e sono da poco tornato dal ristorante, ivi ho gustato un piatto di spaghetti al pesto con fagiolini verdi e patate. Lisciato dal profumo del mare, per la prima volta in una giornata dai lineamenti estivi. Finito, ho visto passare i corridori del giro divisi in due tronconi; cinque fuggitivi, di cui uno con la maglia rosa, e il resto degli inseguitori distaccato di una decina di minuti: mi sono divertito.
L'acqua nella mia testa è azzurra, quasi da bere. Quando è così, gli occhi della gente paiono dissolversi; perdere pesantezza anche il più oscuro retaggio e il loro lineamento greve, acquisendo una dolce innocenza, mi pare da sempre amico.
La vita della gente felice, in fondo, è fatta da piccole e semplici cose. Quando sei felice, tutto diventa astratto: quello che era il tuo spazio diviene un piccolo spazio di un corpo, e tutto si dissolve nella bellezza delle cose. Dove le monete, i tirsi e i timpani, risuonano sordi e morti alla vastità di quel mare.
Nessun commento:
Posta un commento